You are currently browsing the tag archive for the ‘poemacci’ tag.

ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte da contratti interinali di sei mesi
Rabbiose nude affamate di stabilità, fingere sotto il cielo del Sud che resistere non sia l’unica soluzione,
un biglietto low cost solo andata dietro la schiena,
mascherate da speranza, menzogna, frenulo del dna,
risucchiate dal consumo
Contemplare il chiarore di mattini operai
figli di regimi mediatici
illuminati da rettangoli magici di
vite finte e strazi responsabili
Ho visto ciglia finte di vent’anni sventolare gambe per infinite strade senza marciapiedi
morire di perché sudati, su ciuffi ferrosi di uomini scavati da un’icona,
venuti alla sera sul seno di straniere senza nome
rinvenuti nelle case senza gradini, resuscitati dalla confessione, in piedi sui banchi di chiese
per famiglie, ad un passo dal centro commerciale.
Ho udito l’urlo di generazioni passate stridere sui denti di uomini interamente bianchi
Benedire qualsiasi cosa in nome di dei snaturati dalla fede ignominiosa dello scambio
Senza pietà alcuna per anime fiammeggianti,
schiuse appena al mondo come pupe, bave di seta dalle loro bocche
Mute d’occhi e di lingue in posti sbagliati
Leccare senza fine
Il culo di un vecchio mondo che cambia
di rivoluzione ad involuzione cronica, dissenterica,
mobile svolgimento in cinque minuti d’evoluzione sfinterica
Ho visto madri abbigliarsi di specchi in cerca di altri sorrisi famelici, provviste di giustificazioni scarne,
controfirmate da mariti
e figli
accanirsi sul ferro di carrelli da spesa
lucidi scheletri provvisti d’anima momentanea
Ho visto la paura di mani tremanti, salire per corpi addobbati,
invadere spazi per opporre calore alla tecnica,
per piegarne l’asso ai piedi senza mutar di colore, non cambiare di carta su scala vincente, ed esser scartati.
Ho visto quelle mani frantumare giorni
di cristallo e risorgere
senza l’aura dei santi.

Liberamente ispirato a the Howl di Allen Ginsberg che potete trovare qui.

barche di carta, lunghe sugli angoli,
questi i sorrisi lasciati cadere al vento
dell’ingiusto tempo, al freddo dell’udito amare.
Non regnerai ancora, paura
o controllo, non salterò d’un passo l’ostacolo,
né il mi terrò sul ferro, sul filo, davanti l’abisso,
ma credo, e per quanto labile il verbo giunga, ascoltami,
e voglio, ché m’aspettano sette anni nel limo
di una vita che gorgoglia d’aria stanca,
e spero, denti di lame aguzze e ciglia dure.

max ernst forest dove

cabandi de sa mesa

macittu aresti

cabandi in mui

ca no pottu fusti

cabandi ca su fammi

no castiat bestia

e ca i cinesus puru

fainti festa

castiendìdi

tottu acciucciudau

sennori de sa dommu

chen’a fait nudda

arribbu e mi ddu pappu

ca una pudda.

un caverna, la memoria dei
nostri, solo nostri,
ricordi consunti
dall’avido scorrere
dall’uso sfiancante
del verbo
silenzio
imploro
per poco
che sia mia, tutta
in pieno
che ma sia
quest’ora
che mia, piena
incisa, folle
lesa
ma mia
quest’amarezza morta

m’è beniu coru mau
scetti castiendi sa facci
ascuttendi sa boxi
de cussu mengianu.

M’est abarrau s’entrecoru
a trettus suspu,
a bottas intendu
sa conca scexada,
sa facci
cumment’unu civraxu:
unfrada limpia e stampada.

Ma po’ arrecomenzai
mi toccada a scaresci.

dimenticare
mi è venuta un’angoscia
al solo guardare la faccia
ascoltando la voce
di questo mattino

Mi è rimasto lo spavento
a volte prendo aria
a volte sento
la testa sveglia (come dopo una sbornia)
la faccia
come il pane
molto gonfia e bucata

Ma per ricominciare
è necessario dimenticare.
foti di la petite

la petite

foto di la petite

Mi parria d’essi (e dhu fiat)
cumment’ unu mnaxai
in cicca de puddas
à su scurìu.
Ma sa notti
non m’agattat mai
e sa pudda lassat
in bucca fragh’e
Ommi
E mi castiu de is ogus
da sa bestia arrubia
e mi bìu mannu, mau
e tristu.

