Vada come vada, ci provo:
– ciao
– ciao.
Ecco, ed adesso che cazzo le dico? Che m’invento? Che volete che s’inventi uno che non passa l’esame di geografia umana da due sessioni? Devo escogitare qualcosa.
– hai da accendere?
– No, non fumo.
Sorride.
– non fumi?
– No.
– Ah, bene, fai bene.
Sorride. Non è che questa è bellina, ma è scema? No che non lo è. Qui lo scemo, se ce n’è uno, sono io. Il campione del mondo di scemenza. E adesso?
– io ho iniziato dieci anni fa.
– Ah.
– Non riesco a smettere.
– Oh.
– Perché la mattina se no, non vado in bagno.
Silenzio. Questa è una santa. Ma dico, dopo che un coglione se ne esce con simili cazzate, minimo ti viene da ridere. Macché è una delicata, una brava ragazza, un fiore…
– sei molto bellina.
– Grazie.
– Nulla.
– …
– …
Insomma, prima di sembrare un maniaco, forza.
– senti, ma tu… hai voglia di berti una birra con me stasera?
– Non bevo…
– Ah allora niente.
– Mi va bene lo stesso, bevo qualcos’altro.
– Ah, si, benissimo allora.
Cazzo. Sento la faccia blu come un livido.
– passo io a che ora?
– Dove?
– Ah si, dove?
– A casa mia, abito in via san giovanni 2
– Ah perfetto, fanno le paste là vicino.
– Quasi, si…
– Ecco, si perfetto.
– Si.
– A che ora?
– Alle dieci?
– Alle nove?
– Alle nove e mezza?
– Perfetto, a dopo allora. Citofono?
– Saline
– Ok, saline, memorizzato. A dopo?
– A dopo.
Cristo, ti prego, ti prego, ti prego, ti prego.
Citofono Saline di un maniero. Un castello nascosto da una fitta selva nera, in cui mi perderò nel mezzo del cammino di mia vita. Lo so che avete anche la lonza, lo so. Bastardi. Ricchi, son ricchi. In mezzo alla città, casa con parco. In una zona di extracomunitari. Va be’ chi se ne frega. La selva manca di lonza, ma il lupo c’è. Un husky grosso come uno yeti che avanza cavalcando. Sento sbattere le zampone: turutù turutù, turutututù. Urlo. Arriva un tipaccio con la faccia sfregiata. Il custode? Minimo.
– Tranquillo, giovane.
– Tranquillo un cazzo.
– Sitz Giuda!
Al cane, eh, non fraintendiamo.
Giuda si ferma, zampe a mezz’aria, un turù e basta. Quasi mi sfiorava, la bestiona. Ecco, buono Giuda, che m’hanno morso da piccolo ed ancora me le vedo in sogno quelle zanne senza pietà. Giuda abbaia. Il custode mi fa cenno di seguirlo.
– Sei venuto a prendere la Sara?
– Sara, si.
– Sara, certo. Che fai? Studi?
– Si. Lettere.
– Ah.
– Non va bene?
– No, per carità. Sei bravo?
– No.
– Ahi.
– Concordo, ahi.
– Anni?
– Cosa?
– Quanti anni hai?
– Ventotto.
– La Sara ne ha ventitré e si laurea tra sei mesi.
– Cazzo.
– La Sara è brava.
– Però la non si dice, si dice Sara e basta.
– Ah ecco, si vede che sei un intellettuale.
Ma dove cazzo stiamo andando e chi cazzo ti manda la DIGOS, sono frasi che tengo per me. Camminiamo da cinque minuti. Abbiamo preso una circonvallazione pavimentata in cotto che porta ad un radura dove davanti una fontana con putti e schizzi, c’è un portone in ferro, sembra, e ferro, e pesante piombo, databile al XII secolo. Mi sento un po’ Adso da Melk e mi chiedo se morire bruciato valga un appuntamento.
Il Custode si ferma, Giuda ringhia, per ribadire la gerarchia: Custode, Cane, Stronzetto.
– Entra, vai, ci vediamo dopo.
– Va bene.
