Che fosse il gelo mattutino, o forse il caffè che ancora sculacciava lo stomaco, ma la lingua pizzicava come bruciata, ferma vicino al palato duro, in attesa dietro i denti. La cartella strapiena, le urla di Ketti, le domande di Maria e il silenzio nella loro camera da letto gli ricordarono che doveva ancora chiedere i soldi del panino. Ignorare il pianto di quel fagotto e gli interrogativi di una bambina troppo vispa cui era d’uopo – così diceva il Dottore- dare qualcosa, fosse anche una pastiglia magica, era come dribblare in grosse distanze. Ma entrare in quella camera rabbuiata dal silenzi mattutino, no. Questo era come sfidare un samurai a mani nude, farsi dare una lezione di sambo in strada, darsi una rasoiata su braccio. Masticava pensieri sulla soglia, indeciso tra il bussare e l’entrata plateale, Maria dietro, una mano agganciata ai calzoni. Ketti continuava il concerto mattutino, polmoni buoni, ugola d’oro – anche questo lo devo al Dottore-. Non bussare, metti un piede dentro e vai dritto al cassetto. Restò immobile, in agguato, l’orecchio vicino la maniglia, poi l’occhio sul buco della serratura, tutto nero. Amen. Si va di fortuna, si va che se hai culo non ti becca; Maria seduta su una delle scarpe da basket, la canotta sporca di caffelatte, sono immobili come statue. Silenzio. Troppo silenzio. Una scarica elettrica su per le gambe fino alla nuca, prese Maria velocemente in braccio e corse alla culla. Ketti non piangeva più. Si avvicinò terrorizzato, scoprì il plaid, lasciò Maria sul pavimento. Non è blu, grazieaddio. Ketti lo guardò rossa, sbavata fino al collo, gorgogliando. E’ viva. La presa, un involtino di panni sudati, la tenne vicino, carezzando la testa di Maria. Non abbiamo mangiato, bambine. Maria fece no con la testa, anche se non era vero. Non ci siamo lavati. Fece si ancora e questo era vero da almeno due giorni. Alzò lo sguardo verso la porta. Un’altra giornata di scuola persa. Un’altra mattina con le bambine. La porta si sarebbe aperta alla sera, anche stavolta. Buttò la cartella dietro il divano, scaraventò per terra due sedie, nulla. Ketti stava buona, Maria ricominciava con le domande. OK ragazze, andiamo dal Dottore? Maria sorrise, Ketti gorgogliò. Decisione unanime.

 

Il Dottore abitava all’interno 23, ma della scala destra, quella che non era popolare. Era dei “normali” insomma, babbi e mamme e le cose che fanno di solito quando lavorano. Tipo mangiare insieme, accompagnare i figli a scuola, ridere. Il Dottore era uno che aveva avuto anche questo. Una famiglia – due figli- e una moglie, che era morta l’anno in cui mamma era fuggita di casa. Ricordava ancora che nessuno pianse. Maria attaccò con le sue domande e tutto sembrava uguale a sempre. L’unica cosa che era cambiata era Ketti e quel pianto strano, che strappava il cuore, che ti forava il cranio come una lama sottile che pian piano arrivava a raspare tutto il cervello. Era d’uopo andare dal Dottore. Ketti ruttava a vuoto. E la sua bava era come acido che lasciava tracce e macchiava e le bruciava la pelle. Maria disse: il Dottore s’incazza. Tenne stretta Ketti sotto il braccio e si chinò su Maria per guardarla negli occhi. Scusa, disse. Pensò che Maria non sapeva più per cosa scusarsi.

 

Lo squillo del campanello era come il plin-plon dei film, dire che non abbiamo neanche quello e l’odore sul pianerottolo era quello che -brivido- agli altri doveva sembrare normale. Il Dottore aprì la porta ma il salotto era vuoto. La sua voce, rauca come quella di un uccello rimbombò dietro la parete a sinistra: Ragazzo mi hai beccato che scrivevo. Mi scusi rispose, indeciso se entrare e chiudere la porta o andar via in fretta. Forse non è il caso. Mentre la manina di Maria si attaccava come una morsa alla pelle della coscia, si preparò a fare dietro-front con classe, sono passato solo a salutarla, avrebbe urlato, ma scherzoso e gentile, quando la cassetta dello sciacquone mollò uno scroscio d’acqua rumorosissimo. Quello delle grandi cagate, senza il riduttore. Rise. Il Dottore aveva la vestaglia marrone e i capelli dritti; ridendo gli disse: una lettera veramente importante. Si avvicinò per chiudere la porta, Maria risoluta si attaccò alla vestaglia, mentre Ketti passò subito in braccio. Non si è svegliato? Non c’è? Andiamo in cucina.