Mi sembrava d’essere (e lo ero)/ come una volpe / in cerca di galline / al buio. / Ma la notte / non mi trovava mai / e la gallina lasciava / in bocca odor di / Uomo. /E mi guardo dagli occhi /dell’animale rosso / e mi vedo grande, cattivo / e triste.

Spremuta l’uva,il riso, la conversazione
dei liquami torbidi in parole pressate
fanne tele e filati, e trappole
lungo i tiranti spargi, a trattenere i moti
di simpatia o dolcezza o carne,
fossero anche senza fondamento,
silenzi spinati e labbra sporche
picche d’ostilità in schiere scure
ma trattieni il fiato come sparo e
stendi dove puoi lunghi sguardi vuoti,
oche querule apriranno becchi
lungo il fianco sentirai l’eco
di passi Ragionevoli che scappano.
Ma sappi
che dei lacci non serberai che il nodo
dell’uva il vino
del riso sgranatura in denti
della conversazione solo sale.
Non ti sfugga il desiderio anche in ombra
né la fiamma, ma procura
di far le mani in conca
dove tener l’acqua
e non chiedermi di stemperare
l’agro nel dubbio
il salato nel vacuo.

bill brandt
foto di bill brandt

Mi chiamano e donna, rispondo
ali leggere le mani, queste, stille
e fumi e notti d’argilla ai piedi

Chiamami piano, ridi
sul vento stasera c’è l’acqua che fummo
sul davanzale il basilico
piange la testa
e dei capelli che tra le dita tenevo
solo foglie
profumo
e terra.

Ghiera di sabbia su cui dormire
il quadrare di pensieri che si litigano
le ore insieme, le spalle appese
alla rabbia, ghiaia da inghiottire.

Sonno forzato gioca d’anticipo
sui giorni affollati del vuoto

se l’essere vive del fare
sono nulla
se l’anima vive del corpo
son resina.

Manca al sole la luce chiara
al fianco la spina torta
alla bocca il fiato
al passo il peso
a ghawar il volto

non resta che imparare.

francis bacon

francis bacon

di un sasso bianco, nella notte
ne ho tratto fattezze di colle
ne ho respirato l’aria malsana
la vita corta per svegliarmi
sotto la tua ombra.
Io che non ero io
che non mi trovavo
che amavo adornarmi di
parole,
sono fiume che scivola
sono valle che accoglie
sono mano che stringe
le vostre

di un monte, alla luce
di un giorno senza déi
ne ho tratto fattezze di pietra
dormendo sul braccio di statera
senza che pendesse
che allungasse un’ombra
sui passi,
io che non mi trovavo
perché non ero io
in un soffio di voce
ho piegato la creta.

Come su rotaie veloci arriva

leggere vampe friggono le tempie

neri sogni di mani braccate

inflitte palpebre bianchi lampi

respiro un filo, una canna strozzata fischia

si appesantisce il cielo, cola in grumi

nel silenzio che non tace il dissenso

di la della salvezza brucia l’incerto

muoio oggi ma

salvo il domani

sbarazzati dei vecchi accenti

abbracciati senza vergogna

pesca, melodai un bacio, principi,

dichiarati al mondo

che si confondano.

alla lotteria del settantasette
(come trarre il dado da un anno)
mancava un numero, ma nessuno
per non disturbare le piazze
disse nulla, e vinsi un pacco
di lamentele fresche, due opinioni
di seconda mano e le spalle
dei giganti su cui ancora m’arrampico.
Il numero assente, su una tessera
rosa come i bottoni di una donna
l’ho trovato stamane, quando
cercando notizie su te
dietro l’orecchio, vicino il lobo
si è aperta una botola
e mi si è posato sull’indice
tutto il panico che la tv elude
il respiro che la città ignora
la presunzione di non morire
la certezza dell’unico trenta.

Aintru is intrainas mi bivvidi una buriana
imboddiada no baddat, ma dha intendu
una boxi spappada bròtada in sa brenti
sbertulat, sciabòriada, in scivedhas de prantu
in bottus de arrisu.

Sa boxi bìrdia: seu crismera de fuedhus
ziminera sbraxiada, àina scarescia.

