Salite sul palco coglioni, salite che vi faccio vedere io che cacchio vuol dire far ridere la gente. Con queste parole è finita la mia carriera di comico. Dare del coglione al pubblico non è consigliabile. Non lo è neanche salire sul palco di un bar della periferia ubriaco. Ma come dicono nei romanzi seri: tant’è. Non sono mica un pivello. Va bene sfottere, va bene mi si lanci qualcosa, ma un fusto di birra mezzo pieno non era un invito a restare. E vi giuro che non sbaglio. Eppure il mio talento è senz’altro indubbio. Sono un genio della risata. Faccio ridere come o meglio di quei quattro strapagati della tv. Senza vantarmi, potrei riempire uno stadio. L’ho quasi fatto. Era il campo sportivo del mio paese, ma le gradinate erano gremite e mia madre ha pianto. Dovevate vederla. Una donna distrutta dalle risate. Mio padre, che in quanto a senso dell’umorismo è come un pezzo di legno le teneva la mano e mi guardava come guarda i fascisti, lui ex partigiano. Schifato. Quando ho finito però ha applaudito moltissimo, quasi in piedi. Oddio, sembrava che se ne volesse andare in fretta. Così quando i miei amici hanno chiesto il bis della barzelletta sui cani e le loro cacche (è fortissima), lui ha cominciato a farmi grandi cenni, a sbracciarsi ed ho capito che dovevo riaccompagnarli a casa. Mio padre non guida la notte e noi abitiamo vicino la campagna. Quando son tornato al campo per riprendere c’era solo un ragazzino maleducato che mi ha detto: ma perché non te ne vai a lavorare?
Perché son cazzi miei. Converrete che avevo ragione. Ma sicuramente non è un buon modo per rivolgersi ai giovani. Così gli ho detto se gli andava un gelato, insomma qualcosa, lui mi ha chiesto una sigaretta. Avevo un bel dire che gli si sarebbe arrestata la crescita. Ad un certo punto mi ha detto: Fai più ridere quando sei serio, si è acceso la sigaretta e se n’è andato.
Comunque l’ultima, quella del fusto di birra, non mi ha scoraggiato. Lo ripeto sempre anche ai miei genitori: è la gavetta. Mio padre finisce che bestemmia, mentre mia madre mi guarda come se fossi uno malato di una malattia gravissima. La ragazza non ce l’ho. Me la sono giocata, quella storica, che mi trascinavo dal liceo, a causa di una litigata col fratello che era venuto a nome della famiglia ad implorarmi di lasciarla andare. Lui, il fratello, diceva: ma non vedi che sta con te per pietà? Io guardavo lei. Le chiedevo: è così? E lei: ho provato a dirtelo, ma tu ci scherzi. Io allora ho urlato: è il mio mestiere! Scatenando un doppio effetto: lui mi ha dato un pugno sui denti, lei ha istantaneamente aperto i rubinetti.
Fare il comico è dura, se vivi in provincia. Non sono abituati. Non è come la grande città, dove trovi i comici anche in strada. No, per nulla. In provincia devi fare i mestieri “veri”: il ragioniere, il maestro, lo spazzino, il muratore, il ruspista, il macellaio, il fabbro ed il carpentiere, insomma siamo fermi al medioevo. Così mi son detto: ma non c’era mica il giullare nel medioevo? Ma nulla, mi hanno lanciato il fusto di birra quando mi hanno visto col cappello, i sonaglini, il costume e la calzamaglia. Non è servito bere per darmi coraggio. Ecco, vorrei lasciare un messaggio: l’alcool non serve dare coraggio, fa incazzare e basta. Sulle gambe poi, è doloroso. ´E la gavetta.

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