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david foster wallace

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Se non trovo le parole
è perché sono vuoto.
Nulla a che vedere con voi.

Ho dipinto il viso
ho schiarito i capelli
ho abbracciato il didietro
di questa estate;

al tempo che passa, dio mio,
lascio il passo, scusate il gioco
ed il suono ed il basso,
ma di più non so dirvi

neanche stasera
che la terra nasconde la luna
e la luna sorride, straniera.

L’estate della laurea (terribile maniera di classificare il tempo quella di dare nomignoli emozional-stagionali) si dipana sotto gli occhi come una corda che sfugge, a cui vorrei aggrapparmi ma che non riesco ad afferrare. In modo intermittente riaffiora il panico, quotidianamente il bruxismo mi affligge, nevroticamente mi ripeto che niente di quel che era sarà più allo stesso modo, silenziosamente cerco una risposta al vuoto che mi avvolge. Sembra che un velo metafisico si sia posato sugli oggetti, che ogni cosa, nella sua apparente tangibilità, nasconda un significato di cui intuisco appena l’esistenza ma che  questo preluda a una comprensione adulta, comprensione che distanzia i sogni vagheggiati prima della laurea, che sotterra tutti i forse e gli spero e i futuri semplici che snocciolavo con leggerezza e che ora pesano come profezie. La funzionalità dell’obiettivo mi dico, e mi vergogno di non sapere come gestire questo vuoto periferico, questo aprirsi al mondo come fossi appena nato, che in apparenza mi sembrava foriero di avventure, di conoscenze, di vita. Eppure la vita è tutta qui, mi dico ancora. Guardo il tavolino e cerco in questo la dimensione terrena del legno, la consistenza di un oggetto presente: è liscio, è marrone, è. Eppure ha tutta l’aria di un’apparizione improvvisa, come se mai in vita mia io avessi visto un tavolino, banale tavolo basso da salotto, e sembra che ci siamo incontrati per caso, vicino alla porta, passando accanto allo sgabello. La vita è tutta qui? Si spalanca un abisso. Sparisco nel vuoto della vita disfunzionale, come una scimmia nello spazio. Mi dico, hai tutto da costruire. Mi piace dirmelo, non a caso sono degno nipote di un muratore. Nel mezzo della frase affanno, boccheggio, mentre il panico mi sommerge, annaspo alla ricerca di un punto di riferimento, di un faro, di un porto, di una stupida ciambella. Ma risalire da quel buco che è la vita adesso, senza tutto e niente a cui pensare è come strisciare nel fango. M’imbratto di pensieri peggiori, penso a partire, ma non voglio, penso ad ora, ma non posso, penso a come e non so cosa. Non crediate che ci sguazzi. Ho provato a eliminare questo senso di perdita e a rilassarmi. Non sono capace. Sto fermo un minuto e poi mi impazziscono i piedi, estremità intelligenti e comunque le uniche a dover stare ben salde per terra, che iniziano a ballare per conto loro, instupidite da tanto tempo libero, stanche di poltrire. Vogliono andare ma dove non sanno – non è compito nostro, ci sembra – e io non ragiono mentre il tempo si dilata scandito malamente da orologi dalle lancette imprecise e rincretinite dal caldo. Scegliere è un problema se ogni scelta sembra una gabbia. Vorrei cambiare tutto e non volerlo fare. Vorrei che avesse tutto un senso ma mi pento subito; il senso è la mia maledizione. Produrne uno ad ogni passo è il mio costume tipico. Rivesto di contenuto anche il frigo. Ma che rilassarmi. Vado al mare mi dico. Nel mentre mangio e bevo, riempio quel che mi sembra non bastare. Al mare l’abisso mi aspetta, dietro le dune della spiaggia, sotto la distesa d’acqua mattutina, collosa e suadente. Il sole mi sbatte al suolo, mi destreggio tra racchettoni, palla, bagni da pensionato e pomodori, pere e liquirizia per la pressione bassa. Stupido che sono. Arriva comunque ed è come una bufera. C’è gente stesa al sole, il solito carnaio che fingo di disprezzare per allontanarmi dall’immagine del turista, che mi vede, che mi guarda, fisso. Poche scene, inghiottisco e cerco di fuggire. Gli attacchi di panico al mare sono la percezione del vuoto nel vuoto. II corto circuito che normalmente si innesca qui viene esaltato dal luogo: sabbia, acqua, scogli, pesci e basta. Gente, si l’ho detto, ma basta. Le vertigini si susseguono, i brividi salgono mentre i piedi si ghiacciano, le mani sudano, il cuore pompa e il cervello mette su un cartello (lavori in corso) rassegnato al fatto che anche se è domenica anche oggi si lavora.

Eppure il mare mi piaceva. Quest’anno sembra urlare da lontano: io sono la via che apre e sono il muro che chiude. Decidi tu. Che decido? E anche dopo aver deciso, se restare o partire, scomparirebbe forse il vuoto? La dimensione della partenza mi atterrisce. Quella dell’immobilità mi uccide. Il precariato sfinisce. L’Homo Viator non è mica un abito. Mica lo metti via. Eppure in fondo esiste una lieve certezza, piccina come una conchiglia: c’è da camminare. La mia Ur forse si chiama giovinezza, forse credevo ancora che avrei potuto diventare un’altra persona da ora, che sarebbe arrivato il momento per reinventarmi, per essere all’altezza di quel che sognavo. Nella desolazione del terrore che pulsa nelle tempie sento di aver bisogno di spazio e aria, tanta aria e qui al mare si respira, anche se il sole batte e continuo a non spiegarmi l’utilità dell’abbandonarsi ad una stella così pericolosamente vicina, anche se non ha senso, ora per me, sbattere una pallina, troppo leggera per il maestrale e troppo pesante per stare a galla, da una parte all’altra, anche se mi sento così male che quasi ho freddo. Forse non è mica così vuoto. Forse sento l’assenza di quel che non farò, che per certo non farò con gli occhi del passato. Mi sa che sto invecchiando.

Alla fine, era ora. Credo.

sputo saliva e sangue
la mano nella carne
incidere e tirare

Le donne che si ravviano i capelli senza che le ciocche si muovano, un gesto involontario senza scopo, un vezzo che vorrei non avessero. Lascia stare, penso, lasciali stare così, sul viso. Passo dopo passo, arrivo. Contaminato dai sorrisi altrui, in territorio nemico. Odio il mio riflesso sulla porta. Sono schifosamente un altro.
Sogno. Ho una valigia e parto. Spero di trovarla.
Le mattine buie sono identiche alle sere tristi. Devo cambiare la lampadina della cucina. Sembra tutto giallo. Anche il caffè. So che non è tutto giallo.
Batto i pollici sulle cosce, i jeans sono diventati larghi.
Le lenti degli occhiali hanno nuvole dense di graffi sottili, verticali. Pare piova sempre.
L’anello si è incastrato al dito. Non va più via. Ho provato con l’olio, il sapone. Eppure sono dimagrito. La pelle intorno è lucida, liscia. L’unica zona franca del corpo. Ho regalato le sue cose. Tutte, eccetto l’anello.
La casa si restringe sulle mie spalle. Ottanta metri quadri calpestabili su mezzo metro d’ossa. Mi vedo dall’alto.
Sogno. Ho una valigia ed aspetto che arrivi qualcuno. Spero non sia lei.
Ho visto un film, ieri. Un tizio cercava un contatto con l’aldilà. Speravo nel brivido. Ho pianto.
Cammino nel parco. Il vento spazza via la gente. Quando sorrido sento la pelle tirare.
Le donne che non sanno camminare sui tacchi, ingobbite per contrappeso, inginocchiate ticchettano. Se una cadesse correrei come feci con lei. Ma correrei più veloce. Non devono rubare nulla.
Alla stazione ho un solo modo per non fuggire: ascolto le conversazioni altrui. Il caroprezzi mi conforta, il marcio in politica mi culla, ora so che una calza smagliata si ripara con una goccia di smalto.
Non sapevo neanche si riparassero certe cose.

Ho la valigia, parto.
Lavo le mani, l’anello scivola dal dito giù per lo scarico. Mi guardo allo specchio.
Cosa faccio?
Ho le mai giunte. Forse prego.
Guardo nel buco: un riflesso morbido, calmo, un respiro.

Consegno la valigia.
Vado.
Spero di trovarmi.

lucian freud

Carla ha il collo lungo e gli occhi stretti come due linee nere, le spalle piccole e la pancia che spinge sull’elastico della gonna. Le sue gambe sono storte, non il classico ginocchio ad x, ma qualcosa che somiglia ad un varco tra due querce secolari, un grosso buco tondo delineato da due colonne torte innaturalmente. Ha i capelli scuri striati di bianco e del rosso di precedenti tinte. I denti piccoli e distanziati, le mani grosse come quelle di un muratore. Carla viene a casa e squittisce: si, no, davanti mia madre ed io la guardo estasiato mentre mia sorella ride e mio padre se ne sbatte, come fa del resto per tutto quel che mi riguarda. Dicono che sono in un’età critica, che faccio il bastian contrario che devo ancora trovare la mia strada, per questo tutte quelle che decido di prendere si rivelano dei vicoli ciechi. Carla mi chiama e chiede come va. La sua voce è come un sibilo, un soffio. Le vado vicino, l’abbraccio, sento i suoi seni pesanti sulla pancia e mi eccito. Mia sorella sghignazza e ci fotografa. Mia madre arriva trotterellando sui tacchi e ci distanzia. Scusalo, dice, scusa Carla è un ragazzo stupido e cattivo. Mi guarda quando sputa gli aggettivi dai denti, come piccole lame che schizzano tra i canini. Il suo sguardo non mi fa paura. IO sono innamorato. Lo dico. Mia madre se ne va mano nella mano con Carla, mentre mia sorella sia rotola sul pavimento mimando una pessima imitazione della mia voce e dei miei occhi. IO non faccio così. Io sono solo innamorato. Arriva mio padre e mi dice di smetterla. Ma è come quando mi ha parlato del sesso, delle droghe, dei comunisti, dei fascisti, della guida in stato di ebrezza, del voto, della scuola, delle malattie veneree, dei doveri di un buon cittadino, della malattia del nonno, di tutto quel che avrebbe avuto forse un poco d’importanza. Mio padre è depresso, o non so cosa, ma con me non riesce a parlare, non è capace, non mi guarda negli occhi, non gli interessa che io ascolti. Potrebbe parlare allo stesso modo ad un divano. Ed otterrebbe lo stesso risultato. Me ne vado mentre sento che definisce stancamente Carla “quella povera donna”. Stringo i pungi e le palpebre e vado in camera mia. Carla è fuori che lavora con mia madre in giardino. La mani sporche di terra, i piedi infagottati in quelle stupide ciabatte (non indossa mai le scarpe che le ho regalato), i capelli multicolore legati in un elastico da cancelleria, il sorriso dolce come quello di una bambina, innocente e chiaro come il sole che l’illumina. Mia madre m’ignora. Sa che sono alla finestra ma finge. Sono così diverse: mia madre è quel che dicono una gran bella donna, sono anni che i miei compagni mi chiedono come faccio ad abitarci senza avere pensieri strani, quegli stronzi,; ha un corpo da attrice, il viso delicato, dimostra vent’anni di meno ed è bionda naturale, almeno così dice sempre. Lei e Carla sembrano il giorno e la notte. A voi, sicuro che sembrerebbero così. Anche per me, ma in modo inverso. Non nascondo che la prima volta che vidi Carla pensavo ad altro ed ero distrutto da quel che mi aveva fatto D. Non mi colpii particolarmente, anzi. Poi una sera tornai a casa e lei mi preparò la cena. Mi carezzo la testa e sussurrò: bello, buono, buono, buono eh? Quel tre volte buono, quella carezza leggera come un battito di ciglia, lo sguardo fisso nel vuoto, la ciocca di capelli rossi che cascava dallo chignon. In un attimo cambiò tutto. Carla divenne per me indispensabile. Cercavo di starle vicino continuamente e le parlavo, chiedevo e ridevamo. Finché mia madre capì. Non ci volle molto. Quella donna è furba, è peggio di un detective della TV, è un segugio. Anche se non ci vuole un gran fiuto quando becchi tuo figlio che fa il bagno alla governante. Entrambi nudi. Uno dei due visibilmente eccitato. Carla sguazzava e sciacquettava come una bimba, fatevi due conti. Mi mandarono dalla psichiatra, una vecchia che mi prescrisse un ansiolitico e tanto sesso con le mie coetanee, disse. Coetanee. Ma chi? D. la stronza? NO grazie. Quella non è degna di baciare i piedi a Carla. Non è niente, non sa nulla, non capirà mai questi battiti veloci, l’aria che manca al solo vedere una gonna mal stirata, il sussulto per tre volte buono, non sa che cosa significa cercare negli occhi di qalcuno l’amore e trovarvi solo pianure, distese sconfinate di dolcissima, innocente, allegra inconsapevolezza ed essere felici per un tocco, un saluto, un bacio veloce e casto, un sorriso, le mani sporche di terra, le risate sul nulla, non potrà mai sapere, conoscere, capire che il niente appunto, il niente che ti tiene dolcemente, il nulla è semplice e nel semplice c’è tutto, sai che come l’acqua che scorre e lo sparire della nebbia attorno, che da ora mai più ombre, mai più dubbi, e vivi di questo amore che è intero e trasparente che è tutto limpido, tutto uguale, tutto come senti e vedi, tutto esattamente così com’è.

degas

All’entrata della facoltà ho visto un vecchio che si riavviava i capelli con un pettinino su cui, tra il disgusto generale, aveva sputato. I capelli son venuti benissimo. Ovvero, se il fine era scriminarli e dividerli in righe lucide, c’è riuscito. Dopo un primo momento scandito dai conati, sono andato in bagno e ho pensato: magari, no? Mi ha fermato il pensiero del tram. La mano sporca di sedile. E nel bagno non c’era sapone. Certo, non c’è migliore disinfettante dell’ammoniaca. La pipì ne contiene abbastanza. Bagno vuoto… Di nuovo i conati, madonna quanto son delicato.

Il problema è che invidio le persone che hanno i capelli ordinati. Tipo gli inglesi e quelle stramaledette ciocchette cascanti in maniera così graziosa, come paglia dorata che riflette la luce, scarmigliati, ma insomma sempre a posto. Umidicci, forse. O come quelli sottilissimi dei giapponesi, splendenti e dritti come spaghettini numero 1. Anche i ricci vanno bene. Boccola quà e là e non ti preoccupi più. Non come i miei, afflitti da un movimento involontario, curvati in onde orribilmente anni ottanta, aspiranti mullettari che cercano fin dalla nuca di avvolgermi la faccia. Striati di ciocche formate di quattro capelli grossi come funi, ma bianchi, che se ne strappi uno ne nascono quattro. Ma se ne strappi uno castano scuro, perfetto, resta il buco. E che diamine. Ci dovrebbe essere un principio fisico, una legge, qualcosa che regoli la crescita che non vari secondo colore, no?

Per non parlare dell’odore. Il terzo giorno dopo lo shampoo puzzano. Mi sudano la testa. Io li lavo, ma si sfibrano, lo so che poi se continuo a lavarli cadono ed io non voglio sembrare un cinquantenne a trentanni, ci pensano già la pancia e gli sguardi delle donne cui ammicco che sembrano dire: ma chi tu? Io, si perché? Non son bello ma piaccio. A qualcuno piaccio. Ho un fascino che, a parte capelli e pancia, si concentra negli occhi e s’irradia dal plesso solare. Un raggio laser. Una luce. Insomma ce l’ho. Davvero. Giuro.

Va bene, non ho fascino ed ho i capelli brutti.

Ma a me vado bene così, credo.

gandalf belli capelli

Questa parentesi frivola mi ha rilassato.

Mi son seduta sul ciglio della strada. Ecco, ho pensato. Mò sono una barbona. Quello che voglio no?
Si, diceva una vocetta allegra, strafatta, dentro di me.
No, ribadiva un vocione, la perfetta combinazione melodica tra la voce di mio padre, mia madre e Bertinotti.
Comunque una decisione è una decisione, ed io ho vent’anni, e decido di testa mia e non voglio sentire storie. Voglio fare un’esperienza. Nuova, ovvio. Voglio girare per il mondo, capire com’è fatto, ma senza usufruire delle barbare macchine moderne, voglio usare i piedi e la bontà altrui.
Insomma non avevo i soldi per un biglietto aereo.
La bontà non si usa ma tanto è lo stesso.

La mia prima esperienza è stata la pedata di mio padre. Mi ha seguito. Mi ha dato un po’ di soldi e mi ha detto: “va bene che fai un’esperienza, ma non stare per strada… Sola. Vai con qualche amica. Vai coi Papa-Boys… con chi ti pare, figlia mia, ma così no, che sembra altro, capito?”. Si è asciugato le lacrime sgorgate alle parole Papa e Boys. La prima di solito l’accompagna con una bestemmia, la seconda è inglese, come dire terreno minato, infatti la pronuncia era un po’ alla francese: boìs.
La desolazione di consigliare a tua figlia raduni religiosi di massa.
Sopratutto con quella foto che pare pulsi nel portafoglio: la piccola sulle spalle del babbo, felice, falce e martello disegnati sulle guance, ad una manifestazione.
Lì per lì ho pensato che gli costava. Poveraccio. Da quando Giacomo è partito in seminario babbo s’è concentrato su di me. Ha cercato di parlare, ogni giorno, di leggere con me il giornale, di spiegare ed ascoltare. Ma non ha funzionato. Mi si è inceppato qualcosa in testa. Come un granello che blocca un ingranaggio enorme. Non andavo avanti. Si che mi è piaciuto fumare le canne con lui, si che Janis è una figata, si che mi va andare al concertone del Primo Maggio tutti insieme (Giacomo compreso), che poi anche là, che palle per due ecstasy. E poi io avevo capito che Giacomo aveva capito. Quel cretino bigotto non s’era reso mica conto di essere fatto, s’è messo a ringraziare il Signore in ginocchio della visione, roba da vergognarmi per anni. Si alla fine cose tanto belle, ma mie? Nossignori, cose loro. Che anche Janis è morta, no? Ma mica ieri. L’altro ieri di mio nonno, cazzo.
Ho detto:
– babbo devo cercare la mia strada.
– si? In strada, proprio?
– si. Perché no?
– Perché sembri una cretina, figlia scema che non sei altro.
– sarà ma sono io la cretina, no?
L’ho detto come dire che erano fatti miei, mica volevo insultare il suo operato come padre. Anzi. Era come dire “lasciami fare” più che “non sono cazzi tuoi”. Un’ ammissione di responsabilità, se vogliamo. Ed invece chissà che ha pensato. Mi è venuto vicino ed ha sussurrato: sei tu la cretina?
Poi sempre più forte:
– sei tu? Sei Tu? SEI TU?
Era incazzato come una belva. Continuava a ripetere sei tu, poi mi ha afferrato il braccio urlando: sono io! IO! E proprio perché se la sentiva questa colpa m’ha assestato un calcio nel culo, se n’è andato e mi ha lasciato senza parole.

La mia seconda esperienza è che tra barboni non c’è mica tanta fratellanza. Anzi. Manco fosse un club esclusivo. Pezzenti. Mi spiego: c’era questo ragazzo con la chitarra, pure carino, con due cani e la chitarra. Mi avvicino e dico: posso unirmi? Questo mi guarda e ride. Vattene, mi dice. Ho della roba, ho detto. Allora resta, ha risposto. Questo capita se non parli come si deve. Cioè aveva ragione mia madre. Una volta mi ha detto che a furia di chiamare “cazzate” tutto finiva che ci diventavano. Ecco io per roba intendevo un po’ di fumo, mica chissà che. Il ragazzo dopo due ore d’attesa, io stavo accucciata con i cani che ascoltavo quel che all’inizio sembrava musica ma che via via è diventato la tortura della goccia cinese, dling dlong e quella vocetta da cretino, era notte, mi dice: andiamo a mangiare. Così siamo andati in una mensa di quelle per poveracci. Solo che ognuno aveva il suo posto. Tipo che fai per sederti tranquilla ed arriva uno che dice: no quel posto è del Moccio. E va bè, dici. No, non va bè manco per niente. In fondo e zitta. Parlavano poco, ma quando siamo usciti il ragazzo m’ha chiamato ed eravamo tipo in sette. Oddio, il fumo non basta, ho pensato. Dov’è la roba? Così subito, quasi insieme, neanche il nome. Ho portato fuori il pezzetto e mi guardavano come dire ma sei scema o cosa? Scusate, ho balbettato, un po’ anche perché qualcuno di questi aveva gli occhi strani. Mi hanno mandato a quel paese, di malo modo, eh, neanche ciao o buona fortuna.
Insomma son finita nel club Rotary dei barboni. Che poi il ragazzo mi sa che di barbone non aveva nulla. Le mani che aveva, senza la pellicina vicino le unghie. Per niente rovinate. Oddio, che vuol dire, magari è nato che ha le mani così. Ma un po’ non ci credo, insomma. Ho capito che per fare esperienza devi essere forte, ma da solo.
La vita della strada è anche questo, sapersela cavare.