Mi sparzinat su coru
scarrafiendi s’arrexioni
sighendi una lingua, cicca gureu in prazza
non biu s’imbidriu, non liu divantalis
abarru attontiada accant’is aristas spibionadas.
E’ bentu de beccesa, narant
E’ tempu de bivesa zerriat sa buriana
Abarru frimma
mazziendi giarra
po’ no pappai arena

Traduzione italiana:

Ho dentro le viscere un vento di tempesta
avvolto non balla, ma lo sento
voce mangiata, mi
sgorga nel ventre
schiaffeggia, scialba, in vasi di pianto
in barattoli di risa.

la voce matrigna: “son scatola sacra di parola
camino senza brace, arnese dimenticato”.
Mi divide il cuore
graffiando la ragione
seguendo una lingua, cerca cardi in piazza
non vedo il vetro, non prendo grembiuli
resto intontita vicino le spighe vuote
E’ vento di vecchiaia dicono
E’ tempo di vivere dice il vento
resto ferma
mastico sassi
per non mangiare sabbia

mi parlavi a boccidura
delle valli sconfinate
dove tu trovavi te
dove io non ero stato mai.
mi spingevi a cravadura
tra la folla come fiume
in piena, noi salmoni
noi i coglioni
avrei voluto bruvura
ed una palla (alla francese)
ed il coraggio di sparare
alle gambe senza toccare
la frisciura

a boccidura= allo sfinimento
a cravadura= al fine di inserire (di prepotenza)
bruvura= polvere da sparo
frisciura= budella

Finché la mano il bastone teneva
in gesto fermo di severa alterigia
pur nei nodi bianchi
di sangue fangoso, infido
plasma senza cura del padrone,
allora nel passo calava in
tonfi
(dottore)
pesanti
(dottore)

quell’arto disgustato di vita inerme
quel piede ribelle di vita esente
e al cenno per strada
mandava di piglio (ipocrita)
un saluto sprezzante.

Finché il bastone teneva le nocche
di ciocco, e lo schiocco
dell’anca scavata
(smeriglio d’età sciapa)
non giungeva al nervo
un elettrico impulso
in sinapsi limpide
come specchi d’altura
comandava l’avanti.

Nei tuoi occhi di spighe
nel profumo saponato del mattino
mi accontenterò di tenere le tue braccia
rami bianchi abbracciati ai gomiti,
in ascolto, madre di battaglie
di cadute e sassi e risa
del livido (tempo che si sbarazza)
non urto né dolore ma soffio
caldo e sussurri d’infanzia.

che si scriva per essere
è indubbio
anche se incerto passo

che si scriva per diventare
è pericolo
per chi legge

che si scriva per necessità
è furore erotico
che non cessa

che si scriva
è fatto
atto
ricatto
è un patto col gioco
a cui pago
lo scotto


Frattali i tuoi capelli
Volute rosse involontarie
Sorrisi sdentati del follicolo
Crespi come ramazza
Senza disciplina nè rispetto
Peli in plastica. Lipidi
Aggiungerai alla dieta
Balsami allo shampoo
Ma resteranno sciabolate
Gli scatti della testa.
G.L.M.S.


s’aggirava furtiva, folgore in viso
come incerta notte africana ,
dei sassi bianchi di bocca
non uno, ma carne rosa,
di lane e spirali e fili
in testa sol bianca lanugine,
coperta umana, di vecchia rotta
nel passo, nel piede, nel palmo.
Chiese al tuono, alla luce – dove?
rispose un cuculo spazzando l’ove
– là dove sei ora. femmina di uomo.

Passato, le scrivo da tempo,
se chiederle solo un favore
le reca difficoltà o imbarazzi
mi dica, ma rifaccia il letto
al mattino, riordini in casa,
faccia la spesa, abbassi la voce,
che l’ospite ingrato addolora
il presente s’offende
il futuro m’ignora.


Avevi due sputi di formica
sul labbro superiore
Stesi sui pori la fatica
dell’insetto lavoratore
Avevi gli orecchini
che ti avevo regalato
In mano al gioielliere
non i soldi ma un reato
Brillavano di furto
di bassezza e di sfortuna
Ma gli sputi sulla pelle
ricordarono alla luna:

Che la sera è nostra
la giostra è rossa,
la fretta è corsa,
l’amore è un rostro
io sono un mostro
si, sono un ladro
ma parla piano,
Ma sai che strano
non l’avrei mai detto:
le formiche sputano.

Della terra non ne facevamo nulla
né della schiuma rossa colata
come piombo in bocca
né dei se in freschi solchi
ciuffi pelosi di erba che non muore
dei ma annegati nelle risse
nelle domeniche sconsacrate
né del sangue corto o di Dio muto.
Barattavamo al tempo
colpe a preghiere
ma quella terra piangiamo
l’acqua vana che non sazia
le brughiere bruciate.
Ricordiamo la borragine
succhiandone i fiori
sotto un tetto di vento,
liberi altrove, affondavamo
erba che non muore.

