Ho un nuovo nemico che l’analista troverà buffo, anche se mi guarderà tacendo. La polvere. El polvo. Dust, anybody? No? Sono un pulitore di ampi spazi in cui si mangia. Nuovo impiego temporaneo, come tutto del resto, in vista della tesi di laurea. Ci sono una settimana e già rimpiango il vecchio Mario, quello che davanti una superficie impolverata si limitava a passarci la mano per poi strofinarla con violenza sui calzoni. Vero che questa mia nuova mansione mi lascia tempo per dedicarmi alle nefandezze del dodicesimo secolo, ma a discapito del sonno e della cura del blog. Il mio cor si strugge nel vederlo così abbandonato.  Ma avere un nuovo nemico ha i suoi lati positivi. Mi alzo che è buio, neanche quel coglione dell’edicolante, un sostenitore del mattino e di quella stronzata dell’oro in bocca, ha sollevato la serranda. Ai mercati ci si ingiuria ancora sottovoce, mentre la cara stipsi è tornata a bascularmi gli intestini, causa cambiamento di abitudini. Cammino verso lavoro con la bocca impastata e una sigaretta che regolarmente butto davanti la macelleria di un vecchio catarroso, saluto gli estranei in moti di simpatia verso il mondo, sperando mi ricambi, felice d’essere un pedone, almeno una mezzora al giorno, arrivo che il Tribunale mi guarda minaccioso, la granitica certezza d’esserci sempre, monito, monumento alla giustizia, dal valore incerto, simbolo dell’inadeguatezza umana al vivere. Il lavoro in sé è di una semplicità estrema: pulisco. Stracci e detersivi (senza marca, la prima volta che vedo scritto solo detersivo), aspirapolvere roboante, mop in fitti dreadlocks di panno grosso, scale e pelli di daino, tavolini e sedie luridi, candeggina in pastiglie effervescenti, pavimenti, parquet e cemento sono adesso parte della mia vita. Sono i miei compagni, siamo il fronte unito contro lo sporco,  perennemente in guerra contro lo schifo che lasciano questi alieni utenti, questa razza barbona che non ha un posto dove mangiare, dove fare i propri bisogni, che ama sentire l’olezzo dei detergenti chimici scambiandolo per profumo di pulito, che vaga da una scatola all’altra producendo. Torno a casa leggero, dopo il poco esercizio fisico, e studio.  Cerco di capire perché un certo Radulfus de Hodenc, detto anche Raoul, nel 1210-15 si sia messo a raccontare dell’inferno e dei vizi con un’allegria che neanche Grillo con Mastella. Mi si allarga il cervello nel cercar di far posto all’allegoria e divento noioso.

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