Sempre che non incontri un pitt bull senza il padrone.
E che tu non abbia la fobia dei cani.
L’ho visto che veniva verso di me cavalcando, le zampe che crollavano sull’asfalto in tonfi allucinanti.
Un vitello marrone con la lingua scura penzoloni.
Un puledro con la bocca di uno squalo.
Un pittbull, insomma, e nessun essere umano all’orizzonte. Come dire:
Ma che ne so, come dire niente, io ho urlato e basta, poi mi son voltata ed ho cominciato a correre lanciando urletti striduli ed acuti, come avessi brividi fortissimi, il che era vero. Il cane quando m’ha vista scappare ha sentito che la bestia che viveva in lui era risorta. La sentivo quella bestia che diceva: che bello, si caccia, si mangia, si caccia, si mangia…
Correvo e correvo e lui quasi ce la faceva ma la paura mi faceva correre di più e veloce come mai in vita mia e filavo veloce e corri che corri ho visto la città, e le persone che escono la sera ed io correvo e dicevo addio a tutti ed il cane non mollava ed a volte mi lasciava un po’ di vantaggio, a volte accellerava che sentivo il fiato sulle caviglie, lo sentivo godere il bastardo e corri che corri sono arrivata in una piazza vicino casa e c’era una chiesa aperta e gente con le candele in mano e sono entrata correndo ed urla e voci e spintoni e sono arrivata all’altare urlando e correndo con le braccia piegate che facevano su e giù e poi sono andata verso la prima porta aperta e poi un’altra ed un’altra ancora ed alla fine ero in questo corridoio con le porticine chiuse e sono usciti tutti e c’era pure Giacomo ed ho urlato quando l’ho visto e gli ho buttato le braccia al collo e l’ho baciato e dicevo scusami, scusami ed alla fine il pittbull non c’era, ma Giacomo ed un signore mi hanno riportato a casa. Babbo quando ci ha visto insieme è scoppiato a piangere. Giacomo è restato per la notte e mamma ha bevuto il Barolo con noi.

… bello tutto sommato.
Mica cazzate, no?

 

klimt

Mi manco da solo, il mondo dei blog senza i miei post vive e bene ma mi manco. Mi mancate, tanto e so bene che andate avanti tranquillamente senza me, ma mi mancate. Sono sospeso, vivo tra la Ragione e la Follia, non distinguo l’allegoria dal simbolo, la satira dalla parodia, dormo con Raoul de Houdenc e ci parlo, pure. Ma parlo anche con Zumthor, Jauss, Lubac, Giaccherini, Ricoeur, Gadamer, Peron, Zambon, Fourrier, Paris, Drogi, Pomel, Burde, Mancini, Le Goff, Duby, San Bernardo, San Tommaso, Strubel, Jung, Bonafin, Gilson e sopratutto Lewis che se potessi l’abbraccerei e gli direi che le Cronache di Narnia fanno decisamente cagare, ma L’allegoria d’amore… quella no, quella è la rivelazione, è Ragione nel torrione principale del castello di Discernimento che mi mette in ordine i mobili.

e poi c’è Bachtin.

da
quando
è partito
una quiete dolce, un sonno.

mi sembra d’aver capito
in un secondo,
un attimo senza numeri,
il senso che sfuggiva.
I battiti
uno ad uno
rallentano,
seguono il vecchio respiro.

pezzi scollati,
bocconi aspri
di questo vetro
colorato.
Mastichiamo.

forse,
anche se,
non si parlava da tanto
quel poco, l’infanzia,
basta,
per un saluto.

Le vetrine luccicanti dei negozi, aperte come bocche senza denti che inghiottono uomini e donne, vecchi e bambini, che vomitano buste da cui sporgono nastri in riccioli dorati, ecco cos’è per me il Natale. Io son qua con il mio cartello dieci ore al giorno, pagato a cottimo. Illuminato dal lampione dal fusto verde, uguale ogni giorno a se stesso, un albero di ferro indifferente. Odio questo vento gelido che ghiaccia le orecchie, odio la pioggia fredda che scricchiola sul cartello, odio il vapore appiccicoso di queste giornate da maratoneti dello shopping, odio la falsa ipocrisia di chi mi risponde non ho niente. Che io lavoro, cazzo, non chiedo mica l’elemosina. Se poi vi va di seguire il consiglio riportato sul cartello (“panino tipico+patatine+bibita a cinque euro), fate pure, non ne trarrò guadagno ulteriore, mi pagano dopo le feste, tutto compreso.  Sempre meglio del rincoglionimento subito durante l’addestramento non pagato per diventare un “formidabile” call center. Ho piantato tutto quando il team leader, il capetto di zona, mi urlava contro di finire in due minuti mentre il cliente sbraitava e nella stanza neanche una finestra vicina, l’aria che puzzava di plastica riscaldata, e dovunque guardassi vedevo bocche che ripetevano la sigla dell’azienda. Dunque, viva il cartello. Per le feste non è male, è un lavoretto che m paga giusto l’affitto, che mi copre il necessario perché passi dal tempo tra un prestito e l’altro. Forse i miei l’hanno capito, vedi la telefonata di ieri. Ma anche dormire tranquilli non è male. Anche se le ossa urlano.

Mi piacerebbe salire sui tetti e vedere questi branchi di compratori dall’alto. Ammirare le direttrici che partono dalle periferie per arrivare in centro, seguire i punti che si allontanano e si riuniscono, in girandole veloci che defluiscono lente, sorridere ai gabbiani infidi, affacciarmi senza paura sul vuoto che attende. Senza nessuna paura.

la catena per cui lavoro sta in tutto il mondo, e dappertutto. Nelle piazze come negli aeroporti, nelle autostrade e (non ci crederete, ma è così) e vicino ai cimiteri, tra un centro commerciale e una discarica. Misteri del marketing, onniscenza dei manager. Ha un marchio facilmente riconoscibile cui qualche furbo ha associato un pupazzo colorato che  i ragazzini adorano. Sapete quelle robe colorate dalla specie indefinibile? Che so metà delfino, meta muflone, un casino della natura con gli occhi a spillo ed un becco simpatico e morbido. Ecco. Quel mostro partorito dalla creatività malata di un pubblicitario cocainomane è più di una mascotte: è il marchio, il segno, è l’affetto che provi nel guardarlo mentre la glicemia va alle stelle, è il sorriso del tuo bimbo obeso, è mangiare senza pensare, è più che nutrirsi, è il senso piacevolmente untuoso del consumare, quell’ebrezza sottile ed acuminata che passa dalla pancia, che abita nell’amigdala, che vive della frustrazione più grande che un essere umano deve sopportare: la mortalità. Per questo io il coso lo chiamo il morto. Se fossi credente forse urlerei vitello d’oro. E forse anche marcite tutti nelle fiamme dell’inferno. O svegliatevi. Va be’ quest’ultima credo che se la siano aggiudicata altri.

la catena per cui lavoro scrive panino tipico, ma il cibo non è selezionato, la carne è scadente, e di tipico ci sono solo gli immigrati che ci lavorano. La salsa è in polvere, le verdure sono fritte nel grasso, il pane ha la stessa composizione del chewing gum, e sotto un etto di cipolla cruda bianca geneticamente modificata per puzzare mangereste anche la carcassa di un gatto. Io l’ho mangiato una volta sola: per poco non mi ricoveravano. Qualcosa aveva fatto iterazione con il chinotto. Dai sintomi sembrava un nuovo virus, del ceppo ebola. Era un’intossicazione. Pensare che una parte della paga mi va via in panini. Bastardi di merda.

mentre staziono col cartello, fumo. Dio mio come mi guardano. Sembra che rubare sia più accettabile socialmente. I fumatori sono un nuovo capro espiatorio. Che il loro sangue grondi dalla gola, se lo meritano. Bei tempi quelli in cui la pubblicità mi sussurrava che ad essere un vero uomo, quello delle praterie, che sgozza puma con lo sguardo, cinturone in vita e pistola nel fianco, mi mancava solo una biondissima, amarissima sigaretta. Tempi in cui questa affascinante appendice della mano emanava il fumo necessario affinché una donna intravvedesse nel mio viso ah! mistero! ah! fascino. Ora mi schivano, e scrutano le dita alla ricerca dell’inconfondibile macchia giallina. Ma fumo comunque ed ascolto. Andiamo mamma! Mangiamo il panino (l’ubbidiente). Andiamo babbo! Voglio un panino (il viziato). Si mangia il panino (questo l’abbiamo perso). Per piacere? Per favore? Dai? Mangiamo da xxx? Ti prego? (figlio che ringrazierà i genitori, aspetta qualche anno e vedrai se non ho ragione) C’è l’offerta! Chiamo anche X? (pochi soldi). C’è l’offerta, su ragazzi che poi si va da Gucci (?). Non ci voglio andare mamma, fa schifo! (difficile potersi vantare d’aver visto un nobel in tenera età, ma a me è successo). Voglio il pupazzo (eccoti qua, sapevamo come trovarti), che sarebbe quello che sento più spesso.  Mi guardano, guardano la mia sigaretta e si schifano. Io sorrido e la butto (sensi di colpa) e dopo un minuto ne ho acceso un altro (fanculo i sensi di colpa). Questo è il mio unico vizio, mi dico. E continuo ad ascoltare.

Vorrei salire sui tetti e dare un senso, sistemare certi spazi, come da piccolo nella città dei Lego. Vorrei che si fermassero per un po’ tutti. Mania d’onnipotenza mi dice una vocina.

Vorrei salire sui tetti e anche non potendo sistemare nulla, capire ed accettare le traiettorie di questo fiume ansimante, scalpitante, vorrei salire e vedervi tutti più piccoli, per un minuto o due e così ridimensionare questi giorni. Anche da lontano il vostro passo è pesante, anche dai tetti minacciate come dei. Anche da qui ho paura. Dire che a me piace vivere.

vorrei salire sui tetti.

(no, non lo fare)

Dl freddo, in nuvolosi fronti bui che circondano la casa fino a esplodere in temporali, non ne avevo memoria fino a stanotte. Alle quattro ho sentito la circolazione, vittima anche di un tabagismo demodè, rallentare alla rotonda delle rotule per vasocostrizione. Avevo i piedi freddi, il naso gelido e tutto questo sentirmi Messner mi ha fatto riflettere su quanto io dimentichi in fretta. Al caldo untuoso, distribuito in infiniti piani per metri cubi di canicola, si oppone il punto freddo, nelle rette infinite degli spifferi assassini, l’ombelico della vasocostrizone, l’alibi anglosassone per l’alcool.

C’è che quando cambia la stagione mi sento punto tranquillo, ne.

– Seu pittiu ancora, ma certas cosas das cumprendu¹!

Questa, momentaneamente, era la frase preferita di Antonio. Si sforzava inutilmente di far capire agli altri che quel che raccontava era vero, che non aveva sognato dopo quella colossale mangiata di fichi vicino la vigna. Non poteva che essere vero. Si era pizzicato più volte ed aveva vomitato qualche seme mentre correva via dal Fosso. Ma neanche babbo e mamma ci credevano. Loro che però credevano che Gesù diventava pane, ogni Domenica.
– Non lo devi dire!
Arrivava uno schiaffo di Aristodema, la sorella più grande che voleva diventare suora, più per timidezza che per vocazione.
– Si che lo dico!
I passi di Mamma, leggeri nelle pantofole, si avvicinavano come battiti d’ali, sembrava quasi frullasse leggermente nel frenare.
– Sta ancora bestemmiando?
Aristodema arricciava il naso, quell’odiosa smorfia che credeva la rendesse più grande mentre la rendeva solo tzega², ed invece era bellissima quando correva ridendo per acchiapparlo:
– dice che Gesù non diventa pane, o che il pane non diventa Gesù, insomma; ma crede di aver parlato con una volpe, lui.
Al lui aggiungeva un altro schiaffo sulla nuca.
Strunza! Gridava Antonio. Sfuggiva alle braccia dure e profumate di mamma per scappare, lontano da casa, lontano da tutti.

– Ma è vero che hai parlato con una volpe?
Era abbastanza difficile avere a che fare con Aristodema e mamma e la Chiesa, ma con quel cretino di Pappagiarra era come spazzare foglie in un giorno d’autunno, col maestrale.
– Chi te l’ha detto?
Rispose Antonio, tra i denti.
Insieme, uno sottovoce, l’altro quasi gridando, come fosse lontanissimo, dissero: tuo babbo. Perché babbo non ci riusciva proprio a non dire niente. Buccaccia peggio delle femmine. Anzi non era neanche vero che le femmine parlavano così tanto. Erano più… delicate, su certe cose; a loro piaceva dire tutto piano, tubando, nel segreto degli angoli. Suo babbo era come il bando di paese. Gli mancava la sirena. Gli bastava la vernaccia.
– Ehia, ho parlato con una volpe. Te la presento?
Pappagiarra indietreggiò.
– Che pensavi, coglione? Che mi facesse paura dirlo? Tanto lo so che finirete per mettermi di soprannome su scemmu chi hat chistionau cun su mnaxai³ . Me ne sbatto.
Ci fu una pausa. Lunga. Pappagiarra si masticava la guancia guardando giù dal dirupo, verso il paese. Non c’era nessuno.
– È troppo lungo.
Disse Pappagiarra.
– Cosa?
– Il soprannome. Al massino mnaxianeddu, o solo su scemmu. Ma uno così lungo, no.
Si sedette vicino a lui. Erano sull’erba dell’altopiano, non una nuvola.
– Com’era?
– Chi, la volpe?
– Eh.
Pappagiarra prese un filo d’erba e lo masticò. Significava ascolto.
– Mi prometti che non vai in giro a dire tutto?
– Promesso.
– Su cosa?
– Quello è giurare, però.
– Allora giura.
– Giuro.
– Su cosa?
– Torrat. Non lo so, dimmelo tu.
– Su Gesù che diventa pane la Domenica.
Pappagiarra lo guardò sbigottito.
– Ma non è che è peccato?
– Sicuramente si.
– Allora lo giuro.
– Era grande come un cane da pastore, rossa e bianca. Finito.
Pappagiarra prese un sassolino dall’erba. Lo rigirò in mano e poi finalmente lo mise in bocca.
– ma perché lo fai?
– Cosa? Masticare le pietre?
– Eh.
Pappagiarra, sputò il sassolino.
– io ti dico perché mangiò i sassolini e tu mi racconti cosa è successo con la volpe.
Antonio aveva voglia di fregarsi le mani.
– ma prima giura che non lo dici a nessuno, Antò.
– Su cosa?
– Su quello che hai detto tu, su Gesù che diventa pane la Domenica.
– Giuro, giuro.
Pappagiarra lo guardò dritto in faccia, poco convinto. Poi sospirò, rimise il sassolino in bocca e proseguì:
– perché una volta ho visto un cane che lo faceva, un cane malato. Non è morto, dopo. Credo. L’ho visto in giro per un po’, poi è sparito. Così quando sto male mangio pietroline. Mi fanno bene. Mi passa tutto.
– Ed ora perché le mangi?
– Perché non sto bene. Mi fa sempre male la pancia.
– Saranno le pietre.
– No, anzi, quando le mangio mi passa, te l’ho detto.
– Tutto qui?
– Tutto. Mangio le pietre. Finito. Tocca a te. Allora?
– Allora… sabato ti ricordi che era bel tempo? Io ero in vigna che dovevo aiutare babbo. Ma babbo aveva bevuto un po’ e non mi voleva vicino. Diceva che lo innervosivo. Allora sono andato al Fosso, sotto il fico dei Saline ed ho riempito un cesto di fichi e poi siccome mi stavo annoiando a morte li ho mangiati tutti.
– Quanti erano?
– Boh, fai cento.
– Cento fichi?
– Almeno. Comunque, poi mi sono addormentato e babbo deve aver pensato che ero tornato in paese perché non mi ha cercato…
– E quando ha visto che non eri in paese?
– Non lo, non mi ha detto nulla. Mi ha solo preso in giro.
– Non ti ha cercato?
– Mi avrà anche cercato all’inizio. Ma non credo. Non lo so, io mi ero addormentato. Quando mi sono svegliato non c’era più, ed era quasi buio. E a fianco a me c’era una volpe.
– Rossa e bianca.
– Ehia. Grossissima. Con la faccia puntuda che sorrideva.
– La volpe sorrideva?
– Ehia ed era anche tutta felice, secondo me. Io mi sono spaventato e mi sono alzato. Lei mi ha detto, dove vai, delinquente? Ed aveva questa voce, tipo quella di babbo, che mi chiama delinquente ogni volta che torna dal bar. E le ho detto: guardi signora volpe, vado a casa. E lei mi ha detto io non so se casa tua c’è ancora. Mi sono spaventato ed ho guardato verso paese. Non si sentiva nulla. Si che c’è signora. Forse no. E mi stavo anche scocciando, ma ho fatto il gentile, ed ho detto sarà come dice lei, ma io vado. Allora ha messo una zampona sul piede e mi ha fatto avvicinare. Puzzava anche come babbo come quando torna dal bar. Ma tuo babbo ci va al bar?
– No. Dice che gli fa male.
– Ha ragione, fa male.
– Eh ma lo criticano anche per questo.
– Non fa nulla se è per quello. E cosa fa di sera?
– Resta con noi e dice che ci aiuta a studiare ma non ci riesce molto, si addormenta subito.
– Eh ma resta con voi.
– Balla, era meglio se usciva così facevamo quel che volevamo. Dai però.
– Eh, si, allora. Era vicinissima e mi diceva di stare calmo, ma io non ci riuscivo, tremavo e non vedevo bene, mi sentivo male, ero confuso, e mi veniva da piangere. Non so se se n’è accorta ma ha cominciato a cantare piano, una canzone che mi cantava babbo quand’ero piccolo. Allora mi sono avvicinato e lei… ha aperto la bocca, come se volesse mangiarmi.
– Ma davvero?
– Ehia. Sono scappato velocissimo dal Fosso. Quando sono arrivato a casa c’era mamma che piangeva.
– Tuo babbo?
– Boh. Forse era al bar.
– Mah… a me hanno detto altro.
– E che cosa?
– Che tuo babbo era disperato e che ti ha visto correre verso paese ed era tutto il giorno che ti cercava e tu quando l’hai visto l’hai preso a colpi e piangevi e gridavi.
– Io?
– Mmh.
– No, babbo era al bar. Lo so. Gli piace stare là. Non mi ha cercato. Stava bevendo. Io sono fuggito.
– Bah, vabbe’ io già ti credo.
Pappagiarra afferrò un arbusto per mettersi in piedi.
– vieni a vedere un gufo morto?
– Chi ce l’ha?
– Mario su scimpriau.
– No, resto qua ancora un po’.
Antonio rimase sul monte a guardare il paese. Dietro di lui, una grossa volpe rossa e bianca nascosta dietro un masso, gli sorrideva, poi corse via, saltellando.