C’è un altro me dietro le quinte
sbiaditosi dall’uso
pellegrino ego in soffocato astio che t’implora
c’è un altro me che ti adora mia piccola
mia dolce, mia carissima
c’è un altro me che ti terrebbe stretta
che accompagnerebbe
col palmo spiegato i tuoi voli
che stirerebbe le asperità
dei tuoi viaggi in docili linee aperte
c’è un altro me dietro le quinte
che non aspetta
che non sopporta i falsi dubbi
l’ipocrisia cattolica
la falsa caritas
c’è un altro me che di parole
non se ne fa nulla
che bada ai fatti
ma anche ad una buona
argomentazione
c’è un altro me che t’ama d’amore acceso
che vuole senza arrossire
che dice dev’esser mia.
Per quanto tu non la dia
seguiterà ad amarti,
quell’altro me.

volevo disfarmi dell’acqua in solitario
eccesso, del ciclo continuo di sale che
pompe sodio-potassio in salata avaria
mi inducono a saziare
e
dirti che non trattengo l’aria
non l’acqua nè fuoco, nè c’è terra
che sostenga la sete e non c’è
corpo di sangue che in acqua nato
non abbia bisogno di espellere
che per quanto pulito di ciò
che tu chiami sporco siam fatti
da ciò che tu chiami sole
siam nati, replichiamo
in spirali note leggere
come una trina
perché tenevo tutto
in un sacco, in un sorriso
che durava un adesso.
Mò spostati che mi serve il cesso.

Checchè ne dicano
tre strati per un seme
è troppo.


1
sintomo di espiazione
è il tradimento
la condanna muta
del tempo servo
al divino impongo
uno sforzo d’arresto

2
dalla superficie ho staccato
pelle cieca per ritagliarne
una crepa che fosse
come una domanda

3
tra castro e cardio
pesa minima l’emozione
da bolo ad embolo.

Vecchia che sale scale paonazza
bambino con cellulare
vecchia affanna su buste
puzza di pesce fresco
traffico nella norma, al semaforo
senegalese con cuffia eppure caldo
ingranano la prima al giallo
vecchia si accascia su pesce (palombo)
gambe aperte, bambino ride
macchine abbassano muso nel frenare
cani che scalano
bambino ride suoneria Vivaldi
senegalese sorride e dà il resto di moneta
midi file nell’aria, freddo sotto pelle
vecchia imbustata come pesce
bambino informatizzato
sole del senegal lontano.

Blino nell’eskimo
al piovere
d’acqua o pietre,
testa bassa
non si bagna,
non denuncia
ma insegna.

Un fratello d’oro
direbbe Alberto
anche se sotto
le bombe
non lo capisco

Blino nella pioggia
è naturale
segno d’indole
indipendente
direbbe un padre

Una fortezza per
alcuni che dei voli
seguono la scia
ambrata, la scorza
di fumo sciolto
ma io vedo
le ali crescere
al minuto.

un cartello
una scia di pane
una nube
un piccione viaggiatore
una suono
un motivo
un fatto
un dito
una lettera
una carta
un segno

Di questo
impasto,
di un’indicazione
partigiana
nelle tue coordinate
sono i fratelli

Umide d’invidia (colata rossa)
Le tue labbra stese, arrese
Braccia in croce, spine tosche
(m’inchino)
Le vuote parole al vaglio della
(crepita) stanca, falsa, rigida
(crepita) superfice che chiami
Realtà,
(m’inchino)
Covata d’ossa:
Uso cinico
(clinico)
D’ inerti inezie
(fidati).

Verrei fuori volentieri
sulla morchia affonda
l’orma che vi lasciai
l’altr’anno,
esanimi giorni
gironi di fuoco,
larghi rigidi
i digrigni.
Verrei fuori a comando
di lingue erose, croste
sulle ossa d’alberi
mi terrei appesa
pupa, nient’altro.

Alla festa del perdono
eravamo in tre,
manganello apresso.
Saluti a salve
sparati sui musi
usati, scaduti.
Alla fiera dell’abbraccio
eravamo in due
mani tese, braccia stese
spalle scoperte.
Sorrido, prego
ma no, ma prima lei.
Ero solo
all’esposizione
dell’odio.

