Dal Bastione vedo tutto il mondo che mi serve. L’universo polveroso in cui ho deciso di vivere. E di lavorare. Qui studia mia figlia qui hanno seppellito mia moglie, qui vive la mia attuale compagna. Da qui sono partito e qui, alla fine, sono approdato. Lavoro per conto di persone che non conoscete, perlomeno non come le conosco io. Sono un killer professionista. Niente romanticismi, sentimentalismi, durezze spiacevoli ed inutili. Non è un mestiere come un altro, ovvio. Ma a tutto ci si abitua. Prendiamo mia figlia: quando sua madre è morta non voleva andare al cimitero. Piangeva come una dannata, si attaccava al cancello di casa, alla portiera della macchina. Uno strazio. Ho insistito, ce l’ho portata tutti i giorni: dopo scuola, all’ora di pranzo, quand’era affamata. Scalpitava furiosa, gridava, si picchiava da sola. In capo a due settimane di visite, era abituata. Calmissima, sistemava i fiori vicino la foto della madre. Serena dice rassegnata. Ma sbaglia. La rassegnazione non aiuta a superare un problema. L’abitudine, la reiterazione di un gesto, anche doloroso o difficile -come mangiare cibi dall’odore repellente o dal sapore disgustoso- è la più grande risorsa che abbiamo. C’è chi mi ha detto: inaridisci. Non è vero. Ho una figlia ed una compagna, so che vuol dire amare, conosco il timore di perdere e la consapevolezza d’aver perso. Il mio lavoro non ha nulla a che fare con l’amore, con la vita. Sto in un altro ramo.
Alla fine si, per me è un mestiere come un altro.
Prendete stavolta: mi hanno chiamato per un ragazzino. Qualcuno si è rifiutato. Lo so, perché è una cosa facile, se non contate l’età. Per qualcuno che vuole una coscienza, è roba difficile. C’è chi si vuole schierare. C’è chi ha bisogno di sapere da che parte sta il morituro. Se ha fatto danni, insomma. Vai a a fare lo sbirro se credi nella giustizia. Se pensi che c’è chi sbaglia assolutamente, se sei sicuro di stare da una parte. Parte di chi?
Fanculo al Bastione, ogni volta mi perdo in cazzate.

Arriva il ragazzo. Età merdosissima la sua. Brufoli e baffetti radi, spalle piccole, mani che s’acchiappano le palle ogni tre passi. Sarà sui diciassette. Fuma, pure.

A casa Serena mi aspetta in lacrime. Mi spavento. Che succede? ´E successo qualcosa a Natalia? No, no, è che… Che cosa? Serè, calma, su, vieni qui. C’è un topo in casa. Un cosa? Che cosa hai detto? Un topo, amore, un topo enorme. Dov’era? Dove sta? un topo nero, una cosa grossa… Dove l’hai visto? L’ho visto… nella camera di Nati.
Vomito con la testa nel cesso, dentro. Un topo di merda. Una di quelle bestie schifose. A casa mia. Serena mi porta dell’acqua. Vado in cucina, la mano mi trema. Respiro profondamente. Stai qua le dico.
Vado nello studio, prendo dalla teca il fucile. Armo il fucile. Esco col fucile, urlando: Serena stai ferma là. Non ti muovere, non fare un passo, non dire nulla. La sento piangere: Amore ti prego, chiamiamo la disinfestazione! Ti prego! Disinfestazione un cazzo! Non faranno un cazzo! L’ammazzo cazzo! L’ammazzo quella merda! Serena piange, io entro nella camera di Nati senza far rumore, il fucile puntato, l’occhio vigile, la mano pronta. C’è silenzio. Aspetto, appostato. Aspetto. La mano mi suda, la fronte è bagnata. Dovremo cambiare i mobili, ricomprare le cose di Nati. Tutto, ma esci bastarda bestia di merda. Sento un fruscio sul letto, sparo in direzione del materasso. Una macchia rossa si allarga sulle lenzuola. Preso.

Il ragazzo guida un’auto costosa. Dunque ha almeno diciotto anni. Non me ne frega nulla. Oddio, mi si abbassava la statistica. Ho la media del quarantatré. E qualche topo. Un brivido mi sale lungo la schiena, freddo. Siamo al porto. Il ragazzo scende, io parcheggio ed aspetto. Parla con due tizi grossi, sembrerebbero due operai. Mi fermo da Tullio, uno della Guardia di Finanza che conobbi a Roma, sardo anche lui, dell’interno. Sta nel suo ufficio, scartafacci e fogli appallottolati ovunque. Ohilà! Che ci fai? Come stai? Ma nulla, dico, passavo, noi pensionati non sappiamo mai che fare. Ride: beato te! Poi diventa serio. Scusa, no, scusa, non mi è venuto in mente. Faccio cenno con la mano di lasciar stare e guardo fuori: il ragazzo fuma ed aspetta. Resto da Tullio a chiaccherare, ci prendiamo un caffè. Al mio ritorno il ragazzo è ancora lì. Sorrido. Tullio è in gamba, memoria corta a parte, ci sa fare, una brava persona. Il ragazzo stanotte muore.

A casa ci sono i carabinieri. Ovvio, per lo sparo. Serena mi ha mandato un messaggino. Arrivo in un attimo, spero che ci sia Polliti. Infatti. Stacci attento, la gente si spaventa. Rido: digli che era un petardo, uno difettoso. Ride anche lui: si però tu chiamala ‘sta cazzo di disinfestazione. Saluta e butta l’occhio sulle tette di Serena. Quando incrocia il mio sguardo gli leggo in faccia la colpa, la paura. Ma tendo la mano con un sorriso.

Il ragazzo è in un pub di Castello. C’è anche Nati con le amiche. Io sono fuori, in una piazzetta, che bestemmio. Poi mi passa. Quando esce per fumare è solo. Prendo la pistola dalla fondina, punto e sparo. Si accascia come svuotato. Sparo un’altra volta. Uno scoppio tenue, attutito dal silenziatore, quasi un sibilo, un soffio nero. Prima che escano tutti cammino verso la macchina.

Abbiamo deciso che Nati avrebbe dormito in salotto, abbiamo chiamato la disinfestazione, oggi tutto ha un vago odore di candeggina. Sono in salotto e Nati non torna. Sono le due. Doveva rientrare a mezzanotte. Serena è con me, addormentata sulla mia spalla. Quando sento la chiave nella toppa, la sveglio piano e sgattaioliamo in camera. Si sente che tira sul col naso. Ci avviciniamo tra l’incazzato ed il comprensivo. Sono le due, Nati. Piange, disperata. L’abbraccio forte. Che c’è tesoro bello? Hanno… Hanno cosa, amore? Hanno cosa? Hanno ucc… Piangi, piangi, poi me lo dici. Serena è dietro di lei, la mano sulla spalla. Sguardo interrogativo, spaventato. Forza, dicci, stai tranquilla. Hanno ammazzato Fabrizio. Serena si porta la mano alla bocca, sussulta. Chi? Cosa? Che è successo? Hanno ammazzato Fabrizio. Fuori dal pub. Chi Fabrizio? Fabrizio. Chi è? Serena piange, io non capisco. Serena aggiunge: è… il suo amico, il suo…

Ho ucciso il ragazzo di mia figlia. La notte vado sotto piazza d’armi e tiro un bel po’ di pallottole ai topi. Ci dovrà fare l’abitudine. Ci dovremo abituare tutti.

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