– Seu pittiu ancora, ma certas cosas das cumprendu¹!

Questa, momentaneamente, era la frase preferita di Antonio. Si sforzava inutilmente di far capire agli altri che quel che raccontava era vero, che non aveva sognato dopo quella colossale mangiata di fichi vicino la vigna. Non poteva che essere vero. Si era pizzicato più volte ed aveva vomitato qualche seme mentre correva via dal Fosso. Ma neanche babbo e mamma ci credevano. Loro che però credevano che Gesù diventava pane, ogni Domenica.
– Non lo devi dire!
Arrivava uno schiaffo di Aristodema, la sorella più grande che voleva diventare suora, più per timidezza che per vocazione.
– Si che lo dico!
I passi di Mamma, leggeri nelle pantofole, si avvicinavano come battiti d’ali, sembrava quasi frullasse leggermente nel frenare.
– Sta ancora bestemmiando?
Aristodema arricciava il naso, quell’odiosa smorfia che credeva la rendesse più grande mentre la rendeva solo tzega², ed invece era bellissima quando correva ridendo per acchiapparlo:
– dice che Gesù non diventa pane, o che il pane non diventa Gesù, insomma; ma crede di aver parlato con una volpe, lui.
Al lui aggiungeva un altro schiaffo sulla nuca.
Strunza! Gridava Antonio. Sfuggiva alle braccia dure e profumate di mamma per scappare, lontano da casa, lontano da tutti.

