qualcuno mi faccia il piacere di andare a dire a Dio che non ce ne facciamo niente degli ignavi. E che non porti fuori scuse che ho perso la pazienza. Insomma qui ci si deve dare una sana regolata. Io faccio il buono, e sto bene, e grazie tante, per carità, ma ho bisogno anche di un segno chiaro e inequivocabile che Dio ci vede e fa quel che può. Che poi nel tempo libero se la spassi con Manitù, i vari profeti ma che balli anche, magari con Elvis, e discuta con Marx e Freud, ma non quando deve lavorare. Quando si lavora ci vuole serietà. Vabbè che il posto non glielo ruba nessuno, ma un minimo d’etica del lavoro. Le cose vanno male proprio quando manca l’esempio dall’alto. Si sto dicendo a Lei, ci ha dato la vita, no? Bene adesso mi aiuti a capire che ne devo fare. Che non ne posso più di vivere col magone, col pensiero delle brutture, con l’ossessione del mio cedimento, fisico e mentale, che non voglio vivere costantemente incazzato.

Perché qui ci si incazza. Dove? Come dove? Dov’è che ci s’incazza di più? In macchina. E perché si sta in macchina? Per correre a sbrigare affarucci burocratici, indispensabili allo Stato per far sentire la sua seppur minima presenza, seccanti commissioni, e scaccolarsi, naturaliter. Ma partiamo dal principio: io ho una macchina cui rubano costantemente le pattane., e vabbé sono abituato, non è questo. Lei è una signora d’altri tempi che beve come un marinaio e sputa fumo nero dal 2004, ovvero dall’ultima volta che si è fatta un cicchetto d’olio. Lei mi porta ovunque io abbia voglia d’andare, ma con calma ed eleganza. Ha i denti spaccati e gli occhi ammaccati, ma resta sempre una bella macchina, anche se s’ingrippa, si, anche se mi molla sotto la pioggia sulla strada statale al chilometro nonc’èscritto da Nessunposto, anche se fa i capricci perché non la lavo mai, anche se senza pattane è come una donna senza guanti, indecente; insomma ha il fascino di tutte le cose che non vuoi e sopratutto non puoi ricomprare. Io non voglio cambiarla, è lei che vuole morire. Vira improvvisamente verso lo sfasciacarrozze, verso chiese e comizi dei radicali, fa gli abbaglianti alla polizia stradale, stride quando frena, anche se le ho cambiato pastiglie e altre robe meccaniche che francamente non conosco e chi se ne frega. Fa di tutto per morirmi davanti, ma quest’ultima volta ha passato il segno. Da domani andiamo a regime doppio e vediamo se non le passa. Stavamo stancamente in fila al semaforo, dietro un camioncino giovane e ganzo, un modello pick up sicuramente straniero, io avevo il mio daffare: dovevo consegnare un’autocertificazione all’ufficio comunale dove dichiaravo che Mario sono io, nato un bel dì di marzo, in tale anno. Dovevo portarla prima che lo sportello chiudesse per il pranzo al fine di avviare la pratica dell’identificazione, visto che la denuncia ai carabinieri non era bastata e volevano fosse scritta al computer che “a me questo foglietto non mi rappresenta un cazzo” e senza “compilare l’apposito modulo in mia presenza ed avermi consegnato l’autocertificazione, io il timbro a secco non glielo faccio” e “la prossima volta ci stia attento al portafoglio” che se non fosse che io non so se l’ho perso o me l’hanno rubato, la signorina dello sportello due si era già aggiudicata un cazzotto sugli occhiali. Dunque fremevo per riavere il mio documento d’identità quanto sento che la mia Carola si ferma. Inebetita. Completamente partita. Occhi ammaccati persi dietro il culo dell’americano verde metallizzato, alto come una gru, pesante come un panzer. Ma che ti piace quell’imbecille? Le chiedevo. Lei ha finto di non sentirmi mentre la fila avanzava e da ambo le parti giovani e vecchi, uomini e donne, ci mostravano l’uso del dito medio come mezzo d’espressione. Io che sono una personcina ammodo ho risposto come mi si confaceva: ho bestemmiato forzando il motorino d’accensione, incazzato e disperato, l’autocertificazione in mano, le lacrime agli occhi, il sangue in bollore. Sono sceso giù mentre il pick up filava deciso ed ottuso come solo un redneck, zigzagando tra le targhe ad una velocità fulminante che inebriava lo sguardo. Carola ha sussultato. Nell’abitacolo si sentiva un vago odore di bruciato. Ho strappato l’autocertificazione appena stampata e mi sono seduto sul cofano. Vuoi morire? Le ho detto. Bene morte sia. Siamo rimasti là mentre lei pian piano riprendeva fiato. Capisco che le manchi avere qualcuno, che si senta vecchia e che abbia voglia di archiviare la sua vita e trasformarsi in uno di quei bellissimi monumenti che spesso vediamo ai cigli della strada. Il fatto è che non ho soldi e che anche una usata costa, così siamo io e lei. Deve resistere. Per lo meno fino a quando non cambierò lavoro, fino a quando non avremo finito il nostro viaggio insieme. Non sono un insensibile, anche io vedo ogni giorno quegli spot fighissimi dove alla gnocca si alterna la macchina, all’auto la figa, al pelo la portiera, al perizoma il paraurti; anch’io vorrei essere un bravo consumatore come gli altri e passare dal pane al superfluo, dal rurale urbanizzato all’urbano cosmopolita con lo strascico di carte di credito e lo sguardo inebetito che solo un uso smodato della banda magnetica può dare. Anche io vorrei comprare e sprecare come gli altri, ma non posso. Certo, ovviamente ho in mente anch’io che senza macchina figa la più bella della classe non mi si fila, ma infine che ci posso fare? Carola può mettersi in pace. La flessibilità è anche questo: sapere che si può sempre tornare indietro di trent’anni.

 

Comunque domani si va a fare un giro in campagna. Tanto per abituarci. Ché c’è voluto poco: è passato un SUV e pur di non perderselo se rimessa in moto, la sporcacciona.

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