 

Difficile raccontare senza vergognarsi che tuo padre fa un lavoro che neanche un ragazzo farebbe e che rischia ma lo deve fare, ma non sai se lo fa veramente o se invece si ubriaca ogni sera. Non è che non se la sa cavare. Anzi all’inizio andava piuttosto bene. Ci ha provato. Ma non siamo tutti uguali. Esiste un bilanciamento del dolore e della felicità e la loro dose di tranquilla vita domestica si era esaurita quando aveva compiuto undici anni. Ora bisognava rimontarla. Maria e Ketti avrebbero avuto un futuro meraviglioso. Si trattava solo di resistere. Papà si è impegnato veramente e non è stato facile. Ketti era piccolissima e Maria aveva appena iniziato a chiederci di tutto e voleva attenzioni. Io avevo da fare con la scuola e quell’anno mi hanno promosso con una media abbastanza buona e ne ero fiero, giuro che non mi rompeva essere bravo. Ma non era possibile durasse perché papà è stanco e siamo tre. Dice: collaboriamo; ma si vede che gli pesiamo. Si vede che non ce la fa. No, non so cosa fare, non mi fa andare a lavorare, ma non posso andare a scuola e lasciarle sole. Il giorno che ci becca l’assistente sociale ci portano via tutto e quello si spara. Si, credo, certo che ci vuole bene. Solo che non ce la fa. Senza soldi non ce la fa. Senza la mamma è davvero più facile, ma… ha presente un puzzle? Ci hanno fatti che eravamo un puzzle. Ora che manca un pezzo quel buco si vede e tutto il puzzle fa cagare. Non funziona, non vuol dire nulla. Grazie Dottore… Se ce la fa… Torno prima che si svegli. No, il lunedì non si alza spesso prima delle quattro. E la spesa anche se lui dice che la fa la mattina porta gli scontrini marchiati ore diciotto, dunque ci va prima di lavorare. Poi non so, dopo lavoro credo si ubriachi. L’odore è quello. Ma potrei sbagliarmi. Se vuole… se può. Grazie… Una cosa, ecco, volevo chiederle se ha magari, si ma due spicci per il panino… mi viene così fame che il brontolio del mio stomaco lo sente tutta la classe. Glieli rendo appena mi riprendono in discoteca. No, davvero. E grazie. Si ho detto brontolio. Imparo in fretta eh?
Difficile non vergognarsi quando ti serve anche un panino.

 

Alla fermata si ricordò che aveva lasciato la cartella dietro il divano. Porcaloca, come diceva il Dottore. Senza libri e quaderni che ci faccio? Poi mi passa il bus e mi tocca correre come un pazzo ed entrare alla seconda ora, senza giustificazione. Va be’ la giustificazione è recuperabile. Ma i libri. Cazz… no, no che non le devo dire. Si capisce che sei un pezzente anche da come parli. Va bene cagare, cagata, ma basta, eh. Che poi gli ricordavano i litigi continui, estenuanti dei suoi genitori. Le aveva sentite tutte, le conosceva a memoria. Ma non trovava che le parolacce fossero fighe. Trovava figo brontolìo. Con la ì accentata. Sillaba tonica. Va bè comunque mi tocca. Gli toccava. Ecco che il giovane senza speranze corre fino a casa, eccolo scavalcare il cancello e superare tre sacchi neri di immondizia con un balzo, a piedi uniti, agile come un’antilope, veloce come un uccello. Via sulle scale a volo rapido, un frullio smorzato dagli stridii delle scarpe nelle curve dei pianerottoli, un saltino leggero come un battere d’ali e poi a tre a tre, il cuore in gola, il fiato appeso al mento. Sono un ragazzo velocissimo, sono uno che ce la fa a fare tutto, sono uno che corre come una lepre, furbo come una volpe, che quando avrà i soldi e non farà più questa vita sarà come vedere una stella luminosissima, sarà come un film, sarà come vincere al kombat, sarà come…

 

Piano, deve far piano. Finché c’è Ketti che urla, non si accorge di nulla. Come se avesse registrato quelle urla disperate. Non si sveglia mai quando piange. Ma quando Caterina sta bene e fa la bambina italiana buona, basta il fruscio di una pagina per sentirlo sbraitare. Esce, due scappellotti a chi trova sottomano – Ketti è sempre abbastanza lontana- e se proprio va male inizia a lamentarsi, a prendersela con Maria, con il giovane velocissimo. La maggior parte delle volte va anche bene, si tiene le bambine vicino e lui se ne può andare a scuola. A volte va male e si riaddormenta e nessuno dà da mangiare alle bambine ed anche peggio, si arrabbia e lo spinge, gli urla contro, gli occhi rossi, infuocati, la voce sottile e lamentosa, ma forte, che ti dico io che cosa devi fare, che te lo faccio vedere io quel cazzo di dottore che ci fai? Che ci fai? Che smarchetti? Che cazzo fai quando non ci sono che questa casa è sempre uno schifo, che cazzo fai che qui non c’è un cazzo di pulito, che stai sempre a sognare ad occhi aperti che cazzo ti dici quelle fottute parole da studiosi del cazzo, chi pensi di essere? Che pensi di fare? Non te ne vai di qua, qui ci siamo insieme, porca troia; e poi lo odia quando si mette a piangere ma gli piace quando l’abbraccia anche se non vuole che le sue lacrime lo bagnino. Sono lacrime false, non sono di dolore, non sono del dolore di tutti noi, è una cosa solo sua. Ecco, del suo egoismo non me ne faccio nulla. Ma ci sono le giornate speciali, quelle delle botte. Ma quelle le deve cancellare in fretta. Se le ricordo magari ricompaiono. E poi si capiscono. Al volo. E faceva in tempo a fuggire con le bimbe. Il segreto è lasciarlo dormire, che Ketti pianga o no. Il segreto è far piano, e se c’è un segnale fuggire. La cartella è dietro il divano. Due passi. Tre volte inspiri, tre volte espiri. Che ci vuole.

