Mi sono laureato con centodieci e lode, un giorno di marzo, mia nonna piangeva.
Le ho detto: fai bene, nonna.

Sono uno che vive di tre mesi in tre mesi, ancorato ad un’agenzia che mi telefona quando gli pare, ma che non risponde mai. Sono uno di quelli che hanno studiato per anni e che per anni prenderanno in giro. Viola stamane mi ha sussurrato all’orecchio: andiamo via. Ho stretto i pugni e le ho sorriso. Mi ha guardato fisso, un’espressione che mi ha spaventato. Questa volta se ne va lo stesso. Le ho carezzato la mano, tremavo. Avrei voluto accendere la stufa, ma poi la bombola finisce subito. Avrei voluto dirle qualcosa. Ma non mi veniva che da sorridere. Anche quando l’ho sentita che tirava su col naso. Le porto qualcosa da lavoro, ho pensato. Se la trovo ancora qui.

Il brutto del mio lavoro è che potrebbe farlo chiunque. Non è necessaria la laurea. Perché non impari nulla. Si, magari devi argomentare, devi saper intrattenere una conversazione , ma alla fine per fare il commesso va bene anche la licenzia media. Con tutto il rispetto, eh.
Sono al banco panetteria. Almeno il profumo è buono, se non fosse che è tutto chimico. Ma si fanno focacce e tutti i tipi di pane e dolci e torte. Quando la mattina allestisco la vetrina mi viene un nodo in gola. Avrei voglia di buttare tutto all’aria e di urlare. Invece sorrido e metto dei rametti d’alloro che sanno di campagna, di buono e genuino.

Viola fa la ricercatrice all’università. Lavora tutto il giorno. Avrebbe potuto guadagnare qualcosa in più all’estero. Ma io non parto. Lo sanno tutti: io non voglio partire.
Ogni notte, prima d’andare a letto, mi giro una sigaretta e resto davanti alla finestra, al buio. Penso: ce la faccio. Ma sento nello stomaco un vuoto che mi trascina giù, come avessi ingoiato del piombo. Sento che mi manca il tempo, mi mancano le forze, mi manca la fiducia ed alla fine non mi resta che guardare le luci che si spengono, una ad una.

Il cammino da lavoro a casa è la cosa più bella che mi capita in tutta la giornata. A volte vado a piedi e al ritorno mi fermo sul ciglio della strada a guardare sfrecciare le macchine. Una volta, l’ultima volta che mi hanno rinnovato il contratto, sono rimasto là tutta la sera. Ero seduto per terra, mi abbracciavo le ginocchia. I fari delle auto illuminavano un breve tratto d’asfalto davanti a me. Una striscia grigia costellata di gomme nere. L’aria puzzava e la notte scendeva come una coperta, come la mano di chi ti vuole bene. Era così bello e pieno sapere, per una volta, cosa esattamente vuoi fare, cosa puoi fare, misurare le forze, avere una possibilità.

 

Viola mi tiene la mano quando me lo chiede. Io non parto, rispondo. Sono calmo, sono freddo, forse. Lei si passa la mano tra i capelli, si accarezza il viso, sospira. Io non parto, lo sanno tutti. Non c’è un perché. Non ho paura, Viola, non ho paura. Non voglio lasciare questo posto. Non voglio ricominciare, non voglio lasciare quelle finestre, le vedi? Non voglio arrendermi, non voglio, non ancora. No, tu parti. Parti e vedi com’è. Fai quel che devi, fai quel che puoi.

 

La notte, le macchine sono meno. Una puttana mi ha detto d’andarmene. Le ho risposto che un collega non si tratta così. Ma sono andato via lo stesso.

Viola chiama al cellulare almeno dieci volte al giorno. Mi racconta dei posti di lavoro che ci sono, delle casette dove potremo andare a vivere. Sento che è felice, che ha tutto quel che vuole. Non è così per me. Io non riesco a vivere senza sentire mia la terra. Il lavoro è lavoro, mi dicono tutti. Non so mai cosa rispondere. Non so perché ma quando penso ad andar via mi viene in mente il reparto macelleria. Mi sentirei fatto a pezzi, carne e sangue, non saprei dove andrebbe a finire il mio me, non saprei cosa farmene di uno nuovo, che non conosco. Non sono uno curioso. Sono solo uno che non riesce a ricominciare. Io ammiro Viola. Quel mettersi in discussione, quella voglia di riuscire a farcela comunque. Ecco io, il comunque.

Il supermercato deve ridimensionare. Mi tagliano. L’agenzia non risponde, il caporeparto mi dice che è meglio mi guardi in giro. Lo faccio e vedo montagne di pane, cataste di filoni e rosette, ammassi di dolci e torte e farina e sale ed acqua. Vedo e sorrido.

Il mio ultimo giorno al market lo passo a pulire la vetrina.
Sistemo il pane e l’alloro, metto i sacchetti con la scritta farina in evidenza e mi preparo.

La torta è saltata per prima. Ha fatto BUM, come nei cartoni. Colpa della panna, tutti quei grassi hanno attutito. Poi è stata la volta delle rosette. Una ad una. BUM BUM BUM BUM… Poi gli sfilatini. Ma il meglio stava nei sacchetti di farina. Sono esplosi come si deve, hanno spaccato le vetrine e qualcuno s’è preso un bello spavento. Ho urlato: chiamate aiuto! Poi ho preso di corsa le scale, sono fuggito dall’uscita di sicurezza e sono arrivato in strada. Correvo e sentivo le macchine passare veloci. Le guardavo di fianco e pensavo non sarà doloroso.

Invece lo è stato.
Sopratutto all’inizio. Sapete, il caos della città, lo stress, la paura, la lingua. Poi ci ho fatto l’abitudine, anche al fatto di piangere a volte, la notte, mentre Viola m’indica le finestre illuminate e ride. La nostra casetta sta vicino un bosco che pare che ti guardi. Ci passo la notte, quando torno dal lavoro. Ho perso la causa, ma mi è andata bene lo stesso. Qui mi occupo di quelli che come me arrivano da un paese dove si sorride troppo, per troppo poco.

 

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