Ieri sono uscita con degli amici, siamo andati al pub, ho bevuto un sorso d’acquavite ed ero brilla, brilla bella stella. Il pub era strapieno, tutti precari: come stai? per ora bene; per adesso mi dai un montenegro? raggiungici, per ora siamo qui al pub, lavoro in un istituto fino a Febbraio, poi no so; questo mese pago la rata della macchina, speriamo anche il prossimo; mi è arrivata la bolletta dell’enel dunque per questo mese mangio pasta e burro. Tutto un mondo che vive per poco, tanto che si è precarizzata anche la vita sentimentale, e le amicizie: stiamo insieme da quattro anni, per ora; ho conosciuto un ragazzo che momentaneamente mi piace; mi trovo bene con le inquiline di Ottobre; facciamo l’amore per cinque minuti; credo che l’anno prossimo partirò in Danimarca per fare il ricercatore. Silenzio. Dal bancone: Chi cazzo ha usato il futuro? Stiamo zitti, guardiamo il colpevole. John, studente Erasmus. Scusa John, non avevo riconosciuto la voce. Niente, scusate voi ragazzi, è l’abitudine inglese. Non è colpa tua, John.

Con questa situazione precaria è difficile avviare conversazioni che durino senza lagnarsi o parlare di politica. Ogni tanto ci si riesce ed è la felicità. Poi capita che arrivi Samuele, e la serata declina. Samuele è uno che ha soldi, figlio di babbo notaio e mamma docente universitaria. Studia giurisprudenza, come la sua casta gli impone, e gli piace uscire tra i precari perché non riesce ad accettare il fatto di essere ricco. Dice che gli viene il panico quando pensa alla sua vita. Tutto già deciso: casa, lavoro, vacanze. E del presente non se ne fa nulla: all’università il suo cognome è conosciuto, passa gli esami in cinque minuti, il tempo dei saluti a casa. Non lavora, se non si considera lo shopping, ovviamente. Samuele prova ad essere come gli altri, ma non gli riesce. Dunque paga pegno offrendo da bere. Anche se poi quando parla all’indicativo certo, del suo futuro stabile noi ci si sente tutti male. Non è invidia è solo voglia di qualcosa di buono.

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