 

Pianissimo, la serratura gira con uno schiocco che sembra un singhiozzo, piano deve far piano, doveva riuscirci cavolo, vede una fetta di divano dietro lo spiraglio della porta, si mette di lato, trattiene il respiro, non cigola, nessun gemito da film, nessuno sulle scale, scivola dentro, vai che la prendo. Due passi. La porta della sua camera è ancora chiusa. Non si è alzato, lo sapeva, non mi sbaglio, sono intelligente io, sono veloce. Un passo vicino il tappeto, un altro passo vicino la cucina, poi si ferma. Respira piano, respira dolce, diventa un ninja, invisibile, per diventarlo devi pensarlo, devi crederci, sei invisibile, devi dirtelo. Sono invisibile, sono aria, sono un fantasma che sospira dietro la porta, sono un combattente, sono agile e trasparente. Sei ad un passo, un metro e c’è la cartella, ci sono i libri e la cartella di tela verde, il tascapane del nonno, sono un partigiano, sono una spia dei boschi, sono una staffetta, sono quel partigiano che si era innamorato di quella ragazza che non l’amava di cui parla sempre il dottore, sono quello che ce la fa; un passo avanti, una piuma che si posa sul tappeto – la mamma lo comprò al centro commerciale, quel giorno che mangiammo cinese e ne mangiò anche Ketti anche se era un lavoro in corso, così diceva papà e rideva e Maria aveva appena iniziato a dire due sillabe e facevamo festa, adesso solo zitta che zitta, silenzio, a dopo, e chissà se Ketti l’ha sentita quella felicità- tappeto stai zitto, felpa il mio passo, dai un altro passo e ci siamo. Eccola, ecco la mia cartella; sei a cavallo, sei un genio, sei meglio di una spia, meglio del kombat, meglio dei samurai. Prese la tracolla della cartella con la mano destra poggiato allo schienale del divano. La mise sulla spalla. Si guardò intorno. Nulla. Sospirò. Non sono neanche sudato. Non sono fresco come una rosa, ma non sono sudato, il cuore va bene, sono stato bravo devo solo andar via, posso farlo, ormai è andata.

 

– Chi cazzo è?
Non dire nulla. Stai fermo. Ha quella Voce. Voce Che Fa Paura. Non sente Ketti, per forza, non è abituato, non ce la fa senza noi.
– Chi cazzo è?
Magari passa. Ora si riaddormenta, ora scompare quella voce, ora va via. Faccio finta di non averla sentita. Ha bevuto è chiaro. O ha lavorato tutta la notte. O entrambe.
– Ho detto…
La tosse fermò la Voce, come una serranda chiusa d’un botto. Che doveva fare? Se scopre che la bambine non sono a casa mi uccide. Ma non posso mica far finta che ci siano. Credo. E se gli rispondo, capisce che non sono a scuola. Mi fa la faccia e il sedere come palloni. Che si fa? Respirò profondamente, come se dovesse immergersi. Calmò il cuore, un battito al secondo, solo uno, non tre.
– Sono io.
La voce più ferma che ho.
Mi affaccio? No. Ma che aggiungere? Era il caso di aggiungere? L’avrebbe innervosito il doppio sentire il doppio delle parole.
– cazzo fate?
Te la giochi tutta ora.
Tranquillo e fermo come un pilastro. Inventa, ragazzo velocissimo, inventa una storia, capisci ed inventa.
– Son riuscito a far dormire le bambine. Ma sono in ritardo adesso, devo andare. A dopo.
A dopo definitivo, fine comunicazione, stop interruzione dei sogni, dormi dormi dormi.
Andò alla porta, non troppo veloce.
– Samuele?
Merda. Il cuore batteva aggrappato al pomo d’adamo come un martello, non sentiva le dita della mano, ingarbugliate in un formicolio tenace. Dormi, ti prego, dormi, adesso.
– si?
Sentì il cigolio del letto e la tosse come colpi di mortaio lontani. Se si alza sono fregato. Se mi tocca oggi mi distrugge. Se oggi non ce la faccio non resterà nulla di me. Strinse i pugni, lasciò che la tracolla scivolasse sbatacchiando fino al gomito.
– Sei una brava persona… sei un bravo ragazzo.
– ciao papà. A dopo.
Chiuse la porta lentamente mentre sentiva già sotto le scarpe l’asfalto duro, ruvido scorrere veloce, un treno in corsa.
Sono un bravissimo ragazzo. Cominciò a correre verso la fermata del bus, velocissimo.

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