Note
1) sono ancora piccolo, ma capisco certi fatti.
2)antipatica
3) lo scemo che ha parlato con la volpe

ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte da contratti interinali di sei mesi
Rabbiose nude affamate di stabilità, fingere sotto il cielo del Sud che resistere non sia l’unica soluzione,
un biglietto low cost solo andata dietro la schiena,
mascherate da speranza, menzogna, frenulo del dna,
risucchiate dal consumo
Contemplare il chiarore di mattini operai
figli di regimi mediatici
illuminati da rettangoli magici di
vite finte e strazi responsabili
Ho visto ciglia finte di vent’anni sventolare gambe per infinite strade senza marciapiedi
morire di perché sudati, su ciuffi ferrosi di uomini scavati da un’icona,
venuti alla sera sul seno di straniere senza nome
rinvenuti nelle case senza gradini, resuscitati dalla confessione, in piedi sui banchi di chiese
per famiglie, ad un passo dal centro commerciale.
Ho udito l’urlo di generazioni passate stridere sui denti di uomini interamente bianchi
Benedire qualsiasi cosa in nome di dei snaturati dalla fede ignominiosa dello scambio
Senza pietà alcuna per anime fiammeggianti,
schiuse appena al mondo come pupe, bave di seta dalle loro bocche
Mute d’occhi e di lingue in posti sbagliati
Leccare senza fine
Il culo di un vecchio mondo che cambia
di rivoluzione ad involuzione cronica, dissenterica,
mobile svolgimento in cinque minuti d’evoluzione sfinterica
Ho visto madri abbigliarsi di specchi in cerca di altri sorrisi famelici, provviste di giustificazioni scarne,
controfirmate da mariti
e figli
accanirsi sul ferro di carrelli da spesa
lucidi scheletri provvisti d’anima momentanea
Ho visto la paura di mani tremanti, salire per corpi addobbati,
invadere spazi per opporre calore alla tecnica,
per piegarne l’asso ai piedi senza mutar di colore, non cambiare di carta su scala vincente, ed esser scartati.
Ho visto quelle mani frantumare giorni
di cristallo e risorgere
senza l’aura dei santi.

Liberamente ispirato a the Howl di Allen Ginsberg che potete trovare qui.

 

Mi sono laureato con centodieci e lode, un giorno di marzo, mia nonna piangeva.
Le ho detto: fai bene, nonna.

Sono uno che vive di tre mesi in tre mesi, ancorato ad un’agenzia che mi telefona quando gli pare, ma che non risponde mai. Sono uno di quelli che hanno studiato per anni e che per anni prenderanno in giro. Viola stamane mi ha sussurrato all’orecchio: andiamo via. Ho stretto i pugni e le ho sorriso. Mi ha guardato fisso, un’espressione che mi ha spaventato. Questa volta se ne va lo stesso. Le ho carezzato la mano, tremavo. Avrei voluto accendere la stufa, ma poi la bombola finisce subito. Avrei voluto dirle qualcosa. Ma non mi veniva che da sorridere. Anche quando l’ho sentita che tirava su col naso. Le porto qualcosa da lavoro, ho pensato. Se la trovo ancora qui.

Il brutto del mio lavoro è che potrebbe farlo chiunque. Non è necessaria la laurea. Perché non impari nulla. Si, magari devi argomentare, devi saper intrattenere una conversazione , ma alla fine per fare il commesso va bene anche la licenzia media. Con tutto il rispetto, eh.
Sono al banco panetteria. Almeno il profumo è buono, se non fosse che è tutto chimico. Ma si fanno focacce e tutti i tipi di pane e dolci e torte. Quando la mattina allestisco la vetrina mi viene un nodo in gola. Avrei voglia di buttare tutto all’aria e di urlare. Invece sorrido e metto dei rametti d’alloro che sanno di campagna, di buono e genuino.

Viola fa la ricercatrice all’università. Lavora tutto il giorno. Avrebbe potuto guadagnare qualcosa in più all’estero. Ma io non parto. Lo sanno tutti: io non voglio partire.
Ogni notte, prima d’andare a letto, mi giro una sigaretta e resto davanti alla finestra, al buio. Penso: ce la faccio. Ma sento nello stomaco un vuoto che mi trascina giù, come avessi ingoiato del piombo. Sento che mi manca il tempo, mi mancano le forze, mi manca la fiducia ed alla fine non mi resta che guardare le luci che si spengono, una ad una.

Il cammino da lavoro a casa è la cosa più bella che mi capita in tutta la giornata. A volte vado a piedi e al ritorno mi fermo sul ciglio della strada a guardare sfrecciare le macchine. Una volta, l’ultima volta che mi hanno rinnovato il contratto, sono rimasto là tutta la sera. Ero seduto per terra, mi abbracciavo le ginocchia. I fari delle auto illuminavano un breve tratto d’asfalto davanti a me. Una striscia grigia costellata di gomme nere. L’aria puzzava e la notte scendeva come una coperta, come la mano di chi ti vuole bene. Era così bello e pieno sapere, per una volta, cosa esattamente vuoi fare, cosa puoi fare, misurare le forze, avere una possibilità.

 

Viola mi tiene la mano quando me lo chiede. Io non parto, rispondo. Sono calmo, sono freddo, forse. Lei si passa la mano tra i capelli, si accarezza il viso, sospira. Io non parto, lo sanno tutti. Non c’è un perché. Non ho paura, Viola, non ho paura. Non voglio lasciare questo posto. Non voglio ricominciare, non voglio lasciare quelle finestre, le vedi? Non voglio arrendermi, non voglio, non ancora. No, tu parti. Parti e vedi com’è. Fai quel che devi, fai quel che puoi.

 

La notte, le macchine sono meno. Una puttana mi ha detto d’andarmene. Le ho risposto che un collega non si tratta così. Ma sono andato via lo stesso.

Viola chiama al cellulare almeno dieci volte al giorno. Mi racconta dei posti di lavoro che ci sono, delle casette dove potremo andare a vivere. Sento che è felice, che ha tutto quel che vuole. Non è così per me. Io non riesco a vivere senza sentire mia la terra. Il lavoro è lavoro, mi dicono tutti. Non so mai cosa rispondere. Non so perché ma quando penso ad andar via mi viene in mente il reparto macelleria. Mi sentirei fatto a pezzi, carne e sangue, non saprei dove andrebbe a finire il mio me, non saprei cosa farmene di uno nuovo, che non conosco. Non sono uno curioso. Sono solo uno che non riesce a ricominciare. Io ammiro Viola. Quel mettersi in discussione, quella voglia di riuscire a farcela comunque. Ecco io, il comunque.

Il supermercato deve ridimensionare. Mi tagliano. L’agenzia non risponde, il caporeparto mi dice che è meglio mi guardi in giro. Lo faccio e vedo montagne di pane, cataste di filoni e rosette, ammassi di dolci e torte e farina e sale ed acqua. Vedo e sorrido.

Il mio ultimo giorno al market lo passo a pulire la vetrina.
Sistemo il pane e l’alloro, metto i sacchetti con la scritta farina in evidenza e mi preparo.

La torta è saltata per prima. Ha fatto BUM, come nei cartoni. Colpa della panna, tutti quei grassi hanno attutito. Poi è stata la volta delle rosette. Una ad una. BUM BUM BUM BUM… Poi gli sfilatini. Ma il meglio stava nei sacchetti di farina. Sono esplosi come si deve, hanno spaccato le vetrine e qualcuno s’è preso un bello spavento. Ho urlato: chiamate aiuto! Poi ho preso di corsa le scale, sono fuggito dall’uscita di sicurezza e sono arrivato in strada. Correvo e sentivo le macchine passare veloci. Le guardavo di fianco e pensavo non sarà doloroso.

Invece lo è stato.
Sopratutto all’inizio. Sapete, il caos della città, lo stress, la paura, la lingua. Poi ci ho fatto l’abitudine, anche al fatto di piangere a volte, la notte, mentre Viola m’indica le finestre illuminate e ride. La nostra casetta sta vicino un bosco che pare che ti guardi. Ci passo la notte, quando torno dal lavoro. Ho perso la causa, ma mi è andata bene lo stesso. Qui mi occupo di quelli che come me arrivano da un paese dove si sorride troppo, per troppo poco.

 

– Rosa?
– si?
– hai pulito i bagni?
– si.
– come?
– col detersivo.
– ah ah rosa. Ah ah.
– …
– Non ridi?
– non so, non capisco.
– Io rido. Ti pago per pulire, non per girovagare per casa.
– si, lo so.
– No che no lo sai, rosa.
– non lo so.
– non mi prendere in giro, rosa.
– no.
– voglio i bagni splendenti, rosa, hai capito? Devono splendere. Non so se qualcosa splende al tuo paese, ma al mio, i bagni devono…
– splendere.
– brava rosa.
– ecco, visto che ci siamo… questa settimana mi paga?
– Rosa!
– vado, vado.

– Rosa?
– si?
– i soldi.
– grazie.
– ti ho trattenuto le ore che in cui non fai nulla.
– ah.
– si, beh, no pagare per quando tu grattare i coglioni, rosa.
– ma…
– eh rosa, tu la sai lunga.
– si…
– ecco brava, vai ora… vai!
– vado…

– Rosa?
– si?
– lo specchio ha un alone.
– non è vero.
– Come ti permetti?
– ma perché non è vero.
– Rosa che cazzo devo fare con te? Me lo dici? Non sei una brava persona, non sei grata. Ma che devo fare? Ma che facevi al tuo paese?
– Insegnavo…
– Lo so, lo so, la so questa balla che insegnavi matematica. Ma che pensi che ci credo? Ma vammi a lavare lo specchio, va.
– si, vado.

– Rosa?
– si?
– d’ora in poi chiamami Franca davanti alla gente, va bene?
– come? franca?
– FRANCA, non franca, e non tenere quegli occhi bassi da cane, va bene?
– va bene, franca.
– no hai capito, rosa. Non ora. Quando c’è gente.
– C’è suo marito.
– quello non è gente. Quello è il padrone.
– …
– ed io sono la padrona, in casa. Ma fuori sono la cara Franca. Va bene? Capito? Bene?
– bene.

– ROSA? ROSAAA?
– si, arrivo.
– devo chiederti una cosa.
– cosa?
– tu hai figli?
– si.
– ti mancano?
– si…
– ecco. Lo sapevo.
-…
– cerchi di fregarmi eh?
– no.
– allora come ti spieghi questo?
– sono i bambini…
– i bambini che disegnano te. I bambini che dicono che stanno con te. Te, non noi, Rosa.
– sono bambini tristi…
– fatti i cazzi tuoi, rosa e impara: qui i bambini non si corrompono.
– si.
– ed ora a lavorare. Lavorare.
– si.

– Rosa?
– …
– Rosa?
– …
– Rosa dove sei?
– …
– Rosa? Che fai, disgraziata? Rosa? Rosaaa? Aaah! Mio Dio! Ma che cos’è? Mio Dio, bambini. Che succede qui? Vi slego subito. Che succede? Chi vi ha messo a lavorare? Rosa?
– era un gioco, mamma.
– dov’è? Dov’è? Lo sapete?
– …
– sapete dov’è? bambini!
– …Rosa è partita. Dice che ora puliamo noi la nostra merda…
– BAMBINI!!
– …E dice che puoi metterti i soldi, uno ad uno su per il culo…
– Mio Dio, bambini miei!!! Mio Dio!! Basta…
-… e che quando può torna a prenderci.
– CHE?
– Speriamo! Mamma, speriamo. Ora vai via che dobbiamo pulire, o non torna più.

Quando è tornato il capitano Nero ci aspettavamo la tragedia.

Sono morti tutti. Tutti, a parte lui. Per quel fatto dell’immunità. Eravamo devastati dal dolore. Una comunità in lutto. Il Presidente ha convocato un’assemblea. Stavamo nel Grosso Buco, una folla assiepata sulle pareti, nel soffitto. C’era chi piangeva. C’era chi urlava. Poi ha parlato il Presidente:
– Oggi è un giorno di lutto. Oggi piangiamo i nostri cari. Oggi riflettiamo. Ma domani sarà diverso, domani cambierà tutto, domani sarà il giorno della svolta, il grande giorno in cui ci ribelleremo. E nessuno potrà più fermarci. Nessuno più. Abbiamo messo a punto l’Arma. Abbiamo finalmente una risposta. Abbiamo qui, oggi, IL CAMBIAMENTO.
Eravamo muti, qualcuno strofinava le zampe, qualcuno era commosso. Poi, dai meandri del Grande Buco è uscito LUI.
Un’ovazione l’ha accolto, uno stridio che cresceva fino a fischiare.

 

– Cazzo è?
– Dormi, amore.
– Ma lo senti?
– Cosa?
– Questo fischio?
– Sei stressata, amore. Dormi.
– Io lo sento…
– Dormi.

 

LUI è come il capitano Nero. Fa parte della sua prole, è anche lui modificato, ma meglio. É grosso tre volte più di noi, si mette in piedi ed ha ali abbastanza robuste da volare per ore. LUI ci salverà. Il Presidente ha detto che ne stanno preparando altri e che fra poco avremo un esercito, un’intera squadra di Blatte Gigantis Modificatae che si prenderanno cura di noi povere planetarie e di quelle schifose delle campagnole, quelle stronze nere, che non hanno ali e sono lente come fossero vecchie. Dobbiamo procurare più ftalati. Non ci vuole poi molto. Gli umani adorano i detersivi e tutto quel che serve a pulire, nettare, disinfettare. Non amano neanche il loro odore. Non amano le loro secrezioni ed usano l’acqua come ce ne fosse da vendere. Oddio non tutti. Quando arrivò il contingente dalla nave straniera ci raccontarono di un mondo dove le blatte sono ben trattate, e dove l’acqua scarseggia. E il capitano Nero dice che alcuni umani ci mangiano. Comunque, adesso dobbiamo lavorare, andiamo in settanta e ci prendiamo quello che vogliamo, tutto quello che ci serve.

 

– amore?
– si?
– dove hai messo il Pulizioso?
– non l’ho toccato.
– ma qui non c’è, in bagno neanche.
– ti sarai dimenticata di comprarlo.
– cazzate, amore, c’era ieri.
– amore, cazzate lo dici a tua sorella. Se non c’è, non c’è.
– mia sorella non c’entra amore.
– era per dire.
– amore?
– eh?
– scendi a prendermi il Pulizioso?
– E che cacchio amore, sono stanco.
– per favore…
– vado.

 

Abbiamo tutto quel che serve. Stanno crescendo. Si stanno evolvendo. Sono quasi pronte.

 

– AAAAHHHHH!!!!
– Amore?
– AAAAHHHHHHH!
– Amore ma che cazz… AAAAHHHH! CHE CAZZO SONO?
– Non lo so! Chiudi chiudi la porta. Aiutami amore, aiutami, si mettiamolo davanti.
– Chiamo la disinfestazione?
– Ma le hai viste? Io chiamo i vigili del fuoco.
– Hai ragione, amore. Corri. Resto di guardia col portone aperto.
(AAAHHH…. AAAAAHHH… urla da tutto il palazzo)
– le avete anche voi?
– si.
– hanno morso mio marito!
– che cosa?
– l’hanno morso, l’hanno morso, ho chiamato l’ambulanza.
– ma che cazzo…
– Ehi, voi! Il figlio dei Saline è stato morso da una di quelle blatte. Dicono che stia morendo…
– CHE?
– …
– Dobbiamo fuggire. Amore andiamo via.
– Arrivo, tienimi stretta, ti prego. Ho paura.
– Anch’io.
– Ragazzi, dove cazzo andate? Barricatevi in casa, in strada non è possibile andare.
– perché? Che succ…
– Non si può camminare.
– Ho chiamato la polizia…
– ne stanno parlando in TV!!!
– “… il ministro dell’Interno ha decretato lo stato di massima allerta…”
– “… salgono a ventisei le vittime delle Blatte Giganti…”
– “… vomito, convulsioni, coma, fino alla morte…”
– amore?
– dimmi…
– lo senti?
– cos…? …si, amore lo sento. Il fischio.
– quel fischio.
– amore, non piangere.

 

Abbiamo urlato di gioia, tutte insieme, tutte.

il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca
il mattino ha l’oro in bocca

Da quando sto in questo albergo non sto mica tanto per la quale…

Ieri sono uscita con degli amici, siamo andati al pub, ho bevuto un sorso d’acquavite ed ero brilla, brilla bella stella. Il pub era strapieno, tutti precari: come stai? per ora bene; per adesso mi dai un montenegro? raggiungici, per ora siamo qui al pub, lavoro in un istituto fino a Febbraio, poi no so; questo mese pago la rata della macchina, speriamo anche il prossimo; mi è arrivata la bolletta dell’enel dunque per questo mese mangio pasta e burro. Tutto un mondo che vive per poco, tanto che si è precarizzata anche la vita sentimentale, e le amicizie: stiamo insieme da quattro anni, per ora; ho conosciuto un ragazzo che momentaneamente mi piace; mi trovo bene con le inquiline di Ottobre; facciamo l’amore per cinque minuti; credo che l’anno prossimo partirò in Danimarca per fare il ricercatore. Silenzio. Dal bancone: Chi cazzo ha usato il futuro? Stiamo zitti, guardiamo il colpevole. John, studente Erasmus. Scusa John, non avevo riconosciuto la voce. Niente, scusate voi ragazzi, è l’abitudine inglese. Non è colpa tua, John.

Con questa situazione precaria è difficile avviare conversazioni che durino senza lagnarsi o parlare di politica. Ogni tanto ci si riesce ed è la felicità. Poi capita che arrivi Samuele, e la serata declina. Samuele è uno che ha soldi, figlio di babbo notaio e mamma docente universitaria. Studia giurisprudenza, come la sua casta gli impone, e gli piace uscire tra i precari perché non riesce ad accettare il fatto di essere ricco. Dice che gli viene il panico quando pensa alla sua vita. Tutto già deciso: casa, lavoro, vacanze. E del presente non se ne fa nulla: all’università il suo cognome è conosciuto, passa gli esami in cinque minuti, il tempo dei saluti a casa. Non lavora, se non si considera lo shopping, ovviamente. Samuele prova ad essere come gli altri, ma non gli riesce. Dunque paga pegno offrendo da bere. Anche se poi quando parla all’indicativo certo, del suo futuro stabile noi ci si sente tutti male. Non è invidia è solo voglia di qualcosa di buono.

Dal Bastione vedo tutto il mondo che mi serve. L’universo polveroso in cui ho deciso di vivere. E di lavorare. Qui studia mia figlia qui hanno seppellito mia moglie, qui vive la mia attuale compagna. Da qui sono partito e qui, alla fine, sono approdato. Lavoro per conto di persone che non conoscete, perlomeno non come le conosco io. Sono un killer professionista. Niente romanticismi, sentimentalismi, durezze spiacevoli ed inutili. Non è un mestiere come un altro, ovvio. Ma a tutto ci si abitua. Prendiamo mia figlia: quando sua madre è morta non voleva andare al cimitero. Piangeva come una dannata, si attaccava al cancello di casa, alla portiera della macchina. Uno strazio. Ho insistito, ce l’ho portata tutti i giorni: dopo scuola, all’ora di pranzo, quand’era affamata. Scalpitava furiosa, gridava, si picchiava da sola. In capo a due settimane di visite, era abituata. Calmissima, sistemava i fiori vicino la foto della madre. Serena dice rassegnata. Ma sbaglia. La rassegnazione non aiuta a superare un problema. L’abitudine, la reiterazione di un gesto, anche doloroso o difficile -come mangiare cibi dall’odore repellente o dal sapore disgustoso- è la più grande risorsa che abbiamo. C’è chi mi ha detto: inaridisci. Non è vero. Ho una figlia ed una compagna, so che vuol dire amare, conosco il timore di perdere e la consapevolezza d’aver perso. Il mio lavoro non ha nulla a che fare con l’amore, con la vita. Sto in un altro ramo.
Alla fine si, per me è un mestiere come un altro.
Prendete stavolta: mi hanno chiamato per un ragazzino. Qualcuno si è rifiutato. Lo so, perché è una cosa facile, se non contate l’età. Per qualcuno che vuole una coscienza, è roba difficile. C’è chi si vuole schierare. C’è chi ha bisogno di sapere da che parte sta il morituro. Se ha fatto danni, insomma. Vai a a fare lo sbirro se credi nella giustizia. Se pensi che c’è chi sbaglia assolutamente, se sei sicuro di stare da una parte. Parte di chi?
Fanculo al Bastione, ogni volta mi perdo in cazzate.

Arriva il ragazzo. Età merdosissima la sua. Brufoli e baffetti radi, spalle piccole, mani che s’acchiappano le palle ogni tre passi. Sarà sui diciassette. Fuma, pure.