Quando te ne sei andata
sulle poltrone è comparso un alone
di sete e di astio, una macchia
di assenza color limone.
Gli scaffali si sono piegati
sotto i ilbri mancanti
i lais di Maria mi piangono
addosso ed i ruscelli
attraversati sono torrenti.
Da quando non sei tornata
sul tavolino ci sono formiche
le gambe gli tremano
isotopi inutili, appendici ribelli
mi dà da pensare il berillio
da solo.

Calzo stivali slavi
Praga anni d’oro,
Ponti occupati
morti famosi,
Giacca velluto nero
minoranza etnica,
due sassi nelle tasche
per non disperdermi,
Orologio di regime
Ora cirillica, la mia
ora. Nazionalpopolare.
Cappello spagnolo
in buco di proiettile.
Guanti di cadavere
neri, da motociclista
ma spaiati, diciamo adottivi:
uno del nonno curdo
uno dalla muraglia.
Liscio i capelli a sputi
asciugo con la papalina rossa.
Sono uno che ci tiene
alle apparenze.

che ne sanno ad Almora?
Che ne sanno gli altri del suono
incastrato tra sterno e trachea
del languire al telefono stordito dal fumo
che ne sanno dell’odore di pino
arbre magique sul fronte che si sposta
da esame a battaglia scadente
da epica illustre a teatro cadente.
Che ne sanno dei tamburi e dei cani
che rosicchiano bucce di sogni
della sete di fuga, di venture passate
come ricordi, certezze da sit-com
americana diluite nella provincia.

aria
fagioli ho mangiato legumi
quel puzzo che senti è un bisogno
insopprimibile
d’esprimere in un canto antico
un sogno spirante senza parlare
che narri le gesta residue di un pasto
con te, che soffi, brezza gentile,
sul tuo viso rosso, critico e vile.

Vantarci delle dimensioni
non possumus
canuti scalzi e santi
in piedi sugli altari
di santità, crespa
divinità, disinibita
rissa alla comunione
d’anime, Piè Veloce matto
da bar ma credente,
pontificava sul vino
sul pane, alla fine del mese
stilando nuove liste di santi.


L’accendino che hai
in tasca
è il mio
fuoco personal-popolare
L’igneo segno
d’atavica speranza
di
vivere
senza il tuo aiuto.

Rumino stelle
Ghiacciate dal vento
Su fili d’Inverno,
Sospiro nebbia
Fiato fiat.

Se mi sposto
Se mi sposo
Se mi vesto
Se riposo
Se l’autunno
Se la donnola
Se la donna
Se l’autunnolo

Non sono cavo
Se passo il turno
Sul tavolo delle chiacchere
Rilancio doppio.
Non bluffo ma stringo i margini
Sono fesso, senza cardini

Se mi sposto
Ripiegatemi in quattro
Se riposo
Nel cassetto delle risacche
Se la donnola
Mordesse il freno
Se l’autunnolo
Salisse sul mio treno

Il sistema grammaticale
e quello logico
Mi vanno come alle cicale
il paso doble

all’ospedale, Ortopedia
Corsetti di gesso
Per le sue gambe
Soltanto il riflesso

al parco
Cane di padrone
Mangi bene
lo sa anche il marciapiede

in piscina
Come ruota nello stile
il lieve grasso mi sembri
Acqua più sottile
confondi in carne
dettami ciechi al morbido

Sulle nocche tabacco
Sul mento toschi spini

sulle spalle forza
Nero di lavoro

Non c’ero
Nero di Vino

C’ero se ti ho battuto
c’ero di vita che fugge

Sulle nocche il tuo sangue
sulle labbra il mio nome.

Mi sembrava ideale pubblicarla dopo il post sul film…

Sorseggiava il the dal giardino
Stuzzicando col dente un canino
Anelava all’oblio dell’oblò
Alla vita bagnata dei panni
Si chinava in sguardi ed affanni
Senza arrender lo sguardo ferito
Di lenzuola viranti e pesanti
Di bucato a levare le macchie
All’elettrodomestico bianco
Al suo freddo efficente candore
Alla voglia di tornare a casa
Di sentire nelle labbra il sapore
Una donna dal sangue furtivo
annientata dal suo detersivo.
G.L.M.S.

vorrei,
non “voglio”
per via dell’erba del re

che il re
una volta almeno
zittisca la gramigna
il grano
e il papavero
svestendosi
solo

così che i campi
non crescano
per il raccolto

ma per le lavandaie
e i contadini.