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Mi son seduta sul ciglio della strada. Ecco, ho pensato. Mò sono una barbona. Quello che voglio no?
Si, diceva una vocetta allegra, strafatta, dentro di me.
No, ribadiva un vocione, la perfetta combinazione melodica tra la voce di mio padre, mia madre e Bertinotti.
Comunque una decisione è una decisione, ed io ho vent’anni, e decido di testa mia e non voglio sentire storie. Voglio fare un’esperienza. Nuova, ovvio. Voglio girare per il mondo, capire com’è fatto, ma senza usufruire delle barbare macchine moderne, voglio usare i piedi e la bontà altrui.
Insomma non avevo i soldi per un biglietto aereo.
La bontà non si usa ma tanto è lo stesso.

La mia prima esperienza è stata la pedata di mio padre. Mi ha seguito. Mi ha dato un po’ di soldi e mi ha detto: “va bene che fai un’esperienza, ma non stare per strada… Sola. Vai con qualche amica. Vai coi Papa-Boys… con chi ti pare, figlia mia, ma così no, che sembra altro, capito?”. Si è asciugato le lacrime sgorgate alle parole Papa e Boys. La prima di solito l’accompagna con una bestemmia, la seconda è inglese, come dire terreno minato, infatti la pronuncia era un po’ alla francese: boìs.
La desolazione di consigliare a tua figlia raduni religiosi di massa.
Sopratutto con quella foto che pare pulsi nel portafoglio: la piccola sulle spalle del babbo, felice, falce e martello disegnati sulle guance, ad una manifestazione.
Lì per lì ho pensato che gli costava. Poveraccio. Da quando Giacomo è partito in seminario babbo s’è concentrato su di me. Ha cercato di parlare, ogni giorno, di leggere con me il giornale, di spiegare ed ascoltare. Ma non ha funzionato. Mi si è inceppato qualcosa in testa. Come un granello che blocca un ingranaggio enorme. Non andavo avanti. Si che mi è piaciuto fumare le canne con lui, si che Janis è una figata, si che mi va andare al concertone del Primo Maggio tutti insieme (Giacomo compreso), che poi anche là, che palle per due ecstasy. E poi io avevo capito che Giacomo aveva capito. Quel cretino bigotto non s’era reso mica conto di essere fatto, s’è messo a ringraziare il Signore in ginocchio della visione, roba da vergognarmi per anni. Si alla fine cose tanto belle, ma mie? Nossignori, cose loro. Che anche Janis è morta, no? Ma mica ieri. L’altro ieri di mio nonno, cazzo.
Ho detto:
– babbo devo cercare la mia strada.
– si? In strada, proprio?
– si. Perché no?
– Perché sembri una cretina, figlia scema che non sei altro.
– sarà ma sono io la cretina, no?
L’ho detto come dire che erano fatti miei, mica volevo insultare il suo operato come padre. Anzi. Era come dire “lasciami fare” più che “non sono cazzi tuoi”. Un’ ammissione di responsabilità, se vogliamo. Ed invece chissà che ha pensato. Mi è venuto vicino ed ha sussurrato: sei tu la cretina?
Poi sempre più forte:
– sei tu? Sei Tu? SEI TU?
Era incazzato come una belva. Continuava a ripetere sei tu, poi mi ha afferrato il braccio urlando: sono io! IO! E proprio perché se la sentiva questa colpa m’ha assestato un calcio nel culo, se n’è andato e mi ha lasciato senza parole.

La mia seconda esperienza è che tra barboni non c’è mica tanta fratellanza. Anzi. Manco fosse un club esclusivo. Pezzenti. Mi spiego: c’era questo ragazzo con la chitarra, pure carino, con due cani e la chitarra. Mi avvicino e dico: posso unirmi? Questo mi guarda e ride. Vattene, mi dice. Ho della roba, ho detto. Allora resta, ha risposto. Questo capita se non parli come si deve. Cioè aveva ragione mia madre. Una volta mi ha detto che a furia di chiamare “cazzate” tutto finiva che ci diventavano. Ecco io per roba intendevo un po’ di fumo, mica chissà che. Il ragazzo dopo due ore d’attesa, io stavo accucciata con i cani che ascoltavo quel che all’inizio sembrava musica ma che via via è diventato la tortura della goccia cinese, dling dlong e quella vocetta da cretino, era notte, mi dice: andiamo a mangiare. Così siamo andati in una mensa di quelle per poveracci. Solo che ognuno aveva il suo posto. Tipo che fai per sederti tranquilla ed arriva uno che dice: no quel posto è del Moccio. E va bè, dici. No, non va bè manco per niente. In fondo e zitta. Parlavano poco, ma quando siamo usciti il ragazzo m’ha chiamato ed eravamo tipo in sette. Oddio, il fumo non basta, ho pensato. Dov’è la roba? Così subito, quasi insieme, neanche il nome. Ho portato fuori il pezzetto e mi guardavano come dire ma sei scema o cosa? Scusate, ho balbettato, un po’ anche perché qualcuno di questi aveva gli occhi strani. Mi hanno mandato a quel paese, di malo modo, eh, neanche ciao o buona fortuna.
Insomma son finita nel club Rotary dei barboni. Che poi il ragazzo mi sa che di barbone non aveva nulla. Le mani che aveva, senza la pellicina vicino le unghie. Per niente rovinate. Oddio, che vuol dire, magari è nato che ha le mani così. Ma un po’ non ci credo, insomma. Ho capito che per fare esperienza devi essere forte, ma da solo.
La vita della strada è anche questo, sapersela cavare.

Sempre che non incontri un pitt bull senza il padrone.
E che tu non abbia la fobia dei cani.
L’ho visto che veniva verso di me cavalcando, le zampe che crollavano sull’asfalto in tonfi allucinanti.
Un vitello marrone con la lingua scura penzoloni.
Un puledro con la bocca di uno squalo.
Un pittbull, insomma, e nessun essere umano all’orizzonte. Come dire:
Ma che ne so, come dire niente, io ho urlato e basta, poi mi son voltata ed ho cominciato a correre lanciando urletti striduli ed acuti, come avessi brividi fortissimi, il che era vero. Il cane quando m’ha vista scappare ha sentito che la bestia che viveva in lui era risorta. La sentivo quella bestia che diceva: che bello, si caccia, si mangia, si caccia, si mangia…
Correvo e correvo e lui quasi ce la faceva ma la paura mi faceva correre di più e veloce come mai in vita mia e filavo veloce e corri che corri ho visto la città, e le persone che escono la sera ed io correvo e dicevo addio a tutti ed il cane non mollava ed a volte mi lasciava un po’ di vantaggio, a volte accellerava che sentivo il fiato sulle caviglie, lo sentivo godere il bastardo e corri che corri sono arrivata in una piazza vicino casa e c’era una chiesa aperta e gente con le candele in mano e sono entrata correndo ed urla e voci e spintoni e sono arrivata all’altare urlando e correndo con le braccia piegate che facevano su e giù e poi sono andata verso la prima porta aperta e poi un’altra ed un’altra ancora ed alla fine ero in questo corridoio con le porticine chiuse e sono usciti tutti e c’era pure Giacomo ed ho urlato quando l’ho visto e gli ho buttato le braccia al collo e l’ho baciato e dicevo scusami, scusami ed alla fine il pittbull non c’era, ma Giacomo ed un signore mi hanno riportato a casa. Babbo quando ci ha visto insieme è scoppiato a piangere. Giacomo è restato per la notte e mamma ha bevuto il Barolo con noi.

… bello tutto sommato.
Mica cazzate, no?

 

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