Potessi cogliere di pioggia l’ombra,
d’una stilla il moto in mano presa,
non arresa, allora, potrei dirmi,
ma di robusta e chiara e sana mente;
forte e umana, che sì guerreggia sorte
amara; bagnata di calda luce al sole.

Ma fuor del dubbio non restan che sole
parole; senno che lettera adombra;
nate d’aste, da piccin pugno sorte,
cresciute e vive e pien di vita appresa,
grido umano e soffio che prova e mente:
divina somiglianza è maledirmi.

Che dico? Muta, ascolto: sappia dirmi
il cielo, il suon dell’acque e il sole,
la cruda terra che alla mano mente,
l’aspro sapor del mondo che al riso tiene ombra,
il moto della goccia in palmo presa,
che ottusa scese dalle ciglia assorte.

Ch’ il suolo mi racconti quale sorte
sia condanna al verbo, sappia dirmi
se il mondo infine allenta la sua presa
se al vaglio dell’ignoto sarà sole
duro, o silenzioso riposo d’ombra.
vana anneghi là, l’ansia che non mente.

Torto cammino ha l’offuscata mente
senza guida, confusa dalla sorte,
vacilla il passo, pesa nell’ombra
l’eco di parole piene che dirmi
posso, che, benché siano poche e sole,
sono appiglio, aiuto e salda presa.

Umana fortezza di senno è presa,
se la parola è viva e non mente,
lago di ragione splende che sole,
e a ognun pare di tener stretta sorte
questa è menzogna che ho da dirmi
se all’orizzonte una nuvola s’adombra.

l’ombra dell’uomo in parole è appresa
in segni, che dirmi non può la mente,
ché sorte volle di vederli al sole.


foto di Laura

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