Mi chiedo dove andrà a finire questo
Senso caldo che mi tiene avvinto a te
Una volta che non saremo più noi.

Un uomo saggio,
(nella saggezza sento il definitivo senso
Della fresca impermanenza), disse:
Chiediti dove sarai tra cent’anni
E cent’anni ancora.
Alla domanda spenta sul mio comodino
Risponde un pagano senso del disordine.
Credo che tutto sia inutile e vano
Consumiamo lenzuola in un sogno insapore.

Eppure un fioco fuoco s’accende,
La vita richiamata dal fischio del tempo
Istiga resistenza che non è conservazione
o biologica reazione, fame di sopravvivenza.
Mi lusingo sia mistica visione, la regale corona
Della ragione umana, senza il torto della verità,
Dello spirito, senza la chiacchiera
Dell’anima, supposto che esista questo lume,
che da una finestra illumina,
senza ante che riparino, la gola
di così breve tratto del cammino.

Dell’eternità di questo gioco
Lasciami il profumo di viole
Sul cammino ventoso per il portone,
Che sia sogno o passato
Non m’importa segnare il limite,
Umano, all’amore.

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