A casa Serena mi aspetta in lacrime. Mi spavento. Che succede? ´E successo qualcosa a Natalia? No, no, è che… Che cosa? Serè, calma, su, vieni qui. C’è un topo in casa. Un cosa? Che cosa hai detto? Un topo, amore, un topo enorme. Dov’era? Dove sta? un topo nero, una cosa grossa… Dove l’hai visto? L’ho visto… nella camera di Nati.
Vomito con la testa nel cesso, dentro. Un topo di merda. Una di quelle bestie schifose. A casa mia. Serena mi porta dell’acqua. Vado in cucina, la mano mi trema. Respiro profondamente. Stai qua le dico.
Vado nello studio, prendo dalla teca il fucile. Armo il fucile. Esco col fucile, urlando: Serena stai ferma là. Non ti muovere, non fare un passo, non dire nulla. La sento piangere: Amore ti prego, chiamiamo la disinfestazione! Ti prego! Disinfestazione un cazzo! Non faranno un cazzo! L’ammazzo cazzo! L’ammazzo quella merda! Serena piange, io entro nella camera di Nati senza far rumore, il fucile puntato, l’occhio vigile, la mano pronta. C’è silenzio. Aspetto, appostato. Aspetto. La mano mi suda, la fronte è bagnata. Dovremo cambiare i mobili, ricomprare le cose di Nati. Tutto, ma esci bastarda bestia di merda. Sento un fruscio sul letto, sparo in direzione del materasso. Una macchia rossa si allarga sulle lenzuola. Preso.

Il ragazzo guida un’auto costosa. Dunque ha almeno diciotto anni. Non me ne frega nulla. Oddio, mi si abbassava la statistica. Ho la media del quarantatré. E qualche topo. Un brivido mi sale lungo la schiena, freddo. Siamo al porto. Il ragazzo scende, io parcheggio ed aspetto. Parla con due tizi grossi, sembrerebbero due operai. Mi fermo da Tullio, uno della Guardia di Finanza che conobbi a Roma, sardo anche lui, dell’interno. Sta nel suo ufficio, scartafacci e fogli appallottolati ovunque. Ohilà! Che ci fai? Come stai? Ma nulla, dico, passavo, noi pensionati non sappiamo mai che fare. Ride: beato te! Poi diventa serio. Scusa, no, scusa, non mi è venuto in mente. Faccio cenno con la mano di lasciar stare e guardo fuori: il ragazzo fuma ed aspetta. Resto da Tullio a chiaccherare, ci prendiamo un caffè. Al mio ritorno il ragazzo è ancora lì. Sorrido. Tullio è in gamba, memoria corta a parte, ci sa fare, una brava persona. Il ragazzo stanotte muore.

A casa ci sono i carabinieri. Ovvio, per lo sparo. Serena mi ha mandato un messaggino. Arrivo in un attimo, spero che ci sia Polliti. Infatti. Stacci attento, la gente si spaventa. Rido: digli che era un petardo, uno difettoso. Ride anche lui: si però tu chiamala ‘sta cazzo di disinfestazione. Saluta e butta l’occhio sulle tette di Serena. Quando incrocia il mio sguardo gli leggo in faccia la colpa, la paura. Ma tendo la mano con un sorriso.

Il ragazzo è in un pub di Castello. C’è anche Nati con le amiche. Io sono fuori, in una piazzetta, che bestemmio. Poi mi passa. Quando esce per fumare è solo. Prendo la pistola dalla fondina, punto e sparo. Si accascia come svuotato. Sparo un’altra volta. Uno scoppio tenue, attutito dal silenziatore, quasi un sibilo, un soffio nero. Prima che escano tutti cammino verso la macchina.

Abbiamo deciso che Nati avrebbe dormito in salotto, abbiamo chiamato la disinfestazione, oggi tutto ha un vago odore di candeggina. Sono in salotto e Nati non torna. Sono le due. Doveva rientrare a mezzanotte. Serena è con me, addormentata sulla mia spalla. Quando sento la chiave nella toppa, la sveglio piano e sgattaioliamo in camera. Si sente che tira sul col naso. Ci avviciniamo tra l’incazzato ed il comprensivo. Sono le due, Nati. Piange, disperata. L’abbraccio forte. Che c’è tesoro bello? Hanno… Hanno cosa, amore? Hanno cosa? Hanno ucc… Piangi, piangi, poi me lo dici. Serena è dietro di lei, la mano sulla spalla. Sguardo interrogativo, spaventato. Forza, dicci, stai tranquilla. Hanno ammazzato Fabrizio. Serena si porta la mano alla bocca, sussulta. Chi? Cosa? Che è successo? Hanno ammazzato Fabrizio. Fuori dal pub. Chi Fabrizio? Fabrizio. Chi è? Serena piange, io non capisco. Serena aggiunge: è… il suo amico, il suo…

Ho ucciso il ragazzo di mia figlia. La notte vado sotto piazza d’armi e tiro un bel po’ di pallottole ai topi. Ci dovrà fare l’abitudine. Ci dovremo abituare tutti.

diversi gradi d’amore

di Abernathy

La giovinetta sensibile ha una cotta per il ragazzo più grande. Strana la vita, lui è innamorato della cugina, un donnone di un metro e ottanta che pesa più di un quintale. Il ragazzo più grande passa serate a pensarci, munito delle foto che le ha scattato di nascosto col cellulare. Sono foto di bassa qualità, in cui i suoi lineamenti delicati si perdono nel bianco della  pelle liscia e soda. Foto in cui lei spazza lo zerbino enorme che c’è davanti il negozio dei genitori, un alimentari fornitissimo, dovreste farci un salto: hanno del prosciutto delle parti dell’interno, dolce come zucchero. La giovinetta sensibile ha un alito che ammazza le mosche. Non c’è granché da ridere. I motivi sono due: le mosche le ammazza davvero. Ha provato un giorno da sola, in camera sua. Ha preso una mosca, l’ha messa in un vasetto di vetro ( che conteneva una giardiniera di sottaceti che la cugina si era mangiata a merenda) e l’ha lasciata libera sul tavolo. La mosca era un poco stordita. Ci ha messo un po’ a rimettersi. La giovinetta sensibile aveva un asciugamano sul volto. Ha aspettato pazientemente, poi quando ha visto che la mosca stava per volar via ha alitato sopra. È morta all’istante. Come fulminata. Il secondo motivo è che lei non lo sa, ma ha una sorta di mucillagine dentro lo stomaco che adeguatamente curata dovrebbe sanare il fetore. Ma appunto, lei non lo sa e per questo disturbo si strugge, ingurgita caramelle alla menta (che incrementano la crescita della mucillagine, ma ve l’ho detto, lei ne è ignara), mastica chewing-gum ai frutti di bosco (che le hanno cariato un molare, per la precisione, la parte vestibolare del settimo, quadrante sinistro), e si circonda di profumi che distraggano dall’odore di ratto che Iddio (è credente, ma non lo sarà ancora per molto) le ha donato, se così possiamo dire. Il ragazzo più grande la chiama la Fogna. Lei lo sa. Ma non può fare a meno di perdersi nei suoi occhi. Il ragazzo più grande è molto bello. Se stiamo a sentire la cugina della ragazza sensibile è solo un coglione con la faccia di uno di quegli angioletti nudi che stanno nei dipinti e nelle chiese e… ( la cugina non è brava quando parla, non le vengono i termini, non studia e si applica meno del minimo indispensabile, intendeva i putti) mentre per la giovinetta è poco meno di un angelo e basta. Il ragazzo più grande sa di essere parecchio carino (pure io che a gusti son difficile, lo trovo un gran figo), e oltre ad andare in palestra diverse volte a settimana, si veste abbastanza attillato, di modo che si noti la curva delle natiche, i pettorali (sta lavorando sulle striature e non è facile), e si solleva la maglia quanto più può, così che gli addominali si vedano bene.
La cugina della ragazza sensibile ha perso la verginità nel magazzino della bottega del padre, con un ragazzo che si pagava gli studi facendo il magazziniere. Non le è piaciuto, ma si è data tempo, ed adesso le va parecchio. La ragazza sensibile ha perso la verginità con un teppistello che le spezzò il cuore addormentandosi subito dopo. Teppistello era veramente innamorato di lei. Ma aveva lavorato tutto il giorno. Fare il pusher è comunque un mestiere stressante, e comunque non voleva mica farlo per sempre. Adesso studia giurisprudenza, e spaccia solo per gente ricca, che non vuol dire mica che è un Teppistello. Ora è uno furbo.
Il ragazzo più grande è ancora vergine, per scelta. Non gli sono mancate le occasioni. Ma il coraggio di sprecare quella prima volta con una qualsiasi. A lui piace la cugina, gli piace come si muove, come ride alla gente e della gente, come se ne frega di tutto e cammina sicura, senza fingere.
La ragazza sensibile detta Fogna dorme e sogna il ragazzo più grande che si fuma una sigaretta davanti la bottega del padre della cugina che tromba con un ragazzo straniero che le ha detto che al suo paese le donne grasse sono quelle più desiderate.

Lectio Difficilior

di Orberto Oco

 

Capitemi, sono un uomo d’altri tempi, come diceva Farnel, un “psicosomaticizzato della vie en rose”, non tollero e dunque aborro, e se tollero, borbotto. Così oggi durante la lectio sulle varianti e scusate il giuoco di favelle, mi vedo seduta davanti una giovine che nell’animo stentavo a definire secondo categoria -aristotelica o meno- generosa di colori e immagini e forme e d’immagine tanto che buona parte della classe a lei dirigeva gli occhi e gli spiriti e gli accidenti del cuore. Ma come diceva Gianfelix Serenelli de Palla “l’età è un potere che si perde nei meandri degli anni” dunque cercavo di riprendere la lectio con sommo sforzo nel non far caso a quella che il Sommo avrebbe appellato “prezzolata o meno, hai un gran bel seno” voltandomi con modestia negli occhi e nel cuore. Ma come direbbe quel viennese sopravvalutato l’”inconscio” prevalse: sulla nera lavagna non mi venivano che esempi di scritti lussuriosi, mentre come direbbe Fauvè “l’albero maestro si ergeva nudo bastone tra i venti”. Il mio cuor batteva veloce come quell’aggeggio moderno di cui non smetteranno di far vanto nelle canzoni -peraltro senza fine- di qualche intellettuale bolognese attaccato alla bottiglia. Che fare? Decisi di calmarmi e chiesi -me infelice, me ingenuo- ragazzi cari, domande?

Dall’ala colorata, avvolta nel fumo, che siede a sinistra, una domanda sola che trattava di legname.

Salite sul palco coglioni, salite che vi faccio vedere io che cacchio vuol dire far ridere la gente. Con queste parole è finita la mia carriera di comico. Dare del coglione al pubblico non è consigliabile. Non lo è neanche salire sul palco di un bar della periferia ubriaco. Ma come dicono nei romanzi seri: tant’è. Non sono mica un pivello. Va bene sfottere, va bene mi si lanci qualcosa, ma un fusto di birra mezzo pieno non era un invito a restare. E vi giuro che non sbaglio. Eppure il mio talento è senz’altro indubbio. Sono un genio della risata. Faccio ridere come o meglio di quei quattro strapagati della tv. Senza vantarmi, potrei riempire uno stadio. L’ho quasi fatto. Era il campo sportivo del mio paese, ma le gradinate erano gremite e mia madre ha pianto. Dovevate vederla. Una donna distrutta dalle risate. Mio padre, che in quanto a senso dell’umorismo è come un pezzo di legno le teneva la mano e mi guardava come guarda i fascisti, lui ex partigiano. Schifato. Quando ho finito però ha applaudito moltissimo, quasi in piedi. Oddio, sembrava che se ne volesse andare in fretta. Così quando i miei amici hanno chiesto il bis della barzelletta sui cani e le loro cacche (è fortissima), lui ha cominciato a farmi grandi cenni, a sbracciarsi ed ho capito che dovevo riaccompagnarli a casa. Mio padre non guida la notte e noi abitiamo vicino la campagna. Quando son tornato al campo per riprendere c’era solo un ragazzino maleducato che mi ha detto: ma perché non te ne vai a lavorare?
Perché son cazzi miei. Converrete che avevo ragione. Ma sicuramente non è un buon modo per rivolgersi ai giovani. Così gli ho detto se gli andava un gelato, insomma qualcosa, lui mi ha chiesto una sigaretta. Avevo un bel dire che gli si sarebbe arrestata la crescita. Ad un certo punto mi ha detto: Fai più ridere quando sei serio, si è acceso la sigaretta e se n’è andato.
Comunque l’ultima, quella del fusto di birra, non mi ha scoraggiato. Lo ripeto sempre anche ai miei genitori: è la gavetta. Mio padre finisce che bestemmia, mentre mia madre mi guarda come se fossi uno malato di una malattia gravissima. La ragazza non ce l’ho. Me la sono giocata, quella storica, che mi trascinavo dal liceo, a causa di una litigata col fratello che era venuto a nome della famiglia ad implorarmi di lasciarla andare. Lui, il fratello, diceva: ma non vedi che sta con te per pietà? Io guardavo lei. Le chiedevo: è così? E lei: ho provato a dirtelo, ma tu ci scherzi. Io allora ho urlato: è il mio mestiere! Scatenando un doppio effetto: lui mi ha dato un pugno sui denti, lei ha istantaneamente aperto i rubinetti.
Fare il comico è dura, se vivi in provincia. Non sono abituati. Non è come la grande città, dove trovi i comici anche in strada. No, per nulla. In provincia devi fare i mestieri “veri”: il ragioniere, il maestro, lo spazzino, il muratore, il ruspista, il macellaio, il fabbro ed il carpentiere, insomma siamo fermi al medioevo. Così mi son detto: ma non c’era mica il giullare nel medioevo? Ma nulla, mi hanno lanciato il fusto di birra quando mi hanno visto col cappello, i sonaglini, il costume e la calzamaglia. Non è servito bere per darmi coraggio. Ecco, vorrei lasciare un messaggio: l’alcool non serve dare coraggio, fa incazzare e basta. Sulle gambe poi, è doloroso. ´E la gavetta.

Fermata del bus, giornata di vento. Sono sveglio, come sono vivo, a metà. Nuvole che passano veloci, non una traccia, una pisciatina irriverente su questa terra d’asfalto, mangiata dal grigio. Il cellulare in mano, ogni nove minuti vibra una chiamata che fingerò non sia mai arrivata. Che Dio benedica il libero arbitrio. Piango. Dire che disprezzo i cedimenti, io che amo le auto monoscocca, io che la schiena la voglio dritta, che non lascio terreno senza il controllo. Le lacrime sccndono sulle guance, segnano una via umida fino ai baffi, come bava di lumaca rappresa, sono in piedi alla fermata e sono solo. Sfila una teoria di automobili lucide, scorgo i conducenti, soli al volante, sbuffare e sbadigliare. Come all’inizio di una spirale inizia il mio cammino, in apparenza largo e piacevole verso il centro della giornata, in cui dovrò affrontare il Minotauro. Come fosse la discesa agli inferi, mi appresto a studiare le mosse del mio nemico. Anche se è presto. Ho paura. Come fosse una spirale, l’inizio non è che un punto, la via non è che un segno che si avvicina in parallelo, ma inesorabilmente, ed il mio cuore ad ogni passo sobbalza inviperito dalla fretta e dal vento. Dentro il bus, giornata di vento. Vicino alla mia borsa sta una vecchia, le gambe molli, tremanti, la faccia livida dal freddo mattutino, le labbra secche socchiuse, come se per tutta la vita avesse risposto sempre si. Si aggrappa alla sbarra con tutt’e due le mani, sposto la borsa perché non disturbi mentre lei mi concede un sorriso. Io ho ancora gli occhi bagnati, ma la vedo. Il mio centro si è allontanato per un attimo, la mia orbita si è spostata sull’asse di un’latra che sembrava così distante e anche se è solo un secondo la vedo. Gli occhi lucidi di una tenerezza che è stanchezza, che viene dalla saggezza del tempo che è passato. La vedo come se improvvisamnete fuori il sole si fosse avvicinato per illuminare meglio. Il mio centro ha perso forza, mentre mi sento staccare, dolcemente accompagnato. Arrivato a destinazione, giornata di vento. La mano sale dalla tasca, saluto la vecchia. Mi guardo sui finestrini di una macchina, mi riprometto di fumare meno, mi massaggio lo stomaco mentre una folata violenta mi costringe a camminare inclinato in avanti. Sono in un’orbita differente, sono l’orbita e per ora il centro non mi tocca.

per i gelsomini ed il profumo che incoraggia 

Voglia di mare e di sole quando vedo le colleghe. Voglia di morire su una spiaggia, voglia di fuggire e di combattere, voglia di mandare a cagare il genere umano. Io ho solo colleghe. Niente uomini. Come dicono i ggiovani, zero. Zero testosterone. Solo fottutissimo progestinici ed estrogeni, in pare quantità superiore alla media, con vari scompensi alle ovaie. Queste hanno il ciclo sempre. Non intendo dire che sono sempre isteriche e lunatiche, no, stanno sempre in bagno. E le cose sono due. O tre. O si guardano, o si cambiano, o forse si drogano. Ma non la butterei sulla droga. Non fumano, ci tengono alla pelle; non bevono acqua che contenga sodio in quantità micronicamente malinconiche; non si truccano granché ma profumano come domani il camposanto; non mangiano nulla che sia grasso o che non sia organic (che biologico non si dice, non è posh, e qui sono cazzi vostri), va da sè che non mangiano; non guardano i film di Tarantino, non “hanno nulla contro le persone grasse” ma preferiscono rivolgere la parola solo a quelle il cui peso è sottilmente, finemente, elegantemente, sotto la normale soglia; non amano sentire i “paroloni” come dicono loro: cioè prova a dire buondì, che cazzo non mi sembra che ci sia bisogno del DeMauro. Buondì-buongiorno (cretina), non la merendina. Risatina coperta da manina finemente, elegantemente, sottilmente ornata da lunghe unghie colorate, grosse come artigli e finte come il biondo dei capelli. Mai sentito. Porcoggiuda, ringrazia che sò santo, ringrazia che sono una brava persona e sopratutto che ci sono quelle venti persone potenziali testimoni  a carico, se no io altro che buondì ti davo sui denti. Non è violenza, la mia. E’ autodifesa. Che vi sembra normale arrivare a lavoro pieno di gioiosa aspettativa per sentir poi dire che Guerra e Pace era scontata come trama? E vabbè che hai visto la ficscion, ma per la miseria, differiva così tanto dal libro? Che Andrej l’han fatto resuscitare? Natasha era una stronza? Insomma la base doveva essere quella. Che Napoleone non c’era? Mio Dio.  Sentire certe cose fa male. Inutile fingere. Sarò uno snob e non me ne frega nulla, ma quando le sento parlare rimpiango l’aver mollato il mio vecchio lavoro. Io lo faccio per i soldi. Perché vi giuro, pagano benissimo. Per essere in Italia. Anche se devo sopportare queste ormonali giovinette che flirtano rumorosamente (sembra che gli scricchioli qualcosa dentro quando ridono e questo rende sinistri gli adescamenti) con chiunque abbia un completo di buona fattura, anche se devo passare l’aspirapolvere su qualcosa come 200 metri quadri di sala e poi dopo il mocio, il mop o come volete per poi vedere le orme minuscole dei tacchi macularmi il pavimento lucido di litrate di detersivo, anche se la più elegante e sottile e fine quando chiede un favore sembra Hitler in coca, anche se mi si ride dietro perché non mi piace sentire Ramazzotti che è troppo booono anche se secondo me è vecchio e non sapeva come fare i soldi ed ha chiesto a quel pirla del Martin di aiutarlo a tirar su qualcosa che non gli passano la disoccupazione, anche se devo pulire il battiscopa con una pelle di daino blu in una posizione che io trovo umiliante, anche se odio le pasticche di candeggina effervescenti (che non avevo visto mai prima d’ora e che invece sono una delle invenzioni più puzzolenti e pericolose che l’uomo abbia mai concepito), anche se mi devo alzare che tutti dormono ed io sono sempre stato una persona molto empatica, anche se mi dicono: ma che te ne fai della laurea? Nulla, nulla fai conto che non me ne faccio nulla e tremo e tramo dentro e mi sento il conte di Montecristo e mi dico vedrete vedrete che ce la farò a tirarmi fuori da questo ristorante, vedrete che a qualcosa servirà tutto questo culo e se non servirà a nulla almeno che io serva d’esempio a qualcuno: attenti al punto critico, quando l’acqua bolle non può che evaporare.