Dico, ma penso: ma che vuoi? Che ha capito? Io devo uscire con la Sara, non con uno che chiama il cane Giuda e che ha le mani grosse come badili. Non capisco ed entro: una reggia, la casa di che ne so, di un conte, del conte Dracula, del marchese de Sade, una casa che la parola casa diventa una formica, perché qui siamo sull’ordine dei quattrocento metri quadri calpestabili più mansarda, cantina, sala delle torture, prigione ed ala infestata dagli spiriti. Chissà che bello pulirla. Chissà che bello crescerci. Una cameriera chiaramente straniera mi chiede il giubbotto, ma mi vergogno a darglielo e l’accompagno al guardaroba mentre lei dice parole in spagnolo che stranamente, hanno una vibrazione negativa. Salgo, gentilmente accompagnato dagli improperi della domestica, che santa Zita l’aiuti -questa è tutta cultura televisiva- per una scalinata che sembra fatta di marmo, Si è marmo. Ha tutta l’aria di aver visto sangue. Alle pareti quadri senza vetro. Cioè io non ho mai visto cronici senza vetro. Io al massimo sono andato al Louvre e la Gioconda era scafandrata. Comunque questi ritratti ispirerebbero le ingiurie ad un santo. Orribili. La scalinata si biforca. Andiamo a sinistra, connotazione pessima alla direzione. Porta dorata, che schifo, sembra finta, ma qualcosa mi dice che è vera, qualsiasi cosa voglia dire in termini strettamente monetari. La stanza… stanza, che parola. La palestra ammobiliata e stuccata e dipinta e decorata come la bomboniera di un battesimo del 1920, emana luce e chiarori come quando nei film trovano l’oro, brilla di propria luce. La domestica mi chiude dentro. Mi siedo in un coso, tipo un sofà, ma pieno di spiralette in legno dipinto. Vernice buona, non si scrosta facilmente. Ho davanti un tavolo di vetro, su cui c’è una statuetta come quelle di legno che vendono i senegalesi fuori dai market, ma fatta di porcellana, o comunque, bianca. MI fa un’impressione: a prima vista sembrerebbe una donna che si tiene la testa. Ma a guardarla bene sembra che urli. Ma a guardarla a lungo sembra soffocare. Forse è impazzita. Distolgo lo sguardo. Mi fa male la testa. Mi guardo in giro e vedo una cosa abominevole: una testa di giaguaro, tigre, non lo so ma è grossa, con un bel pezzo di pelle attaccata, il tutto steso su un altro piccolo sofà, identico a questo, ma più basso. Brutti bastardi.
Questo posto m’innervosisce. Sento dei passi. Arriva lei. Bellissima. Oddio, se magari quelle pietre che porta alle orecchie fossero finte sarebbe meglio.
Arriva anche il custode, completo in quel tessuto che si sono inventati gli inglesi, sciarpetta in quella fantasia che non ha nulla di fantasioso, quella scozzese beige con quattro righe nere e due rosse che s’incrociano, quella che ci fanno gli ombrelli, le scarpe, le calze, le coperte, ed i vestiti. Lo so che è il babbo. Mi era balenato nel cervello, ma pensavo anche che non sta bene che la padronanza accolga un poverino che fa il lavapiatti il finesettimana, soprattutto se deve uscire con la figliolanza. Fanculo a me e a quando non ascolto l’intuito.
– ciao
– ciao Sara.
Bacino.
– bella casa.
– Dici?
– Si, si, bella, a parte la bestiola…
– Giuda?
– No, il coso là, quello morto.
– Ah, il leopardo.
– Si, ecco, ma per il resto, bella.
– Grazie.
– Gradisci qualcosa?
È il babbo a parlare.
– No grazie. Andiamo?
E andiamo.
– esci con la mia macchina?
Parla con la figlia.
Quando vedo il simboletto bianco e blu mi tremano le mani.
– Io non ho la patente.
– Ce l’ho io.
Ecco. Babbo mi sorride.
– Ok, Sara. Ci vediamo dopo, allora.
– Arrivederci .
Stringo la mano e sudo.
Sara ride continuamente ed io sospetto l’abuso di cocaina in famiglia.
La Sara è una ragazza che non beve e non fuma e mi dice che è vergine. Quando scorgo il crocefisso al collo, mi chiedo se si preservi per il matrimonio. Sara è figlia di divorziati e soffre di attacchi di panico. E ci credo. Minimo. Sara è molto sola e anche quando parla di cose tristi ride. Il che mi fa pensare. Andiamo al pub, andiamo al porto, andiamo al Bastione. Andiamo in giro in questa macchinetta che sembra scivoli come una biscia. Andiamo al mare e là Sara mi tiene la mano.
Io non riesco a non pensare al coso morto, alla casa morta, alla statua morta,al babbo custode, al cane traditore e a casa mia, al nostro pavimento in mattonelle di marmino che pareva mortadella, al portoncino di casa che scassinavo con un il fil di ferro, al mio cane sbranato da un branco perché voleva far amicizia, a quanto odio le fantasie scozzesi e capisco, illuminato da santa Zita, patrona delle domestiche e dei domestici: sono un razzista. Perché i ricchi sono come noi, hanno solo più soldi, più sicurezza e qualche problema d’integrazione.

Vada come vada, la prossima volta chiedo alla domestica se ha figli.

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