L’estate della laurea (terribile maniera di classificare il tempo quella di dare nomignoli emozional-stagionali) si dipana sotto gli occhi come una corda che sfugge, a cui vorrei aggrapparmi ma che non riesco ad afferrare. In modo intermittente riaffiora il panico, quotidianamente il bruxismo mi affligge, nevroticamente mi ripeto che niente di quel che era sarà più allo stesso modo, silenziosamente cerco una risposta al vuoto che mi avvolge. Sembra che un velo metafisico si sia posato sugli oggetti, che ogni cosa, nella sua apparente tangibilità, nasconda un significato di cui intuisco appena l’esistenza ma che  questo preluda a una comprensione adulta, comprensione che distanzia i sogni vagheggiati prima della laurea, che sotterra tutti i forse e gli spero e i futuri semplici che snocciolavo con leggerezza e che ora pesano come profezie. La funzionalità dell’obiettivo mi dico, e mi vergogno di non sapere come gestire questo vuoto periferico, questo aprirsi al mondo come fossi appena nato, che in apparenza mi sembrava foriero di avventure, di conoscenze, di vita. Eppure la vita è tutta qui, mi dico ancora. Guardo il tavolino e cerco in questo la dimensione terrena del legno, la consistenza di un oggetto presente: è liscio, è marrone, è. Eppure ha tutta l’aria di un’apparizione improvvisa, come se mai in vita mia io avessi visto un tavolino, banale tavolo basso da salotto, e sembra che ci siamo incontrati per caso, vicino alla porta, passando accanto allo sgabello. La vita è tutta qui? Si spalanca un abisso. Sparisco nel vuoto della vita disfunzionale, come una scimmia nello spazio. Mi dico, hai tutto da costruire. Mi piace dirmelo, non a caso sono degno nipote di un muratore. Nel mezzo della frase affanno, boccheggio, mentre il panico mi sommerge, annaspo alla ricerca di un punto di riferimento, di un faro, di un porto, di una stupida ciambella. Ma risalire da quel buco che è la vita adesso, senza tutto e niente a cui pensare è come strisciare nel fango. M’imbratto di pensieri peggiori, penso a partire, ma non voglio, penso ad ora, ma non posso, penso a come e non so cosa. Non crediate che ci sguazzi. Ho provato a eliminare questo senso di perdita e a rilassarmi. Non sono capace. Sto fermo un minuto e poi mi impazziscono i piedi, estremità intelligenti e comunque le uniche a dover stare ben salde per terra, che iniziano a ballare per conto loro, instupidite da tanto tempo libero, stanche di poltrire. Vogliono andare ma dove non sanno – non è compito nostro, ci sembra – e io non ragiono mentre il tempo si dilata scandito malamente da orologi dalle lancette imprecise e rincretinite dal caldo. Scegliere è un problema se ogni scelta sembra una gabbia. Vorrei cambiare tutto e non volerlo fare. Vorrei che avesse tutto un senso ma mi pento subito; il senso è la mia maledizione. Produrne uno ad ogni passo è il mio costume tipico. Rivesto di contenuto anche il frigo. Ma che rilassarmi. Vado al mare mi dico. Nel mentre mangio e bevo, riempio quel che mi sembra non bastare. Al mare l’abisso mi aspetta, dietro le dune della spiaggia, sotto la distesa d’acqua mattutina, collosa e suadente. Il sole mi sbatte al suolo, mi destreggio tra racchettoni, palla, bagni da pensionato e pomodori, pere e liquirizia per la pressione bassa. Stupido che sono. Arriva comunque ed è come una bufera. C’è gente stesa al sole, il solito carnaio che fingo di disprezzare per allontanarmi dall’immagine del turista, che mi vede, che mi guarda, fisso. Poche scene, inghiottisco e cerco di fuggire. Gli attacchi di panico al mare sono la percezione del vuoto nel vuoto. II corto circuito che normalmente si innesca qui viene esaltato dal luogo: sabbia, acqua, scogli, pesci e basta. Gente, si l’ho detto, ma basta. Le vertigini si susseguono, i brividi salgono mentre i piedi si ghiacciano, le mani sudano, il cuore pompa e il cervello mette su un cartello (lavori in corso) rassegnato al fatto che anche se è domenica anche oggi si lavora.

Eppure il mare mi piaceva. Quest’anno sembra urlare da lontano: io sono la via che apre e sono il muro che chiude. Decidi tu. Che decido? E anche dopo aver deciso, se restare o partire, scomparirebbe forse il vuoto? La dimensione della partenza mi atterrisce. Quella dell’immobilità mi uccide. Il precariato sfinisce. L’Homo Viator non è mica un abito. Mica lo metti via. Eppure in fondo esiste una lieve certezza, piccina come una conchiglia: c’è da camminare. La mia Ur forse si chiama giovinezza, forse credevo ancora che avrei potuto diventare un’altra persona da ora, che sarebbe arrivato il momento per reinventarmi, per essere all’altezza di quel che sognavo. Nella desolazione del terrore che pulsa nelle tempie sento di aver bisogno di spazio e aria, tanta aria e qui al mare si respira, anche se il sole batte e continuo a non spiegarmi l’utilità dell’abbandonarsi ad una stella così pericolosamente vicina, anche se non ha senso, ora per me, sbattere una pallina, troppo leggera per il maestrale e troppo pesante per stare a galla, da una parte all’altra, anche se mi sento così male che quasi ho freddo. Forse non è mica così vuoto. Forse sento l’assenza di quel che non farò, che per certo non farò con gli occhi del passato. Mi sa che sto invecchiando.

Alla fine, era ora. Credo.

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