Ho sentito Cionf, ed ho pensato ecco cazzo, c’è davvero. Come chi? Il coccodrillo nella fogna. Che non sapete nulla di leggende metropolitane? Che fate, vivete in una comune? No, era una pantegana, cazzo. Mi son grattato la coscia come se ce l’avessi attaccata ai calzoni, la bastarda. Ma che fanno si tuffano? Si, probabilmente c’è tutta una città tipo giù per il tubo, ma all’italiana, con i topoloni parlamentari, le tope fighe, e i toponi che si lavora, si lavora, si lavora. Ed io ho visto un attimo dei mondiali di nuoto, tuffo dall’asfalto su fogna senza griglia. Coefficiente massimo, visto che se ti beccano gli umani col cacchio che torni, a meno che l’umano non sia io. Mario dè Marii, ebete pulitore di bagni in un ristorante alla moda, spiaggiato sulla tesi, in perenne ricerca di se stesso, anche se trovo sempre occupato. Il brutto del Cionf è che ti resta dentro come una foto, ti segue come se fosse stato immagazzinato in un ipod personalissimo, file dal bitrate altissimo, cinque stellette e riproduzione random annientata dalla forza del ricordo. Che non mi mandi Down in Mexico dei The Coasters col balletto della Ferlito? Che ti costa, cervellino, caro (questo mi tocca lusingarmelo che se molla lui tanto vale spegnere le luci e salutare), perché mi si ripropone il Cionf ogni secondo? Perché l’immagine del carpiato della pantegana ( a proposito, non so di che nazionalità fosse, ma dai muscoli azzarderei una cinese) mi tormenta? Non ritornerò più normale, vero? Lo so, porca sfiga. Mi farò la barba e sentirò il cionf nel wc; pulirò per terra e sentirò il cionf nel lavabo della cucina. Mi alzerò la mattina e la mia gola dirà Cionf. Devo farmi resettare il file. C’era un tipo, si mi ricordo, l’avevo visto a C’era una volta, lo so che lo guardavamo in venti causa l’orario, la trasmissione che diventò praticamente la mia preferita, col BaffettoSenzaPaura ed il mondo, quello vero che ti guardava da un oblò, così nudo e crudo che cominciavi a capire quando tuo nonno si comumoveva per la guerra e tu pensavi è vecchio, vecchio un cazzo. Dicevo? C’era una volta, ecco, in una delle puntate che ho videoregistrato c’era un tipo che stava inventando la pillola per dimenticare e se trovassi la videocassetta vi potrei fare nome e cognomi, ma non la trovo perché sono tutte ultragrabate e le etichette segnano cose diverse e dovrei controllare ma non ne ho voglia. Ecco però io che dicevo ma no i ricordi non si toccano, vorrei rimuoverlo proprio questo viscido cionf. Mandarlo via e vivere, finalmente.

 

Aiuto! ah, no, era mio fratello che masticava.

Saranno i capelli radi, sarà il vento del nord che spira in turbini scuotendo le fronde, ma ho un freddo boiaccio in testa e mi duole la fronte. Il mio cavallo scalpita al mattino come dopo la monta, ed alla preghiera del vespro ha già gli occhi smorti dalla stanchezza. Non mangio che gatti rinsecchiti e salati, lui si accontenta dell’erba, anche se lo vedo disgustato. Cavallo buono a nulla. Mi morì quello buono e glielo ripeto sovente di modo che lo sappia. Poca soddisfazione nel discutere con una bestia ma è meglio che parlare da soli o col Signore anche di faccende che poco gli potrebbero importare o che comunque sarebbe quasi blasfemia citare. Ad esempio il cibo. Alla caccia al gatto presi una gran botta in testa perché m’incaponii con un esemplare che pareva grasso ed era invece gravido e bilioso. Quasi un vitello che immaginavo già in un piatto condito con salsa parigina. Si rivelò oltre che agile, furbo come il demonio. Mentre gli facevo posta saltò giù soffiandomi sui piedi, terrorizzato inarcai la schiena ed il mio capo andò presto su un macigno che pareva messo là a bella posta. Maledire non mi servì a nulla. Non trovai che uno scoiattolo dalla coda glabra, quasi un ratto smagrito. Gli chiesi, annebbiato dalla fame: ma com’è che non dormi? e questo fuggi via verso il cavallo che, pauroso come un coniglio e dallo stomaco debole, si ritrasse correndo. Ci misi tutta la sera a trovarlo. Quasi perdevo la speranza quando lo vidi che brucava del muschio dagli alberi. Mi commossi un poco e proseguimmo, io in preghiera, incappucciato fino agli occhi, lui ciondolante e stanco sulle cosce magre, i miei calcagni sulle ossa, tremavamo entrambi. Giungemmo ad una locanda ma di spendere i denari della diocesi neanche a parlarne. Mi rapinarono il mio, non mi sembra il caso di rifarmi con Dio. Così sotto la tettoia trovammo un riparo per la sera e stamane al risveglio una decina di bambini lerci ci guardava così come si guardano i mendicanti o i giullari rincoglioniti dalla grappa. Arriva un uomo, gambali neri e pelliccia, rosso di capelli e d’occhi: Chi siete? Tentai di rispondere. Allora capisco d’essere legato come un ladro. I sensi mi abbandonarono, così come alla sostanza senza accidente. In potenza avrei potuto capire che succedeva, ma all’atto, il mio cuore non resse la vista delle funi e caddi di fianco mentre la turba di bambini mi sputava addosso. Il cavallo nitriva contento. L’uomo si rivelò un mercante diffidente e dalla parlantina chiara e molesta. Mi liberò non appena seppe il mio nome e per conto di cui lavoro. Ovviamente dovetti esibire le carte che lui ovviamente non comprese, ma che fecero un certo effetto a lui e alla ventina di omaccioni accorsi dai campi per finire il lavoro dei figli. Fu apparecchiato di semplice ma buono. Il cavallo si contentò di nitrire. Per ripagarli decisi di raccontare qualche storia che bambini e adulti non conoscevano, ma al primo accenno all’amore un sentimento denso e nero come pece si addensò sulle fronti, in rughe preoccupate e ostili. Non siamo in terra franca, ma porca baldracca nemmeno un poco di liberalità mi significa che la città è ben lontana.

Ho un nuovo nemico che l’analista troverà buffo, anche se mi guarderà tacendo. La polvere. El polvo. Dust, anybody? No? Sono un pulitore di ampi spazi in cui si mangia. Nuovo impiego temporaneo, come tutto del resto, in vista della tesi di laurea. Ci sono una settimana e già rimpiango il vecchio Mario, quello che davanti una superficie impolverata si limitava a passarci la mano per poi strofinarla con violenza sui calzoni. Vero che questa mia nuova mansione mi lascia tempo per dedicarmi alle nefandezze del dodicesimo secolo, ma a discapito del sonno e della cura del blog. Il mio cor si strugge nel vederlo così abbandonato.  Ma avere un nuovo nemico ha i suoi lati positivi. Mi alzo che è buio, neanche quel coglione dell’edicolante, un sostenitore del mattino e di quella stronzata dell’oro in bocca, ha sollevato la serranda. Ai mercati ci si ingiuria ancora sottovoce, mentre la cara stipsi è tornata a bascularmi gli intestini, causa cambiamento di abitudini. Cammino verso lavoro con la bocca impastata e una sigaretta che regolarmente butto davanti la macelleria di un vecchio catarroso, saluto gli estranei in moti di simpatia verso il mondo, sperando mi ricambi, felice d’essere un pedone, almeno una mezzora al giorno, arrivo che il Tribunale mi guarda minaccioso, la granitica certezza d’esserci sempre, monito, monumento alla giustizia, dal valore incerto, simbolo dell’inadeguatezza umana al vivere. Il lavoro in sé è di una semplicità estrema: pulisco. Stracci e detersivi (senza marca, la prima volta che vedo scritto solo detersivo), aspirapolvere roboante, mop in fitti dreadlocks di panno grosso, scale e pelli di daino, tavolini e sedie luridi, candeggina in pastiglie effervescenti, pavimenti, parquet e cemento sono adesso parte della mia vita. Sono i miei compagni, siamo il fronte unito contro lo sporco,  perennemente in guerra contro lo schifo che lasciano questi alieni utenti, questa razza barbona che non ha un posto dove mangiare, dove fare i propri bisogni, che ama sentire l’olezzo dei detergenti chimici scambiandolo per profumo di pulito, che vaga da una scatola all’altra producendo. Torno a casa leggero, dopo il poco esercizio fisico, e studio.  Cerco di capire perché un certo Radulfus de Hodenc, detto anche Raoul, nel 1210-15 si sia messo a raccontare dell’inferno e dei vizi con un’allegria che neanche Grillo con Mastella. Mi si allarga il cervello nel cercar di far posto all’allegoria e divento noioso.

Che fosse il gelo mattutino, o forse il caffè che ancora sculacciava lo stomaco, ma la lingua pizzicava come bruciata, ferma vicino al palato duro, in attesa dietro i denti. La cartella strapiena, le urla di Ketti, le domande di Maria e il silenzio nella loro camera da letto gli ricordarono che doveva ancora chiedere i soldi del panino. Ignorare il pianto di quel fagotto e gli interrogativi di una bambina troppo vispa cui era d’uopo – così diceva il Dottore- dare qualcosa, fosse anche una pastiglia magica, era come dribblare in grosse distanze. Ma entrare in quella camera rabbuiata dal silenzi mattutino, no. Questo era come sfidare un samurai a mani nude, farsi dare una lezione di sambo in strada, darsi una rasoiata su braccio. Masticava pensieri sulla soglia, indeciso tra il bussare e l’entrata plateale, Maria dietro, una mano agganciata ai calzoni. Ketti continuava il concerto mattutino, polmoni buoni, ugola d’oro – anche questo lo devo al Dottore-. Non bussare, metti un piede dentro e vai dritto al cassetto. Restò immobile, in agguato, l’orecchio vicino la maniglia, poi l’occhio sul buco della serratura, tutto nero. Amen. Si va di fortuna, si va che se hai culo non ti becca; Maria seduta su una delle scarpe da basket, la canotta sporca di caffelatte, sono immobili come statue. Silenzio. Troppo silenzio. Una scarica elettrica su per le gambe fino alla nuca, prese Maria velocemente in braccio e corse alla culla. Ketti non piangeva più. Si avvicinò terrorizzato, scoprì il plaid, lasciò Maria sul pavimento. Non è blu, grazieaddio. Ketti lo guardò rossa, sbavata fino al collo, gorgogliando. E’ viva. La presa, un involtino di panni sudati, la tenne vicino, carezzando la testa di Maria. Non abbiamo mangiato, bambine. Maria fece no con la testa, anche se non era vero. Non ci siamo lavati. Fece si ancora e questo era vero da almeno due giorni. Alzò lo sguardo verso la porta. Un’altra giornata di scuola persa. Un’altra mattina con le bambine. La porta si sarebbe aperta alla sera, anche stavolta. Buttò la cartella dietro il divano, scaraventò per terra due sedie, nulla. Ketti stava buona, Maria ricominciava con le domande. OK ragazze, andiamo dal Dottore? Maria sorrise, Ketti gorgogliò. Decisione unanime.

 

Il Dottore abitava all’interno 23, ma della scala destra, quella che non era popolare. Era dei “normali” insomma, babbi e mamme e le cose che fanno di solito quando lavorano. Tipo mangiare insieme, accompagnare i figli a scuola, ridere. Il Dottore era uno che aveva avuto anche questo. Una famiglia – due figli- e una moglie, che era morta l’anno in cui mamma era fuggita di casa. Ricordava ancora che nessuno pianse. Maria attaccò con le sue domande e tutto sembrava uguale a sempre. L’unica cosa che era cambiata era Ketti e quel pianto strano, che strappava il cuore, che ti forava il cranio come una lama sottile che pian piano arrivava a raspare tutto il cervello. Era d’uopo andare dal Dottore. Ketti ruttava a vuoto. E la sua bava era come acido che lasciava tracce e macchiava e le bruciava la pelle. Maria disse: il Dottore s’incazza. Tenne stretta Ketti sotto il braccio e si chinò su Maria per guardarla negli occhi. Scusa, disse. Pensò che Maria non sapeva più per cosa scusarsi.

 

Lo squillo del campanello era come il plin-plon dei film, dire che non abbiamo neanche quello e l’odore sul pianerottolo era quello che -brivido- agli altri doveva sembrare normale. Il Dottore aprì la porta ma il salotto era vuoto. La sua voce, rauca come quella di un uccello rimbombò dietro la parete a sinistra: Ragazzo mi hai beccato che scrivevo. Mi scusi rispose, indeciso se entrare e chiudere la porta o andar via in fretta. Forse non è il caso. Mentre la manina di Maria si attaccava come una morsa alla pelle della coscia, si preparò a fare dietro-front con classe, sono passato solo a salutarla, avrebbe urlato, ma scherzoso e gentile, quando la cassetta dello sciacquone mollò uno scroscio d’acqua rumorosissimo. Quello delle grandi cagate, senza il riduttore. Rise. Il Dottore aveva la vestaglia marrone e i capelli dritti; ridendo gli disse: una lettera veramente importante. Si avvicinò per chiudere la porta, Maria risoluta si attaccò alla vestaglia, mentre Ketti passò subito in braccio. Non si è svegliato? Non c’è? Andiamo in cucina.

 

Difficile raccontare senza vergognarsi che tuo padre fa un lavoro che neanche un ragazzo farebbe e che rischia ma lo deve fare, ma non sai se lo fa veramente o se invece si ubriaca ogni sera. Non è che non se la sa cavare. Anzi all’inizio andava piuttosto bene. Ci ha provato. Ma non siamo tutti uguali. Esiste un bilanciamento del dolore e della felicità e la loro dose di tranquilla vita domestica si era esaurita quando aveva compiuto undici anni. Ora bisognava rimontarla. Maria e Ketti avrebbero avuto un futuro meraviglioso. Si trattava solo di resistere. Papà si è impegnato veramente e non è stato facile. Ketti era piccolissima e Maria aveva appena iniziato a chiederci di tutto e voleva attenzioni. Io avevo da fare con la scuola e quell’anno mi hanno promosso con una media abbastanza buona e ne ero fiero, giuro che non mi rompeva essere bravo. Ma non era possibile durasse perché papà è stanco e siamo tre. Dice: collaboriamo; ma si vede che gli pesiamo. Si vede che non ce la fa. No, non so cosa fare, non mi fa andare a lavorare, ma non posso andare a scuola e lasciarle sole. Il giorno che ci becca l’assistente sociale ci portano via tutto e quello si spara. Si, credo, certo che ci vuole bene. Solo che non ce la fa. Senza soldi non ce la fa. Senza la mamma è davvero più facile, ma… ha presente un puzzle? Ci hanno fatti che eravamo un puzzle. Ora che manca un pezzo quel buco si vede e tutto il puzzle fa cagare. Non funziona, non vuol dire nulla. Grazie Dottore… Se ce la fa… Torno prima che si svegli. No, il lunedì non si alza spesso prima delle quattro. E la spesa anche se lui dice che la fa la mattina porta gli scontrini marchiati ore diciotto, dunque ci va prima di lavorare. Poi non so, dopo lavoro credo si ubriachi. L’odore è quello. Ma potrei sbagliarmi. Se vuole… se può. Grazie… Una cosa, ecco, volevo chiederle se ha magari, si ma due spicci per il panino… mi viene così fame che il brontolio del mio stomaco lo sente tutta la classe. Glieli rendo appena mi riprendono in discoteca. No, davvero. E grazie. Si ho detto brontolio. Imparo in fretta eh?
Difficile non vergognarsi quando ti serve anche un panino.

 

Alla fermata si ricordò che aveva lasciato la cartella dietro il divano. Porcaloca, come diceva il Dottore. Senza libri e quaderni che ci faccio? Poi mi passa il bus e mi tocca correre come un pazzo ed entrare alla seconda ora, senza giustificazione. Va be’ la giustificazione è recuperabile. Ma i libri. Cazz… no, no che non le devo dire. Si capisce che sei un pezzente anche da come parli. Va bene cagare, cagata, ma basta, eh. Che poi gli ricordavano i litigi continui, estenuanti dei suoi genitori. Le aveva sentite tutte, le conosceva a memoria. Ma non trovava che le parolacce fossero fighe. Trovava figo brontolìo. Con la ì accentata. Sillaba tonica. Va bè comunque mi tocca. Gli toccava. Ecco che il giovane senza speranze corre fino a casa, eccolo scavalcare il cancello e superare tre sacchi neri di immondizia con un balzo, a piedi uniti, agile come un’antilope, veloce come un uccello. Via sulle scale a volo rapido, un frullio smorzato dagli stridii delle scarpe nelle curve dei pianerottoli, un saltino leggero come un battere d’ali e poi a tre a tre, il cuore in gola, il fiato appeso al mento. Sono un ragazzo velocissimo, sono uno che ce la fa a fare tutto, sono uno che corre come una lepre, furbo come una volpe, che quando avrà i soldi e non farà più questa vita sarà come vedere una stella luminosissima, sarà come un film, sarà come vincere al kombat, sarà come…

 

Piano, deve far piano. Finché c’è Ketti che urla, non si accorge di nulla. Come se avesse registrato quelle urla disperate. Non si sveglia mai quando piange. Ma quando Caterina sta bene e fa la bambina italiana buona, basta il fruscio di una pagina per sentirlo sbraitare. Esce, due scappellotti a chi trova sottomano – Ketti è sempre abbastanza lontana- e se proprio va male inizia a lamentarsi, a prendersela con Maria, con il giovane velocissimo. La maggior parte delle volte va anche bene, si tiene le bambine vicino e lui se ne può andare a scuola. A volte va male e si riaddormenta e nessuno dà da mangiare alle bambine ed anche peggio, si arrabbia e lo spinge, gli urla contro, gli occhi rossi, infuocati, la voce sottile e lamentosa, ma forte, che ti dico io che cosa devi fare, che te lo faccio vedere io quel cazzo di dottore che ci fai? Che ci fai? Che smarchetti? Che cazzo fai quando non ci sono che questa casa è sempre uno schifo, che cazzo fai che qui non c’è un cazzo di pulito, che stai sempre a sognare ad occhi aperti che cazzo ti dici quelle fottute parole da studiosi del cazzo, chi pensi di essere? Che pensi di fare? Non te ne vai di qua, qui ci siamo insieme, porca troia; e poi lo odia quando si mette a piangere ma gli piace quando l’abbraccia anche se non vuole che le sue lacrime lo bagnino. Sono lacrime false, non sono di dolore, non sono del dolore di tutti noi, è una cosa solo sua. Ecco, del suo egoismo non me ne faccio nulla. Ma ci sono le giornate speciali, quelle delle botte. Ma quelle le deve cancellare in fretta. Se le ricordo magari ricompaiono. E poi si capiscono. Al volo. E faceva in tempo a fuggire con le bimbe. Il segreto è lasciarlo dormire, che Ketti pianga o no. Il segreto è far piano, e se c’è un segnale fuggire. La cartella è dietro il divano. Due passi. Tre volte inspiri, tre volte espiri. Che ci vuole.

