Da quando dei miei due destrieri, uno è morto e l’altro si è ammalato, sono immerso in un cacatoio grande come il sacco dove tengo i gatti secchi per la magra. Il tempo non aiuta: ora il cielo è piombo, ora è oro, che ora mi sudo finanche le ginocchia, che ora mi inzuppo le vesti fino il midollo. Giacomo il Goffo mi chiamano, son clerico senza Chiesa, protestato da fetida ingiusta scomunica, schiuso alla vita come ovo maturo. Fuggitivo per volere di Dio come volere Suo è il respiro, l’anima resa al mattino, il sole che illumina le mie scarne braccia corrose dalla fame lenta. Giullare per vocazione, uomo d’indole e per questo incline al peccato, al perdono, all’oblio. Vago per scampare la taglia che mi mise il signore della corte cui ero presso per anni, difatti per quanto mi sforzi non ho ricordi d’infanzia che siano fuori da quella. Il pentimento che provocò in me l’esser messo al bando da solo bastava a punire i miei misfatti. Diversamente la pensava il signore che assoldò due sicari per darmi la morte. Deve morire come cane, pare abbia detto, un cane; per carità divina, anch’esso creatura di Dio ma povero di linguaggio comprendonio e preghiera, dunque di remissione dei peccati. Sono tre le cose che temo, tre come il numero che spiega Iddio: Dio Onnipotente, i sicari e le orde. M’imbattei in un’orda al villaggio dopo il monte degli sconsacrati. Passarono veloci come turbine, strepitanti, sollevavano nubi di terra rossa, agitando spade e lance, ignoranti di civiltà e segni, di luce divina e favella piana. Per dir tutta la verità, nel vederli il mio cuore ebbe un moto d’angoscia ed orgasmo insieme: la forza viva nei muscoli tesi, le grida farneticanti, le atroci smorfie che piegavano le facce, l’odore aspro che emanavano di crudeltà e forza m’inebriarono per un minuto e mi sedetti per non perdere i sensi. Come il demonio abbia mille maniere per sedurre è cosa nota anche ai bambini, ma dai fanciulli non si aspetta il discernimento. Ho peccato ancora, ed ancora una volta la carne debolissima, come peso verso terra per somiglianza di materia, cercava di saziare questa fame che non è solo appagamento dei sensi ma brama di forza, d’atto virile e pieno, rotonda consapevolezza d’uomo, d’affari terreni. Sono pochissime le orde, vecchi rimasugli di un’epoca che fu. Non sono neanche più come prima del Re Carlo, sono ormai quasi tutti delle mezzeseghe. La fame li spinge, la fame li annebbia. E diciamolo: di barbari come una volta non ne fanno più. Così come di signori a modo. Di questo mondo si sa per certo solo che di peccatori è pieno il mondo e di eresie trabocca, tanto che riesce difficile usare il cuore per capire chi segue cosa e perché non dovrebbe. Delle eresie io son stato cultore per diletto e dovere alla professione, e che Dio mi perdoni, a volte, ho trovato del giusto in loro, finanche più che a Roma. Ma sono parole empie, di un empio che cercano per dar la morte.
Vado a caccia. Prendo gatti e spero che le nuove orde di coglionacci imberbi non mi trovino nell’atto di sgozzarli, poiché la fame non bada ai colori: nero, bianco che sia, Dio non voglia io venga denunciato anche per stregoneria. Mi manca solo questa seccatura.
Al villaggio trovo famiglie che sistemano muri e tetti, tutti all’opera, insieme come mano di Dio. Chiedo rifugio per la notte in nome di carità e questi rispondono allegri indicandomi un fienile diroccato. Non sembrano aver temuto l’ira degli ultimi barbari.
– Sono giovani, orfani per guerra, che volete farci?
Mi dicono. Giovani e orfni di Dio, penso. Il cuore palpita.
– Nulla. Non si può far nulla.
Rispondo e m’incammino al fienile ciondolando la testa, sperando che il trucco vecchio ed umiliante funzioni.
– Che avete nel sacco?
– Gatti secchi e salati ed acqua in bisaccia.
Si guardano tra loro, gli occhi si posano sulla mia gamba che improvvisamente penzola come malata.
– avvicinatevi più tardi. Ci sarà del fuoco. E del pane.
Sorrido dentro e mi avvio ancor più malconcio. Ha funzionato, dico a Fornello, il mio cavallo.
Fornello nitrisce ma so che nel pensiero, nel cuore un poco ricorda Fermaglio, il fratello caduto.
Siamo nel fienile. Prego tre volte, re rosari, tre volte i misteri, tre volte il nome di Dio mentre Fornello scalpita, razza di bestia saracena. So che è malato, ma spero e prego e confido che mi porti lontano da queste terre.

continua…

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