– Ma è vero che hai parlato con una volpe?
Era abbastanza difficile avere a che fare con Aristodema e mamma e la Chiesa, ma con quel cretino di Pappagiarra era come spazzare foglie in un giorno d’autunno, col maestrale.
– Chi te l’ha detto?
Rispose Antonio, tra i denti.
Insieme, uno sottovoce, l’altro quasi gridando, come fosse lontanissimo, dissero: tuo babbo. Perché babbo non ci riusciva proprio a non dire niente. Buccaccia peggio delle femmine. Anzi non era neanche vero che le femmine parlavano così tanto. Erano più… delicate, su certe cose; a loro piaceva dire tutto piano, tubando, nel segreto degli angoli. Suo babbo era come il bando di paese. Gli mancava la sirena. Gli bastava la vernaccia.
– Ehia, ho parlato con una volpe. Te la presento?
Pappagiarra indietreggiò.
– Che pensavi, coglione? Che mi facesse paura dirlo? Tanto lo so che finirete per mettermi di soprannome su scemmu chi hat chistionau cun su mnaxai³ . Me ne sbatto.
Ci fu una pausa. Lunga. Pappagiarra si masticava la guancia guardando giù dal dirupo, verso il paese. Non c’era nessuno.
– È troppo lungo.
Disse Pappagiarra.
– Cosa?
– Il soprannome. Al massino mnaxianeddu, o solo su scemmu. Ma uno così lungo, no.
Si sedette vicino a lui. Erano sull’erba dell’altopiano, non una nuvola.
– Com’era?
– Chi, la volpe?
– Eh.
Pappagiarra prese un filo d’erba e lo masticò. Significava ascolto.
– Mi prometti che non vai in giro a dire tutto?
– Promesso.
– Su cosa?
– Quello è giurare, però.
– Allora giura.
– Giuro.
– Su cosa?
– Torrat. Non lo so, dimmelo tu.
– Su Gesù che diventa pane la Domenica.
Pappagiarra lo guardò sbigottito.
– Ma non è che è peccato?
– Sicuramente si.
– Allora lo giuro.
– Era grande come un cane da pastore, rossa e bianca. Finito.
Pappagiarra prese un sassolino dall’erba. Lo rigirò in mano e poi finalmente lo mise in bocca.
– ma perché lo fai?
– Cosa? Masticare le pietre?
– Eh.
Pappagiarra, sputò il sassolino.
– io ti dico perché mangiò i sassolini e tu mi racconti cosa è successo con la volpe.
Antonio aveva voglia di fregarsi le mani.
– ma prima giura che non lo dici a nessuno, Antò.
– Su cosa?
– Su quello che hai detto tu, su Gesù che diventa pane la Domenica.
– Giuro, giuro.
Pappagiarra lo guardò dritto in faccia, poco convinto. Poi sospirò, rimise il sassolino in bocca e proseguì:
– perché una volta ho visto un cane che lo faceva, un cane malato. Non è morto, dopo. Credo. L’ho visto in giro per un po’, poi è sparito. Così quando sto male mangio pietroline. Mi fanno bene. Mi passa tutto.
– Ed ora perché le mangi?
– Perché non sto bene. Mi fa sempre male la pancia.
– Saranno le pietre.
– No, anzi, quando le mangio mi passa, te l’ho detto.
– Tutto qui?
– Tutto. Mangio le pietre. Finito. Tocca a te. Allora?
– Allora… sabato ti ricordi che era bel tempo? Io ero in vigna che dovevo aiutare babbo. Ma babbo aveva bevuto un po’ e non mi voleva vicino. Diceva che lo innervosivo. Allora sono andato al Fosso, sotto il fico dei Saline ed ho riempito un cesto di fichi e poi siccome mi stavo annoiando a morte li ho mangiati tutti.
– Quanti erano?
– Boh, fai cento.
– Cento fichi?
– Almeno. Comunque, poi mi sono addormentato e babbo deve aver pensato che ero tornato in paese perché non mi ha cercato…
– E quando ha visto che non eri in paese?
– Non lo, non mi ha detto nulla. Mi ha solo preso in giro.
– Non ti ha cercato?
– Mi avrà anche cercato all’inizio. Ma non credo. Non lo so, io mi ero addormentato. Quando mi sono svegliato non c’era più, ed era quasi buio. E a fianco a me c’era una volpe.
– Rossa e bianca.
– Ehia. Grossissima. Con la faccia puntuda che sorrideva.
– La volpe sorrideva?
– Ehia ed era anche tutta felice, secondo me. Io mi sono spaventato e mi sono alzato. Lei mi ha detto, dove vai, delinquente? Ed aveva questa voce, tipo quella di babbo, che mi chiama delinquente ogni volta che torna dal bar. E le ho detto: guardi signora volpe, vado a casa. E lei mi ha detto io non so se casa tua c’è ancora. Mi sono spaventato ed ho guardato verso paese. Non si sentiva nulla. Si che c’è signora. Forse no. E mi stavo anche scocciando, ma ho fatto il gentile, ed ho detto sarà come dice lei, ma io vado. Allora ha messo una zampona sul piede e mi ha fatto avvicinare. Puzzava anche come babbo come quando torna dal bar. Ma tuo babbo ci va al bar?
– No. Dice che gli fa male.
– Ha ragione, fa male.
– Eh ma lo criticano anche per questo.
– Non fa nulla se è per quello. E cosa fa di sera?
– Resta con noi e dice che ci aiuta a studiare ma non ci riesce molto, si addormenta subito.
– Eh ma resta con voi.
– Balla, era meglio se usciva così facevamo quel che volevamo. Dai però.
– Eh, si, allora. Era vicinissima e mi diceva di stare calmo, ma io non ci riuscivo, tremavo e non vedevo bene, mi sentivo male, ero confuso, e mi veniva da piangere. Non so se se n’è accorta ma ha cominciato a cantare piano, una canzone che mi cantava babbo quand’ero piccolo. Allora mi sono avvicinato e lei… ha aperto la bocca, come se volesse mangiarmi.
– Ma davvero?
– Ehia. Sono scappato velocissimo dal Fosso. Quando sono arrivato a casa c’era mamma che piangeva.
– Tuo babbo?
– Boh. Forse era al bar.
– Mah… a me hanno detto altro.
– E che cosa?
– Che tuo babbo era disperato e che ti ha visto correre verso paese ed era tutto il giorno che ti cercava e tu quando l’hai visto l’hai preso a colpi e piangevi e gridavi.
– Io?
– Mmh.
– No, babbo era al bar. Lo so. Gli piace stare là. Non mi ha cercato. Stava bevendo. Io sono fuggito.
– Bah, vabbe’ io già ti credo.
Pappagiarra afferrò un arbusto per mettersi in piedi.
– vieni a vedere un gufo morto?
– Chi ce l’ha?
– Mario su scimpriau.
– No, resto qua ancora un po’.
Antonio rimase sul monte a guardare il paese. Dietro di lui, una grossa volpe rossa e bianca nascosta dietro un masso, gli sorrideva, poi corse via, saltellando.

Note
1) sono ancora piccolo, ma capisco certi fatti.
2)antipatica
3) lo scemo che ha parlato con la volpe

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