 

Pianissimo, la serratura gira con uno schiocco che sembra un singhiozzo, piano deve far piano, doveva riuscirci cavolo, vede una fetta di divano dietro lo spiraglio della porta, si mette di lato, trattiene il respiro, non cigola, nessun gemito da film, nessuno sulle scale, scivola dentro, vai che la prendo. Due passi. La porta della sua camera è ancora chiusa. Non si è alzato, lo sapeva, non mi sbaglio, sono intelligente io, sono veloce. Un passo vicino il tappeto, un altro passo vicino la cucina, poi si ferma. Respira piano, respira dolce, diventa un ninja, invisibile, per diventarlo devi pensarlo, devi crederci, sei invisibile, devi dirtelo. Sono invisibile, sono aria, sono un fantasma che sospira dietro la porta, sono un combattente, sono agile e trasparente. Sei ad un passo, un metro e c’è la cartella, ci sono i libri e la cartella di tela verde, il tascapane del nonno, sono un partigiano, sono una spia dei boschi, sono una staffetta, sono quel partigiano che si era innamorato di quella ragazza che non l’amava di cui parla sempre il dottore, sono quello che ce la fa; un passo avanti, una piuma che si posa sul tappeto – la mamma lo comprò al centro commerciale, quel giorno che mangiammo cinese e ne mangiò anche Ketti anche se era un lavoro in corso, così diceva papà e rideva e Maria aveva appena iniziato a dire due sillabe e facevamo festa, adesso solo zitta che zitta, silenzio, a dopo, e chissà se Ketti l’ha sentita quella felicità- tappeto stai zitto, felpa il mio passo, dai un altro passo e ci siamo. Eccola, ecco la mia cartella; sei a cavallo, sei un genio, sei meglio di una spia, meglio del kombat, meglio dei samurai. Prese la tracolla della cartella con la mano destra poggiato allo schienale del divano. La mise sulla spalla. Si guardò intorno. Nulla. Sospirò. Non sono neanche sudato. Non sono fresco come una rosa, ma non sono sudato, il cuore va bene, sono stato bravo devo solo andar via, posso farlo, ormai è andata.

 

– Chi cazzo è?
Non dire nulla. Stai fermo. Ha quella Voce. Voce Che Fa Paura. Non sente Ketti, per forza, non è abituato, non ce la fa senza noi.
– Chi cazzo è?
Magari passa. Ora si riaddormenta, ora scompare quella voce, ora va via. Faccio finta di non averla sentita. Ha bevuto è chiaro. O ha lavorato tutta la notte. O entrambe.
– Ho detto…
La tosse fermò la Voce, come una serranda chiusa d’un botto. Che doveva fare? Se scopre che la bambine non sono a casa mi uccide. Ma non posso mica far finta che ci siano. Credo. E se gli rispondo, capisce che non sono a scuola. Mi fa la faccia e il sedere come palloni. Che si fa? Respirò profondamente, come se dovesse immergersi. Calmò il cuore, un battito al secondo, solo uno, non tre.
– Sono io.
La voce più ferma che ho.
Mi affaccio? No. Ma che aggiungere? Era il caso di aggiungere? L’avrebbe innervosito il doppio sentire il doppio delle parole.
– cazzo fate?
Te la giochi tutta ora.
Tranquillo e fermo come un pilastro. Inventa, ragazzo velocissimo, inventa una storia, capisci ed inventa.
– Son riuscito a far dormire le bambine. Ma sono in ritardo adesso, devo andare. A dopo.
A dopo definitivo, fine comunicazione, stop interruzione dei sogni, dormi dormi dormi.
Andò alla porta, non troppo veloce.
– Samuele?
Merda. Il cuore batteva aggrappato al pomo d’adamo come un martello, non sentiva le dita della mano, ingarbugliate in un formicolio tenace. Dormi, ti prego, dormi, adesso.
– si?
Sentì il cigolio del letto e la tosse come colpi di mortaio lontani. Se si alza sono fregato. Se mi tocca oggi mi distrugge. Se oggi non ce la faccio non resterà nulla di me. Strinse i pugni, lasciò che la tracolla scivolasse sbatacchiando fino al gomito.
– Sei una brava persona… sei un bravo ragazzo.
– ciao papà. A dopo.
Chiuse la porta lentamente mentre sentiva già sotto le scarpe l’asfalto duro, ruvido scorrere veloce, un treno in corsa.
Sono un bravissimo ragazzo. Cominciò a correre verso la fermata del bus, velocissimo.

qualcuno mi faccia il piacere di andare a dire a Dio che non ce ne facciamo niente degli ignavi. E che non porti fuori scuse che ho perso la pazienza. Insomma qui ci si deve dare una sana regolata. Io faccio il buono, e sto bene, e grazie tante, per carità, ma ho bisogno anche di un segno chiaro e inequivocabile che Dio ci vede e fa quel che può. Che poi nel tempo libero se la spassi con Manitù, i vari profeti ma che balli anche, magari con Elvis, e discuta con Marx e Freud, ma non quando deve lavorare. Quando si lavora ci vuole serietà. Vabbè che il posto non glielo ruba nessuno, ma un minimo d’etica del lavoro. Le cose vanno male proprio quando manca l’esempio dall’alto. Si sto dicendo a Lei, ci ha dato la vita, no? Bene adesso mi aiuti a capire che ne devo fare. Che non ne posso più di vivere col magone, col pensiero delle brutture, con l’ossessione del mio cedimento, fisico e mentale, che non voglio vivere costantemente incazzato.

Perché qui ci si incazza. Dove? Come dove? Dov’è che ci s’incazza di più? In macchina. E perché si sta in macchina? Per correre a sbrigare affarucci burocratici, indispensabili allo Stato per far sentire la sua seppur minima presenza, seccanti commissioni, e scaccolarsi, naturaliter. Ma partiamo dal principio: io ho una macchina cui rubano costantemente le pattane., e vabbé sono abituato, non è questo. Lei è una signora d’altri tempi che beve come un marinaio e sputa fumo nero dal 2004, ovvero dall’ultima volta che si è fatta un cicchetto d’olio. Lei mi porta ovunque io abbia voglia d’andare, ma con calma ed eleganza. Ha i denti spaccati e gli occhi ammaccati, ma resta sempre una bella macchina, anche se s’ingrippa, si, anche se mi molla sotto la pioggia sulla strada statale al chilometro nonc’èscritto da Nessunposto, anche se fa i capricci perché non la lavo mai, anche se senza pattane è come una donna senza guanti, indecente; insomma ha il fascino di tutte le cose che non vuoi e sopratutto non puoi ricomprare. Io non voglio cambiarla, è lei che vuole morire. Vira improvvisamente verso lo sfasciacarrozze, verso chiese e comizi dei radicali, fa gli abbaglianti alla polizia stradale, stride quando frena, anche se le ho cambiato pastiglie e altre robe meccaniche che francamente non conosco e chi se ne frega. Fa di tutto per morirmi davanti, ma quest’ultima volta ha passato il segno. Da domani andiamo a regime doppio e vediamo se non le passa. Stavamo stancamente in fila al semaforo, dietro un camioncino giovane e ganzo, un modello pick up sicuramente straniero, io avevo il mio daffare: dovevo consegnare un’autocertificazione all’ufficio comunale dove dichiaravo che Mario sono io, nato un bel dì di marzo, in tale anno. Dovevo portarla prima che lo sportello chiudesse per il pranzo al fine di avviare la pratica dell’identificazione, visto che la denuncia ai carabinieri non era bastata e volevano fosse scritta al computer che “a me questo foglietto non mi rappresenta un cazzo” e senza “compilare l’apposito modulo in mia presenza ed avermi consegnato l’autocertificazione, io il timbro a secco non glielo faccio” e “la prossima volta ci stia attento al portafoglio” che se non fosse che io non so se l’ho perso o me l’hanno rubato, la signorina dello sportello due si era già aggiudicata un cazzotto sugli occhiali. Dunque fremevo per riavere il mio documento d’identità quanto sento che la mia Carola si ferma. Inebetita. Completamente partita. Occhi ammaccati persi dietro il culo dell’americano verde metallizzato, alto come una gru, pesante come un panzer. Ma che ti piace quell’imbecille? Le chiedevo. Lei ha finto di non sentirmi mentre la fila avanzava e da ambo le parti giovani e vecchi, uomini e donne, ci mostravano l’uso del dito medio come mezzo d’espressione. Io che sono una personcina ammodo ho risposto come mi si confaceva: ho bestemmiato forzando il motorino d’accensione, incazzato e disperato, l’autocertificazione in mano, le lacrime agli occhi, il sangue in bollore. Sono sceso giù mentre il pick up filava deciso ed ottuso come solo un redneck, zigzagando tra le targhe ad una velocità fulminante che inebriava lo sguardo. Carola ha sussultato. Nell’abitacolo si sentiva un vago odore di bruciato. Ho strappato l’autocertificazione appena stampata e mi sono seduto sul cofano. Vuoi morire? Le ho detto. Bene morte sia. Siamo rimasti là mentre lei pian piano riprendeva fiato. Capisco che le manchi avere qualcuno, che si senta vecchia e che abbia voglia di archiviare la sua vita e trasformarsi in uno di quei bellissimi monumenti che spesso vediamo ai cigli della strada. Il fatto è che non ho soldi e che anche una usata costa, così siamo io e lei. Deve resistere. Per lo meno fino a quando non cambierò lavoro, fino a quando non avremo finito il nostro viaggio insieme. Non sono un insensibile, anche io vedo ogni giorno quegli spot fighissimi dove alla gnocca si alterna la macchina, all’auto la figa, al pelo la portiera, al perizoma il paraurti; anch’io vorrei essere un bravo consumatore come gli altri e passare dal pane al superfluo, dal rurale urbanizzato all’urbano cosmopolita con lo strascico di carte di credito e lo sguardo inebetito che solo un uso smodato della banda magnetica può dare. Anche io vorrei comprare e sprecare come gli altri, ma non posso. Certo, ovviamente ho in mente anch’io che senza macchina figa la più bella della classe non mi si fila, ma infine che ci posso fare? Carola può mettersi in pace. La flessibilità è anche questo: sapere che si può sempre tornare indietro di trent’anni.

 

Comunque domani si va a fare un giro in campagna. Tanto per abituarci. Ché c’è voluto poco: è passato un SUV e pur di non perderselo se rimessa in moto, la sporcacciona.

Da quando dei miei due destrieri, uno è morto e l’altro si è ammalato, sono immerso in un cacatoio grande come il sacco dove tengo i gatti secchi per la magra. Il tempo non aiuta: ora il cielo è piombo, ora è oro, che ora mi sudo finanche le ginocchia, che ora mi inzuppo le vesti fino il midollo. Giacomo il Goffo mi chiamano, son clerico senza Chiesa, protestato da fetida ingiusta scomunica, schiuso alla vita come ovo maturo. Fuggitivo per volere di Dio come volere Suo è il respiro, l’anima resa al mattino, il sole che illumina le mie scarne braccia corrose dalla fame lenta. Giullare per vocazione, uomo d’indole e per questo incline al peccato, al perdono, all’oblio. Vago per scampare la taglia che mi mise il signore della corte cui ero presso per anni, difatti per quanto mi sforzi non ho ricordi d’infanzia che siano fuori da quella. Il pentimento che provocò in me l’esser messo al bando da solo bastava a punire i miei misfatti. Diversamente la pensava il signore che assoldò due sicari per darmi la morte. Deve morire come cane, pare abbia detto, un cane; per carità divina, anch’esso creatura di Dio ma povero di linguaggio comprendonio e preghiera, dunque di remissione dei peccati. Sono tre le cose che temo, tre come il numero che spiega Iddio: Dio Onnipotente, i sicari e le orde. M’imbattei in un’orda al villaggio dopo il monte degli sconsacrati. Passarono veloci come turbine, strepitanti, sollevavano nubi di terra rossa, agitando spade e lance, ignoranti di civiltà e segni, di luce divina e favella piana. Per dir tutta la verità, nel vederli il mio cuore ebbe un moto d’angoscia ed orgasmo insieme: la forza viva nei muscoli tesi, le grida farneticanti, le atroci smorfie che piegavano le facce, l’odore aspro che emanavano di crudeltà e forza m’inebriarono per un minuto e mi sedetti per non perdere i sensi. Come il demonio abbia mille maniere per sedurre è cosa nota anche ai bambini, ma dai fanciulli non si aspetta il discernimento. Ho peccato ancora, ed ancora una volta la carne debolissima, come peso verso terra per somiglianza di materia, cercava di saziare questa fame che non è solo appagamento dei sensi ma brama di forza, d’atto virile e pieno, rotonda consapevolezza d’uomo, d’affari terreni. Sono pochissime le orde, vecchi rimasugli di un’epoca che fu. Non sono neanche più come prima del Re Carlo, sono ormai quasi tutti delle mezzeseghe. La fame li spinge, la fame li annebbia. E diciamolo: di barbari come una volta non ne fanno più. Così come di signori a modo. Di questo mondo si sa per certo solo che di peccatori è pieno il mondo e di eresie trabocca, tanto che riesce difficile usare il cuore per capire chi segue cosa e perché non dovrebbe. Delle eresie io son stato cultore per diletto e dovere alla professione, e che Dio mi perdoni, a volte, ho trovato del giusto in loro, finanche più che a Roma. Ma sono parole empie, di un empio che cercano per dar la morte.
Vado a caccia. Prendo gatti e spero che le nuove orde di coglionacci imberbi non mi trovino nell’atto di sgozzarli, poiché la fame non bada ai colori: nero, bianco che sia, Dio non voglia io venga denunciato anche per stregoneria. Mi manca solo questa seccatura.
Al villaggio trovo famiglie che sistemano muri e tetti, tutti all’opera, insieme come mano di Dio. Chiedo rifugio per la notte in nome di carità e questi rispondono allegri indicandomi un fienile diroccato. Non sembrano aver temuto l’ira degli ultimi barbari.
– Sono giovani, orfani per guerra, che volete farci?
Mi dicono. Giovani e orfni di Dio, penso. Il cuore palpita.
– Nulla. Non si può far nulla.
Rispondo e m’incammino al fienile ciondolando la testa, sperando che il trucco vecchio ed umiliante funzioni.
– Che avete nel sacco?
– Gatti secchi e salati ed acqua in bisaccia.
Si guardano tra loro, gli occhi si posano sulla mia gamba che improvvisamente penzola come malata.
– avvicinatevi più tardi. Ci sarà del fuoco. E del pane.
Sorrido dentro e mi avvio ancor più malconcio. Ha funzionato, dico a Fornello, il mio cavallo.
Fornello nitrisce ma so che nel pensiero, nel cuore un poco ricorda Fermaglio, il fratello caduto.
Siamo nel fienile. Prego tre volte, re rosari, tre volte i misteri, tre volte il nome di Dio mentre Fornello scalpita, razza di bestia saracena. So che è malato, ma spero e prego e confido che mi porti lontano da queste terre.

continua…

potrebbe andar peggio, ma complice l’autunno sono decespugliato dai miei pensieri che via via si anno sempre più scuri, arriverò alla notte del cervello e brinderemo insieme alla mio completo rincoglionimento. So che settembre mi fa sempre un effetto trucido: piove, le giornate si fanno corte nella misura in cui i calzini si allungano, le donne si coprono, Ghawar parte in vacanza in Nepal, io devo trovare il modo di lavorare fruttuosamente ed invece sono come una spugna, assorbo tutto: Ferrara che non sente caldo, Grillo e il qualunquismo, sarà qualunquismo, no o forse e se non lo sanno Eco e Scalari che cacchio volete che ne sappia io, Giacomo il Goffo  le sue menate medievali che mi sturano il cervello, la tabaccaia che tura e il bibliotecario col figlio che da misantropo mi è diventato un onesto e buonissimo padre di famiglia, gli amici che si sposano, le mamme paranoiche, gli omicidi seguiti dal papa in TV, Russell e Dennet, Voltolini e Wallace, i soldi che mancano, insomma tutto si concentra nell’autunno del mio scontento, ma c’è (e se c’è) una nota positiva, peccato non possa scriverla.

Comunque, come si dice, quando c’è la salute.

Che fosse per il cielo pesante, gravido e solenne, che fosse per il bimbo che le tormentava il ventre, o perché Giovanni se n’era andato, restava nella gola un nodo, un pugno soffocante che le addormentava la lingua. Nel cortile del condominio un bambino tirava la palla che rimbalzava in eco, un passo dalla vetrata di un appartamento. Non conosceva il bambino, tantomeno la famiglia. Un bambino qualsiasi, pensò. Quel che non avrai mai, rimbrottava una voce, quel che non sai, ripeteva per scoraggiarne la presenza. Giovanni non c’è. Un vuoto da montagne russe, su per lo stomaco. Non c’è. Sospirò mentre la palla fracassava il vetro. Che fosse per il silenzio che s’era creato, che fosse per i passi del bambino, tonfi bassi come tuoni, che fosse perché non aveva mangiato o parlato in tutto il giorno, che fosse per la pioggia che si teneva ancora stretta in grembo ai cumuli, ma le venne naturale scendere per le scale, dimenticando d’essere nuda. Sotto i piedi, nell’aria fresca del corridoio le parve di sentire un fiato, un soffio gentile che le carezzava il cuore, che le spezzava il respiro. Corse per le scale, via più allegra. Alla fine della rampa accorse qualcuno che vedendola si fermò. Si tenne il ventre d’istinto, la mano aperta sotto l’ombelico, la faccia contratta. Un fischio prolungato, come una riga tratta in quel momento composta di minuscoli fischi più piccoli le arrivo all’orecchio, entrò veloce, incontrò il timpano, fece vibrare la membrana con uno scossa e fuggì da dove era venuto: una bocca piccola, imbronciata, triste che chiuse le labbra avviluppando il suono negli alveoli del palato. Il respiro della bocca si fermò, gemendo, mentre la bocca si allargò, mostrando i denti. Il bambino fischiò ancora, veloce ed ammirò il suono infrangersi sul corpo nudo della donna nuda sulle scale. La ragazza del tipo antipatico. Terzo piano. Lei soffiò dell’aria di rimando, timida.
– non ha freddo?
La donna si scosse e fece cenno di si, velocemente.
– l’accompagno a casa?
Di nuovo un si, ma lento e solenne.
Salirono le scale. In casa il bambino si sedette sull’unica sedia rimasta.
– Deve andare via?
La donna fece cenno di no, per la prima volta. I suoi no erano tristi come quelli di una bambina. Non sta bene, pensò il bambino ed un poco di paura salì sul braccio. Un brivido che lei vide, verde e ruggente farsi largo nella peluria bionda, rizzando la pelle vicino i follicoli, uno ad uno.
Si guardarono, mentre la donna ormai vestita, disse:
– non lo dirò.
– neanch’io.
Sorrisero.

Spero vivamente che ci caschi addosso una bella catastrofe come quella che è capitata a mio cugino che stava per sposarsi ed è stato mollato, ha perso il lavoro e la dignità, tutto in una volta. Lo spero così non dovrò andare al lavoro, e non avrò problemi e non voglio morire solo. Tutti via, in una bella botta. Mi metto un cartello davanti ed uno dietro e passo con un campanaccio ai centri commerciali per urlarvelo dietro a voi poveri bastardi di consumatori. Vi deve passare questa voglia di comprare. Mio cugino se n’è accorto tardi. Ma il consumismo si è mangiato la vita sua e quella di tutta la famiglia. Perché mio zio ha perso il lavoro e mia zia si è giocata tutto al lotto e adesso vanno a mangiare alla Caritas e non ditemi che non si sono persi nel mondo magico del consumismo. Quelli che ogni settimana se ne andavano a far compere, che uscivano solo se avevano soldi in tasca, se dovevano mangiare. Che ci caschi addosso un mucchio di roba.

credo.

Dove abito, fate tipo il granaio dei romani, o quasi, ( no, non è l’egitto, ritentate) esiste un modo di dire che esemplifica il modo di vivere: l’asino X non lo fottono due volte. La storia ha rivelato che in realtà ci hanno fottuto almeno una sessantina di volte e di quelle inculate che non augurereste neanche al vostro peggior nemico. Abbiamo una propensione tutta nostra nel mostrarci duri e puri, poi al primo frusciare di banconote ci voltiamo e zac! è fatta. Fate che avevo diciamo, sui dieci anni e che mi piaceva andare a scuola. Diciamo anche che avevo amichetti, ma anche una seria propensione alla solitudine studiata e affascinante, per me, ovvio. Ero quel che si dice un nerd, ma di quelli che ci credevano ed in qualche misura pensavano di doverne fare un vanto. C’è chi si vanta d’aver dichiarato guerra. Le mie almeno erano considerazioni che non alteravano l’equilibrio mondiale. Avevo un grembiule nero di qualche marca abbastanza sconosciuta, ma ricordo che prima dell’avvento della cineseria, ovvero nel 1980 o giù di lì, la cineseria di allora si chiamava roba americana (scusate la lungimiranza, un’altra nostra dote è l’intuito sprecato) e si faceva a gara a chi ne possedeva di meno. Io avevo questo primato per ragioni di reddito familiare (figlio di dipendenti statali) e cercavo di compensare nel modo più ovvio. Giocavo di fantasia. Inventai quel che diventò, nel mio rione, una sorta di leggenda. Il golf su asfalto. Ore di gioco con palline di tennis (l’attrito era maggiore, nei giorni di sole e la pelosità serviva a decrementare la velocità, anche se il fatto che le palle fossero a portata di ladruncolo contribuiva non poco), mazze costruite con bastoni, svitati da scope, cui era attaccato con dello scotch, un pezzo di legno che inizialmente poteva essere un qualsiasi pezzo trovato nella legnaia di un padre ruralmente attivo, poi diventò una sorta di simbolo, quasi un anticipo per molti, del futuro fanatismo per le auto modificate.

Il percorso lo costruivo durante le ore di catechismo. In particolare, durante la stesura dei peccati settimanali. Il foglio era sempre lo stesso per settimane, ma il prete, davanti il mio aspetto inappuntabile e cosciente del fatto che mia madre seguiva messa e cantava a voce alta ( e nonostante si sapesse che eravamo una famiglia di comunisti), mi perdonava la lista con un cenno del capo. Mentre assolveva gli altri da reati comuni, come rubare cingomme o sollevare le gonne alle compagne, ricopiavo alacremente quella che doveva essere la sfida del pomeriggio. Avevo una mano che m’invidierebbe anche il tizio che ci vuole costruire un campo da golf vero, vicino il paesello. Vi giuro che c’è chi ci crede. Al campo vero, come a una cosa bella, dico. Frotte di adulti cui l’esperienza del fottere, politicamente ed economicamente parlando, ha fatto un baffo, credono in questi Sir muniti di ruspe ed impianto idrico da milioni di euro, pronti ad aspirare giornalmente cubature d’acqua che il mio paesello neanche in un mese. Ma ci vogliono credere, come i miei vecchi compagni di classe credevano nel pezzo di legno, come quando all’entrata nella fogna di una pallina da tennis consumata, urlavamo: buca! Così magari s’immaginano d’andare a giocare in mezzo ai lord ai sir. Ai sudditi di una regina, Cristo Santo. Comunque sia mi sembra d’aver accennato che eravamo una parte del granaio dei romani. Il grano non è il riso. Sono tutt’ e due cereali ma non fatevi illusioni: il grano vuole meno acqua. Dunque che ci vanno a costruire un campo da golf? Beh fa scena. E sicuramente dà un tocco di classe al sistema economico della zona. M’immagino il sindaco: abbiamo il campo da golf ed il melone a secco. Che diventerà ancora più secco, immagino.

Noi si giocava a golf in mezzo alla strada e vi giuro che succhiavamo la borragine, che avevamo un traliccio dell’alta tensione vicino casa e che si mangiava la frutta con la buccia, si beveva l’acqua dal rubinetto. Immagino che per avere un campo da golf bello verde ci sia bisogno di concimi e diserbanti. Non è che ci fai crescere qualsiasi erba. No, il tipo inglese, I suppose. Quella verde brillante, fine ed elegante che in UK cresce spontaneamente, ma che qui non fa amicizia neanche con la gramigna che si sa, è una piantina socievolissima. Insomma noi giocavamo a golf immersi nella polvere delle sere estive, nel fango dei pomeriggi invernali, su un asfalto spaccato come un governo di centrosinistra. Eravamo dei ragazzini e ci si arrangiava. La mia immagine ne risentì non poco, tutti dimenticarono la stagione del golf ed arrivato alle medie mi additarono come il rincoglionito che giocava mentre molti passavano alle sigarette e qualcuno azzardava con i superalcolici.

Ma adesso che ci costruiscono il campo vero, magari ci ripensano. Magari a qualcuno verrà in mente quando Andrea, il mio vicino di casa piantò un sasso sul naso di mia sorella. Era notte, era estate. Fuori da ogni casa c’erano scranni e sedie, si prendeva il fresco, si passava da rione in rione, si perdeva tempo e denaro, un lusso sfrenato. Si parlava ancora la nostra lingua, a casa nostra. Si giocava fuori, ci si incontrava veramente muniti di sassi e bastoni e palle da tennis. Non per fare il nostalgico, ma se ci penso mia sorella avrà per sempre il segno di un’infanzia viva e all’aperto. Mica poco.

un caverna, la memoria dei
nostri, solo nostri,
ricordi consunti
dall’avido scorrere
dall’uso sfiancante
del verbo
silenzio
imploro
per poco
che sia mia, tutta
in pieno
che ma sia
quest’ora
che mia, piena
incisa, folle
lesa
ma mia
quest’amarezza morta

fronti d’aria giunti come mani strette si assiepano dietro il tetto, annunciano l’arrivo della stagione bruta, la fine della collegialità pungolata dal caldo, la solidarietà che solo il sudore sa esprimere. Sono in casa e penso alla mia memoria a breve termine, finita nel cesso assieme agli occhiali che non indosso per vergogna. Poi all’apparire dei fosfeni urlo e mi mando affanculo da solo. La mia memoria si fotte col sopraggiungere del’lautunno. Mi chiedo come sia possibile passare dai piani infiniti di canicola, ovvero metri e metri cubi d’aria rosolata, all’infinita retta dello spiffero, la madre di tutte le malattie da raffreddamento. Mi chiedo come si possa cambiare così tanto: dal maglione di lana confezionato da un bengalese, alla canottiera di cotone cinese. Possibile che il fisico si possa adattare a tal punto?
Guardate il cielo adesso, sono le quindici e sembrano le otto, di quando… Ieri sera? Oddio, se son sopravvissuto a Berlusconi riuscirò a far tutto. Il problema è che non so se sono uscito veramente dal precedente governo, anzi non so qual è esattamente il precedente governo. Sembrerebbe un altro, sembrerebbe di respirare un’aria diversa invece è semplicemente arrivato l’autunno.

– Farlocchi.
– Ci sarai, vecchio.
– Impertinente.
– Addirittura? Ridono.
il gruppo di ragazzi vocianti non accenna ad allontanarsi. Uno di loro sottrae il fiasco di vino dal marciapiede sul quale il vecchio è sdraiato.
– Screanzato! Urla il vecchio.
I ragazzi bevono a turno. Il resto del vino viene versato teatralmente per terra. Passano una ragazza con le cuffie ed un distinto signore accompagnato dalla moglie. Evitano lo sguardo, accelerano il passo.
Il vecchio si alza. Viene verso di noi. E’ vestito con un completo nero, sporco e spiegazzato. La barba incolta, il viso rosso.
– State a guardare, vigliacchi. Un vecchio sbeffeggiato che non sa difendersi che con le parole. Questa la buona educazione. Questa la vostra generosità. Zitto, tutti zitti, a parte loro.
Indica un cassonetto, si sentono chiaramente dei tonfi, dei colpi sulla lamiera. Poi il silenzio. Si affaccia una pantegana:
Pantegana: – che vuoi vecchio? Hai chiamato?
Vecchio: – raccontavo della vostra generosità.
La pantegana sorride come può, i denti appuntiti s’intravedono. Il vecchio rabbrividisce leggermente.
Pantegana
: – non è nulla, vecchio. Anzi è diventata un’abitudine. Sei sempre così solo, e stupidamente ubriaco. Torna dalla tua famiglia. Prima che sia tardi, fai qualcosa. Tu che sai che vuol dire morire. Noi non capiamo bene cos’è finire una vita. Noi ci si arrabatta. Noi si vive giorno dopo giorno come fosse il primo. Non si ha memoria, poca coscienza. Nel gruppo troviamo salvezza, nel silenzio la comprensione. Ma tu che sai capire solo vai. Vai e fuggi dove la morte di cui speri l’arrivo non ti colga impreparato.
vecchio: – ma io son pronto.
Trambusto nel cassonetto. Spuntano dieci teste di pantegane, parlano all’unisono:
Pantegane
: -pronto a fare che?
Pantegana sola: -Pronto a finire.
Pantegane insieme: -ah.
vecchio: -non capite.
Le pantegane scuotono la testolina, fanno cenno di no.
Vecchio, rivolto a noi
: – Le pantegane non sanno. Muoiono e rinascono uguali, poche le differenze, sempre gli stessi i rumori che allontanano i giovinastri dal vino. Temute più per il gioco di squadra che per la forza.
Le pantegane applaudono festose, dietro il Vecchio, mormorano: parla di noi, si? parla di noi.
Vecchio
: Ma che me ne faccio di una condanna di cui non so la data d’esecuzione? La mia mente pensava all’avvenire come fossi immortale. I giorni che ho speso non hanno comprato che l’attaccamento, senza consapevolezza. I giorni si fermavano in mesi e gli anni non hanno lasciato che me. Tale e quale al ventenne che ero. Le illusioni incorniciate alla parete, le speranze accantonate nelle scatole, i ricordi come schianti sul cuore. Questa è una vita?
le pantegane: – non sappiamo.
Ritorna uno dei giovani del gruppo maleducato. Porge al vecchio una sigaretta. Le pantegane si nascondono, battendo le mani. Il vecchio l’accetta. Il giovane sorride e se ne va.
il vecchio
: – vedete? Non mi ha neanche fatto accendere.
La pantegana che per prima ha parlato si affaccia, scuote la testa, le altre la seguono, battendo le mani sempre più forte.

Il freddo stagnava come una scorreggia al cavolo bollito. Dormire ingannati dalla stanchezza, strafatti di verdure, rincoglioniti dalla TV. Queste le condizioni necessarie al sonno senza incubi. La famosa coperta troppo corta, da dividere in due. E della speranza neanche una traccia, un ricordo. La vita dura e pura, incisa nella cava della sfortuna in grossi blocchi da scolpire, per scoprire di quale morte, per vedere con quale vita. Siamo in trenta, siamo stati di più, dipende dalla stagione, dipende dagli arrivi. Cara mi tiene la mano stretta, le manine bianche, le nocche livide, la bocca che mastica immaginari piatti di casa, che bacia nostra madre, persa ormai, finito tutto o quasi.  Cara ha otto anni e tre mesi, per il compleanno le ho fatto vedere il sole: siamo usciti abbracciati, le sue mani vicino al viso, giunte, come stesse pregando di non bruciare. Non uscivamo da mesi. Quando ho visto che piccole bolle, leggere e piene d’acqua le comparivano sul braccio e sul petto siamo corsi ridendo fino alla casa. Da quel giorno Cara non è più uscita e gioca con me, quando torno dal lavoro. La raccolta dei pomodori è finita, adesso ci sono l’aglio e le cipolle. Qualche serra assume ancora, ma di nascosto, come si vergognassero. Quando torno a casa dormono già tutti e la proverbiale allegria del mio popolo sembra sia svanita come fumo, una folata di gelo e gli occhi in fessure dimenticano la fiducia, scordano la fratellanza. Cara ancora non capisce e si strofina il mento come farebbe una signora snob ad un museo, fronte verso l’alto, il naso delicato, la bocca all’ingiù. Ditemi la verità: avete mai visto un bambino raccogliere i pensieri e ghignarci su? Avete mai visto un bambino piegare le labbra mentre guarda fuori la finestra? Io non ci avrei scommesso due soldi su Cara. E’ nata frutto dell’amore, è figlia di una donna che come sabbia si è dispersa e di un uomo senza faccia, di una stagione calda e del caldo. Cara non verrà mai adottata da questa terra dal cuore arido. Brulla come la mia mente, silenziosa come i miei pensieri. Eppure siamo qui ed in venti, in trenta e quaranta, continuiamo. C’è chi la chiama forza e chi speranza. A me viene mente quando, finita l’università, non sapev che fare di me e mi proposi come educatore tirocinante in un centro. Otto mesi in cui capii che alle volte basta anche solo respirare. Prima o poi il sipario cade.

Ci guardano male, parliamo un’altra lingua, siamo biondi e belli e loro sono scuri e brutti, a volte sono bassi come ragazzini, a volte sono grassi come palloni, a volte sono gentili, a volte sono come bestie, a volte ti dicono da dove vieni, a volte ti tirano per la maglietta, a volte ti urlano, a volte ti regalano qualcosa. Sono strani e sono ricchi. Ma dicono sempre che non hanno soldi. Hanno la pancia piena, e parlano di mangiare. Hanno i vestiti nuovi, ma entrano ed escono dai negozi. Ed hanno la moda, l’inflazione, il contratto e l’assicurazione. Hanno la faccia stupita di chi non conosce la guerra, di chi non conosce la fame, di chi ha visto la morte come nei film. Bianca e pulita, come una carezza. Hanno le auto e ci vanno soli. Hanno i bus ed ascoltano musica. Moltissima musica. Adorano chi canta, adorano chi recita. L’importante è fuggire. Lavorano che sembra un dovere, parlano che sembra un dovere e sorridono poco. Le loro donne hanno i seni grossi e le mani affilate. Loro guardano le altre donne e ridono quando qualcuno cade. Non sanno cos’è il coraggio ed aspettano che qualcuno dica qualcosa per accodarsi. Ci considerano avanzi ed erigono barriere. Hanno un Dio che comanda ed un Figlio che è morto per loro. Ma non seguono, interpretano. Anche i loro uomini di religione, grassi e tristi, dettano sui balconi come altri che adesso condannano. Perché di questo si nutrono: di paura. Gli piace pensare che non muoiono, gli piace chiedere a Dio di restare ancora e poi sprecano il tempo dietro denaro ed opinioni confezionate per proteggerlo. Sono una razza che ha paura, e che ama la paura. Ci hanno costruito casa. Ci abitano da tempo. E se gli vai a parlare di libertà ti mettono in galera.

ma come mi piace andare in bici non ci credereste. Mi alzo da letto e mi vedo già sul sellino. Scivolare nella strada senza intoppi, quasi un treno, quasi un’auto ma senza lamiere, libero, come da bambino. Vado al lavoro in bici, a far la spesa, al cinema, al mare. Che ci sia sole o pioggia, non m’interessa. Sono attrezzato, sono uno previdente. La mattina mentre bevo il caffè la guardo, parcheggiata vicino la porta: bella bici mia, le dico, bella bicicletta che mi porti via da qui. Non ho paura che la rubino, è vecchia, non è una mountain bike, non ha le marce. Ma anche in caso, non c’è problema. Ad assemblarla ci ho messo una settimana. Due tre giorni di ricerca dallo sfasciacarrozze, una sera ed una notte per sistemare il tutto. Che la rubino. L’Arlecchino delle bici. Nessuno vuole più roba vecchia. Le cose riciclate sanno a tutti di sporco. I cretini che sfoggiano. I cretini che quando sarà alla moda una bici col manubrio giallo ed il telaio nero la pagheranno soldoni. Idioti che ridono quando vedono i pedali di sughero. Ridono chiusi in abitacoli stretti, fermi in lunghissime code, mentre io gli sfreccio vicino, un sibilo che dura meno di uno sbadiglio e sono già al lavoro, ma si ridete, che tra la prima e la seconda sono partiti due litri di benzina. Io la mia, l’ho venduta. Era una grossa, l’ammiraglia nuova di una nota marca, brand new, direbbero. Ho venduto tante cose perché era un periodaccio della mia vita:

 

Fate conto che sono uno che ha studiato economia, qui e all’estero. Sono uno di quelli da cui viene il dottor Taldeitali e gli dice: mi devi risanare l’azienda. mi devi far fruttare l’azienda. mi devi far quadrare il bilancio. mi serve quello zero virgola uno che mi salva il culo e lo salva a te. Ecco io sono quello che sa fare queste cose e bene, sono affidabile. Margine di profitto minimo, se ci sono contributi statali, liquidazione e via. Se nò un culo grosso come una palazzina dietro numeri e grafici e informazioni da pagare salato e di nuovo liquidazione e a casa. Sono uno che ha sempre visto i soldi come al monopoli: di carta. Ci giochi e compri, investi ed incassi, sforbiciatina dove è necessario e aggiustatina al bilancio. Con discrezione e classe. A cuor leggero. Anzi, ero tutto leggero. Una piuma che secondo il vento si posava morbida su carta e carta e tutto quello che la carta può comprare. M’interessavo al mondo e capivo, nel senso che la fame in Africa, i genocidi e le guerre, e la dietrologia e bla bla. Non ero un ignorante. Non è che non sapessi. Semplicemente stavo bene così e siccome dormivo bene, vivevo bene e stavo per metter su famiglia non è che pensassi tanto al resto.

 

Fino a quel giorno. Avevo appena venduto una nave carica di rifiuti ad un paese sottosviluppato. Ero contento, un affare che va a buon fine è sempre una soddisfazione. Ricordo bene che il telefono squillava ininterrottamente mentre i cellulari cicalavano messaggi. Faccio per prendere la cornetta quando sento un CRACK spaventoso. Lì per lì pensai fosse caduto un mobile, o avesse ceduto un pilastro. Poi mi accorsi d’avere il gomito incastrato nel tavolo. Avevo spaccato un costosissimo pezzo di design poggiando l’avambraccio. Mi veniva da ridere, ma quel buco là mi è rimasto impresso per sempre. Pensai che mi era venuta una forza sovrumana. Una cosa tipo Hulk. Ma non spezzavo nulla tra le mani. Mi limitavo a rompere qualsiasi cosa su cui mi poggiavo. La sedia dei Day si era fracassata sotto il sedere con un altro crack. Lasciavo orme sul parquet. Lasciai un’orma anche nell’ascensore bilanciando il peso sul piede destro. Ero terrorizzato. Finisco nel magma, pensavo. E tirare su le gambe diventava sempre più difficile. Sentivo gli arti pesanti, le dita gonfie e la testa grossa, enorme, il collo pareva un bastoncino troppo sottile. Fuggii come potevo dall’ufficio, ma ben presto com’è logico, tutti si accorsero dei rumori, della devastazione che lasciavo dietro. Quando salii in macchina questa cedette di colpo ed una ruota si sgonfiò come bucata. Dietro il Pffff che si allungava silenzioso sentivo il brusio concitato della gente, come il pigolare di tanti pulcini. Chiamai il carro attrezzi e questo mi trascinò via mentre il paraurti sfrigolava sull’asfalto. Pagai tutti. Pagai l’autista del comune, pagai alcuni colleghi dell’ufficio e mi ritirai a casa per un poco. Lasciai la mia fidanzata, una ragazza leggera che si sposò due mesi dopo con un collega, e aspettai che la pesantezza passasse. Pesavo quattro quintali. Mi pesai al porto, portato da un camion, trasportato da cinque uomini. Come ridevano. Comprai casa al pianterreno, senza cantina. Non mi spostavo più. Lavoravo da casa, guadagnavo come sempre, ma dovevo star molto attento a come pigiavo sui tasti, a dove poggiavo la testa, a non sfondarmi le ginocchia posandovi un palmo. Inutile dirvi che nessun dottore mi seppe spiegare. Quando cominciai a sentir pesante la cassa toracica sul cuore e le caviglie sui piedi e non mi era possibile dormire, mangiare o anche solo fare due passi decisi di ammazzarmi. Buttarmi da un dirupo. Mi sarei sfracellato in un biz. Così misi all’asta tutto, a parte la casa. Pensavo che fosse come una pena. Insomma, mi liberavo di tutta la zavorra. Invece pesavo sempre di più. L’idea di morire divenne una fissazione, un’ossessione: buttarsi in una diga, farsi scaraventare da una gru sul mio ufficio, da un aereo militare nel centro, qualsiasi cosa pur di morire, ma di una morte ben visibile, se non altro per via del cratere e dei morti. Quando la casa cominciò a sprofondare capii che era finita. Tanto valeva ammazzarsi in sordina. L’implosione delle mura mi terrorizzava, avevo paura di sopravvivere. Mi licenziai ed ordinai una pistola. Decisi di regalare soldi e azioni a una di quelle associazioni che si fanno in quattro per gli altri, che quando vedi uno di loro in tv capisci che ne vedono di tutti i colori, ma che camminano leggeri, dormono leggeri e insomma se prima cambiavo canale, adesso l’invidia mi saliva come vapore da una pentola, e dicevo adesso muoio ma almeno diventate pesanti anche voi.

 

Invece vado in bici. Ho perso peso d’un tratto, quando avevo la canna della pistola in bocca e la lingua ritratta per paura dei germi. Ho fatto per tirare il grilletto quando ho pensato che valeva la pena, prima, di vedere il mondo collassare. Così ho acceso la tv e nulla. Un sacco di gnocca, al solito, ma nient’altro. Un sacco di guerre, un sacco di carta e di carta pesante. Avevo la nausea. Poi mi è venuta una gran voglia di fare una passeggiata anche a costo di bucare il pianeta da parte a parte. Camminavo leggero. Ridevo, pure. Poi sono andato in spiaggia. Poi ho mangiato un panino seduto al bar. E tutto sembrava come prima. Tutto il mondo sembrava pesasse quanto un pensiero allegro. Ma non capivo bene, anche se ero felice. Poi mi è venuta voglia di andare in bici e non avevo un soldo, così sono finito dallo sfasciacarrozze, poi ho trovato un lavoro nuovo, sempre con i numeri, in un ufficio minuscolo, ma girano pochi soldi, e non sono carta, sembrano pesare parecchio. E non devo fare altro che contarli e spedirli. Non capivo però. Sapete quando uno sta bene, come se l’avessero miracolato, e non sa darsi una ragione del perché, non capisce cosa è successo.

 

Poi vi ho guardato, a tutti voi, vi ho osservato a lungo. Ed ho capito.

Sono stato via quindici giorni, porca miseria. Mica un anno. Eppure qualcuno ha deciso che la lavorazione dello yogurt merita un aumento del cinque per cento. Maledetti fermenti lattici, quanto ci costano. Mucche bastarde, esose. Sono stato via due settimane e la pasta in offerta costa quarantasei centesimi. In due settimane il grano è diventato oro. Sono stato via dall’Italia meno di un mese e al mio ritorno ho casa mia infestata dalle blatte. Perché hanno disinfestato l’appartamento vicino. Dicono che il paese sta fermo.  A me sembra velocissimo. Il proprietario del discount vicino casa ha un SUV e ride. I figli comprano case e le rivendono. Il gioielliere del piano di sotto dice che non arriva a fine mese. I figli ti chiedono la colletta per la birra, in centro. Gli amici che fanno i call center cambiano il cellulare ogni anno. E sanno cosa va di moda quest’anno. Sono stato via poco porca miseria ed ho pianto al mio ritorno. Non mi mancava nulla della mia terra. Che tristezza. Sei giovane, mi dicono. Mi dicono tutti così. Sei giovane. Troppo giovane per avere un vero lavoro. Troppo vecchio per rimettermi in gioco. Eppure sono stato via per poco.

Una novità: il vicino ossessionato dalle maledizioni ha capito chi gli fa le messe nere. Si limita a sputarmi le scarpe ogni volta che ci incontriamo.

Chi più, chi meno, tutti abbiamo avuto un episodio di stipsi. C’è chi s’è mangiato il risotto la notte, chi il limone, chi si è dimenticato di andare, chi c’è abituato. Chi si gonfia per sopraggiunto meteorismo, chi s’affanna con le gocce, chi s’abbuffa di yogurt, chi di fibre, chi beve tre litri d’acqua e chi aspetta pazientemente il caffè e la sigaretta del mattino dopo. Io invece me la godo. Di solito non trattengo mai nulla, per una volta che succede, lascio che sia. Non credo che poi sia la disgrazia che figura in uno spot: prima hai la pancia gonfia, il cielo grigio ti accompagna e nonostante il maestrale tiri giù le cabine non ti si asciugano i capelli. Poi mangi questo miracoloso yogurt e torna il sole, il mare è piatto, i capelli brillano in boccoli dorati. Prima le occhiaie di una tossica, poi addirittura ti diventano verdi gli occhi. Stronzate. Trattenere più o meno coscientemente le feci, senza che si arrivi al blocco, che è una grossa magagna, è sano e naturale. Capita ci si accorga che la mente, raccolta in se stessa come il corpo, acuisca la capacità d’analisi, di elaborazione e che sottilmente il filo dei pensieri, le ragioni finanche i sentimenti siano irradiati da luce nuova. Certo, questo non dovrebbe durare più di una settimana, in cui peraltro l’ingombro può impedire l’introduzione di nuovo cibo, di nuove letture, la presentazione a nuove persone. Il corpo tutto preso nello smaltimento dei rifiuti e concentrato in se stesso, ritrova una nuova ragione di esistere: il mantenere senza scopo. In effetti abituati come siamo a prendere, sfruttare e buttare, ad usare e smaltire senza mai riciclare, ci viene difficile capire come si possa tenere poco più in basso del cuore una modesta quantità (secondo i casi) di sterco. Sembra orribile immaginare il cuore, centro motore del corpo, simbolo di vita o amore, appestato dal tanfo delle viscere sature. Eppure, per pochi giorni, il cuore ne trae giovamento. Si limita a pompare, tranquillo, senza altri compiti ingrati, mentre il cervello si gode la vacanza ed il colon si irrita perché lui in ferie mai, maledetti bastardi. Inutile ribadire che le ferie nessuno fino al Grande Sonno. Si irrita comunque, indaffarato. Aspetta le spore di una qualsiasi flora batterica, stimola gas micidiali che aiutino l’espulsione, dà fuoco alle micce, bussa e poi aspetta che ai piani alti arrivino le proteste.

Il trattenere diventa la quiete e se a qualche donna l’illazione di un dolce evento suona come un’offesa, per me carezzare la rotondità è come una coccola inaspettata. Dalla persona che stimo di più (*). Certo, possono subentrare complicazioni se la natura vi ha già provvisto di un’indole inutilmente avara. In questo caso il raccoglimento esasperato porterà ad un’inevitabile rompere improvviso degli argini e delle amicizie, anche le più consolidate. Magari inconsciamente avete bisogno di liberarvi dai pesi morti. Magari il fatto che da bambini non giocavate con le feci vi ha reso dei bigotti di natura, degli introversi taccagni nel contante e nei sentimenti. Dunque sarà ancora una volta una liberazione, un naturale moto che cambierà la vostra vita grigia. Magari sarà solo un tratto secondario del vostro carattere e l’inquietudine del tenere vi renderà più recettivi e desiderosi di cambiare, di liberarvi del basto di un super-io imponente, di fluidificare i rapporti con voi stessi e gli altri.

Così vivere la stipsi è come una vacanza in cui trattieni che trattieni, diventi un po’ più tirchio, un po’ più saggio, un po’ più accorto, un po’ più umile e un po’ più stronzo.

(* diritti riservati, W. A.)

 

 

keith haring

 

Vorrei opporre una gentile resistenza all’estate così come l’hanno concepita gli speculanti amici dei bambini (e del portafoglio del babbo) della Coca Cola, a dire il vero non ne sono sicuro ma visto che Babbo Natale in rosso l’hanno inventato loro, vado per induzione. E comunque qualcuno deve pagare. Dicevo: l’estate del mio scontento è arrivata ed io avevo da fare. Mi sono liberato dagli impegni (perché poi il liberare sia connesso agli impegni… a me piace quel che faccio) e ho capito che in una cittadina del Sud hai due sole opzioni: andare al mare, uscire la notte. Ecco quest’anno del mare non me ne frega nulla. Bello, bellissimo, adoro il mare ma arrivato in spiaggia mi accorgo che oltre scrutarmi gli alluci non so che farne di me. Bagno il costume e maledico l’immondizia ed i turisti, come ogni indigeno che si rispetti. Poi? Mi scruto gli alluci e mi riprometto di iscrivermi in piscina. Le mie giornate al mare finiscono per essere un momento di lucida consapevolezza, un momento di meditazione come l’ultimo dell’anno. Butto via per rinnovare, stimolato dai profumi dei solari e dalle bordate dei grossi seni abbronzati (ma tutte maggiorate quest’anno?), stranito dal fatto che duecento metri più in là in questa mise verrei arrestato. Ogni anno questa cosa mi turba. Sono un ripetitivo. Ed uso la parola cosa. E mi commuovo per una foto di Diane Arbus, una bellissima foto di una donna triste e del suo cane. Gli occhi di quella donna non hanno mai conosciuto il mare. Non il mio. Sono occhi nudi di non ha neanche l’acqua a proteggere. Come siamo piccoli, penso allora e mi viene da pensare che la vigliaccheria mi ha salvato da un sacco d sventure. Come l’eroina, o l’alcool. Per ora. O forse siamo nati per dimenticare i giorni tristi, siamo fatti per lavorare poco e male, per far sesso e mangiare, per godere. Che spreco di tempo il mio. Ho sbagliato proprio tutto. La maggior parte del tempo la passo a chiedere.

Pierre Alechinsky

(P. Alechinsky)

Strada statale, svincolo con la provinciale, semaforo rosso, semaforo verde, a destra. Proseguire per quattrocento metri, cartello, grosso parcheggio (P bianca su sfondo blu di tre metri per due) et voilà, sono in ballo. Mai come al centro commerciale la natura dell’uomo si svela per quel che è. Marks dice che nonostante abbiamo il novantotto per cento di geni in comune con lo scimpanzé abbiamo poco da spartire coi primati. E che comunque abbiamo molto in comune (in DNA) anche con le pratoline. Marks vive in campagna, lo so di sicuro. Al contrario di Dawkins e del gene egoista. Perché qui al centro commerciale ogni istinto represso dalla civiltà, o educato da questa, mettetela come volete, viene fuori in tutta la sua brutale animalità. Sono appena sceso dalla macchina e già due distinti signori si contendono il parcheggio a colpi di clacson. Sbraitano dietro i vetri anneriti, piccoli e soli nei sport utility vehicle, le tempie ghiacciate dall’aria condizionata, altissimi sui loro giganti motorizzati. Qualcuno si ferma a guardare, ma siamo in pochissimi, in generale il clima asettico del comprare ci ha già coinvolto, anche se siamo alla sigla. Infine regna l’indifferenza: siamo qui perché ci serve qualcosa, abbiamo bisogno di comprarla. L’aria condizionata a ciclo continuo mi accoglie, un leggero sentore ferroso, come di sangue, l’accompagna in un soffio. Nel centro commerciale c’è di tutto. Ci sono i vecchi davanti la lingerie, i bambini affogati in immensi scatoloni zeppi di palle colorate, uomini e donne che spingono carrelli dalle ruote sempre male in assetto, ragazzi che siedono davanti un fast food, ragazze che entrano ed escono dal bagno in un girotondo di gonne ed ombretti spaventosi, signori che pesano gli avocado sul palmo della mano, signore che cercano l’occasione in gioielleria. I negozi eccessivamente illuminati danno l’idea che sia sempre Natale e la musica mi accompagna ovunque vada. Anche nel bagno. Motivetti lisergici che stimolano lo scambio di moneta contante con merce, canzonette che mettono a dormire il cervello scaricando adrenalina nel corpo che, non sapendo bene che fare, non fugge, non caccia, non raccoglie, ma compra. E’ come una febbre che sale questo prendere in mano una merce e cercare di averla. A volte mi viene da piangere quando in un vecchio film vedo che tutti hanno le mani libere, senza cellulari e carte e borse. Mi viene un groppo in gola quando penso che non so come si costruisce nulla di quel che uso. Mi sento limitato. Eppure non posso e non riesco a far altro.
Sulle scale mobili incrocio un amico che sta leggendo assorto le istruzioni dell’elettrodomestico che tiene sotto l’ascella. Sembra una sveglia digitale gigante. Non mi vede. Continuo a salire mentre una fila di persone scende al piano terra davanti a me. Quando le rette si intersecano e siamo vicini a quelli che scendono da poterli toccare, le mani si ritirano dalla ringhiera mobile e grattano o riavviano o giocherellano. Torneranno dov’erano quando gli altri saranno alle spalle e davanti ci sarà qualcos’altro da comprare.
A me serve una pentola, una padella per essere precisi e qualcosa da mangiare. Mentre arrivo nel cuore del centro commerciale, il vero ipermercato, il nocciolo del consumismo, mi ripeto come un mantra: solo quello che ti serve. Stringo i pugni per darmi forza e sottolineo il tutto stringendo gli occhi. Così per un secondo sembro uno con la sindrome di Tourette. Ma poco importa qui. Nessuno è nell’ordine di idee che porta a pensare come in una comune strada. Qui ci sono occhi solo per ciò che serve appunto, mi serve una padella. Del Teflon bello forte che irradi nanometalli pesanti dentro le mie future bistecche appestate. Nulla di più. Se poi trovo anche dello yogurt di latte topino alla vaniglia colorato da coccinelle, anche meglio. Testa bassa ed un passo alla volta. Mi metto gli occhiali così che metto a fuoco solo quel che ho davanti. Ma è una lotta inutile, ed io parto svantaggiato. Scritte abnormi urlano offerta solo per oggi ad un euro tre cd, a due euro una radiosveglia (quella del mio amico), a tre euro un paio di infradito con suola in stuoia da spiaggia, a dieci un chilo di prosciutto, a dodici nove chili di pesche, a tredici qualcuno vende la mamma, tredici e uno, e due e tre, qualcuno se la piglia e va via soddisfatto. Arrivo con passo furtivo alle padelle. Belle padellone grosse che ci sta dentro un agnello intero, padelle piccole per tristi single a dieta, padelline mini per modelle in carriera ed il vizietto dell’uovo fritto. Batterie di padelle lussuose in rame, uranio e stronzio. Padelle quadrate, padelle sui generis, padelle in offerta. Sono arrivato. Eccola. Splende dietro, opaca davanti, splende diet… nel riflesso del ferro smaltato mi perdo per un attimo. Cerco di recuperare i sensi, stringo i pugni ma non ce la faccio. Sono fottuto. Mollo la padella per terra, il trambusto si perde insieme ad altri che come me, vinti dal riflesso, hanno mollato le stoviglie. Ci dirigiamo tutti, come guidati da una mente unica verso lei. La tecnologia. Nell’angolo della tecnologia troverete sempre più adulti che ragazzi. Gli adulti che leggevano Jules Verne ad esempio saranno là, irretiti dal progresso, affannati nel tentativo senza senso di agguantarne la coda. O quelli come me che si stupiscono che ancora sanno usare la parola comodità, memori dei tempi in cui all’apparire di un’antenna si sentiva oooh e a Povia ancora dovevano crescere i denti. O i vecchi che anche senza capir nulla vogliono dar battaglia alla morte brandendo un cellulare, riparati da un lettore dvd. Tutti noi analogici ci rechiamo nel tempio del più grande imbroglio del centro commerciale, anzi nel suo cuore. Come in una discesa negli Inferi ci riconosciamo, davanti le macchine, come umani; sappiamo d’essere fatti di carne e sangue davanti quei cavi, di fronte i led, le lucine e i trilli, per noi che il semaforo era quasi la più bella invenzione dopo il cordless. Per noi che quando si rompeva il telecomando definitivamente (dopo averlo accomodato con scotch, attack, sputo, porridge) era quasi un lutto, per noi l’angolo della tecnologia è là che seduce.
Così invece della padella esco felice con finanziaria in mano. Finalmente tra due settimane mi portano un televisore al plasma da sei pollici. Arrivo in macchina e al semaforo l’incantesimo si rompe e piango.

– mai visto un bambino?
Così in piena era del pedofilo mi apostrofa una signora al mercato ortofrutticolo. Un bambino rotondo, a fianco a lei, sorride amaramente come dire: mi è capitata per mamma che vuoi che ci faccia? La signora sposta le buste ondeggiando e si avvia trascinando la pallina colorata. Sono interdetto, tra l’umiliato e offeso, più offeso. La fila disordinata al banco diventa una perfetta coda d’anaconda che si snoda fino alle scale, lontano da me. Mi guardano come se avessi cercato di strappare il cosetto, neanche tanto bellino – si dice simpatico- , non come uno che ha sorriso. Perché a me ogni tanto viene così che sorrido se vedo un bimbo paffuto, un cane vestito, un vecchio fissatette, che ne so, sarò pazzo. Comunque come dopo aver tratto una riga, hanno deciso tutti da che parte stare. Hanno preso le distanze da me. Si dissociano. Anche la signora del banco mi guarda storto e non mi resta che armeggiare col cellulare nella tasca e sparare a volume massimo la mia suoneria preferita: l’inno di mameli versione dance. Ai vecchi sa di patriottico, alla mezza età sbarazzino. Sugli under 50 non voglio far colpo. Che io sia gerontofilo?
– Pronto amore? Dico con una punta d’amarezza – ma guarda, tesoro c’è una fila- annuisco e guardo di sguincio (pensano stia chiamando il socio che aspettava il bambino nel suo minivan parcheggiato sul retro) – tesoro bello le fragole non ci sono! Non è che ti viene voglia di qualcos’altro? No? Ma non si può subito. C’è gente. C’era pure una maleducata… ma te lo dico dopo…- la fila si disorganizza, prima si scioglie in maglie via via più lente, dopo finisce per accerchiarmi con sguardi teneri e cenni di via libera, il senso di colpa negli occhi. Improvvisamente mi trovo in prima fila, cellulare attaccato all’orecchio, la signora che mi riempie le buste di frutta (no, ecco le banane non le voglio, ma… ecco va bene, va bene se vuole… una gran maleducata si, lo so, di otto mesi, si a settembre) e verdura, quella buona dicono tutti in coro e sembriamo in un musical off-off Broadway la gente che dice quella buona ed io che canto grazie e me ne vado con le buste piene ed il portafoglio intonso.

 

boqueria

La città d’estate muore. Una morte lenta e dolorosa, senza morfina. Crepa sotto il sole mentre la notte si sveglia presa dal timor notturno. La città d’estate è come vedere un film catastrofico che s’intitola “Erode è passato di qui e questa volta pure le femmine”. I vecchi sfilano in processioni chiare, cappellini e pipa, catetere in vista, mutandoni. Dai cinquanta in giù siamo in tre: io, l’edicolante anarchico e la moretta del bar solitario. Io son seduto nella piazzetta che mi rollo una sigaretta a fatica, le dita sono così lisce che la carta non gira. L’edicolante anarchico bestemmia. E’ come una mania: bestemmia per qualsiasi cosa, fosse anche una penna caduta per terra, una mosca che passa. La moretta del bar solitario legge. Solitamente si accontenta della Gerusalemme Liberata, o dei Minima Moralia. Questa volta leggo di sguincio “Le origini delle lingue neolatine” e sorrido. Fa caldo. Ci sarebbero due cose da fare: sesso con la moretta -l’edicolante lo scarto, è pelosissimo, come tutti quelli che hanno cervello-, o scaccolarsi in pubblico. L’edicolante mi guarda e bestemmia. Scommetto che pensa la stessa cosa.
– scaccolo libero? mi urla
rido mentre la moretta del bar solitario sorride. Arriva un cliente. Spezza quella sottile intimità appena intessuta. Chiede il Foglio. L’anarchico dice
– non ce l’ho.
E bestemmia d’aggiunta. La moretta si prepara, mette via il libro e mi guarda. Ci alziamo ed aspettiamo la rissa. Non arriva. Il caldo ottunde i sensi.
Ci sediamo di nuovo mentre l’edicolante anarchico bestemmia.
Ho con me lo zaino, prendo tre pesche, una a ciascuno. Sfila un’altra lunga processione di vecchi, sanno di umido, puzzano di fiori secchi. Parlottano tra loro e vanno via. La moretta del bar solitario mi dice:
– sai cos’è un tafano?
– si.
– io mai visto.
L’edicolante anarchico si sporge per guardarmi e mi strizza l’occhio. Glielo farebbe vedere lui il tafano.
La moretta fa finta o non coglie, continua:
– sai da dove viene la parola alcool?
Lo so, ma nego.
– da al kol, che vuol dire polvere di antimonio, poi kol lo usavano per tutte le polveri e…
Mi perdo dietro i suoi capelli. Biondo cenere, schiariti sulle punte dal sole.
L’edicolante si sporge e mi sorride, come se fossimo amici. Sorrido di rimando ed aspetto la bestemmia. Non arriva.
– sai cos’è il sostrato?
L’edicolante anarchico sfoglia un libretto di fretta.
– lo so.
La moretta annuisce mentre uno dei vecchi si avvicina di fretta, la camicia bagnata, i capelli radi in strisce disordinate.
– Posso andare al bagno?
la moretta guarda me, poi l’edicolante anarchico che fuma e dice:
– lei sa cos’è il sostrato?

hine girl worker