Dove abito, fate tipo il granaio dei romani, o quasi, ( no, non è l’egitto, ritentate) esiste un modo di dire che esemplifica il modo di vivere: l’asino X non lo fottono due volte. La storia ha rivelato che in realtà ci hanno fottuto almeno una sessantina di volte e di quelle inculate che non augurereste neanche al vostro peggior nemico. Abbiamo una propensione tutta nostra nel mostrarci duri e puri, poi al primo frusciare di banconote ci voltiamo e zac! è fatta. Fate che avevo diciamo, sui dieci anni e che mi piaceva andare a scuola. Diciamo anche che avevo amichetti, ma anche una seria propensione alla solitudine studiata e affascinante, per me, ovvio. Ero quel che si dice un nerd, ma di quelli che ci credevano ed in qualche misura pensavano di doverne fare un vanto. C’è chi si vanta d’aver dichiarato guerra. Le mie almeno erano considerazioni che non alteravano l’equilibrio mondiale. Avevo un grembiule nero di qualche marca abbastanza sconosciuta, ma ricordo che prima dell’avvento della cineseria, ovvero nel 1980 o giù di lì, la cineseria di allora si chiamava roba americana (scusate la lungimiranza, un’altra nostra dote è l’intuito sprecato) e si faceva a gara a chi ne possedeva di meno. Io avevo questo primato per ragioni di reddito familiare (figlio di dipendenti statali) e cercavo di compensare nel modo più ovvio. Giocavo di fantasia. Inventai quel che diventò, nel mio rione, una sorta di leggenda. Il golf su asfalto. Ore di gioco con palline di tennis (l’attrito era maggiore, nei giorni di sole e la pelosità serviva a decrementare la velocità, anche se il fatto che le palle fossero a portata di ladruncolo contribuiva non poco), mazze costruite con bastoni, svitati da scope, cui era attaccato con dello scotch, un pezzo di legno che inizialmente poteva essere un qualsiasi pezzo trovato nella legnaia di un padre ruralmente attivo, poi diventò una sorta di simbolo, quasi un anticipo per molti, del futuro fanatismo per le auto modificate.

Il percorso lo costruivo durante le ore di catechismo. In particolare, durante la stesura dei peccati settimanali. Il foglio era sempre lo stesso per settimane, ma il prete, davanti il mio aspetto inappuntabile e cosciente del fatto che mia madre seguiva messa e cantava a voce alta ( e nonostante si sapesse che eravamo una famiglia di comunisti), mi perdonava la lista con un cenno del capo. Mentre assolveva gli altri da reati comuni, come rubare cingomme o sollevare le gonne alle compagne, ricopiavo alacremente quella che doveva essere la sfida del pomeriggio. Avevo una mano che m’invidierebbe anche il tizio che ci vuole costruire un campo da golf vero, vicino il paesello. Vi giuro che c’è chi ci crede. Al campo vero, come a una cosa bella, dico. Frotte di adulti cui l’esperienza del fottere, politicamente ed economicamente parlando, ha fatto un baffo, credono in questi Sir muniti di ruspe ed impianto idrico da milioni di euro, pronti ad aspirare giornalmente cubature d’acqua che il mio paesello neanche in un mese. Ma ci vogliono credere, come i miei vecchi compagni di classe credevano nel pezzo di legno, come quando all’entrata nella fogna di una pallina da tennis consumata, urlavamo: buca! Così magari s’immaginano d’andare a giocare in mezzo ai lord ai sir. Ai sudditi di una regina, Cristo Santo. Comunque sia mi sembra d’aver accennato che eravamo una parte del granaio dei romani. Il grano non è il riso. Sono tutt’ e due cereali ma non fatevi illusioni: il grano vuole meno acqua. Dunque che ci vanno a costruire un campo da golf? Beh fa scena. E sicuramente dà un tocco di classe al sistema economico della zona. M’immagino il sindaco: abbiamo il campo da golf ed il melone a secco. Che diventerà ancora più secco, immagino.

Noi si giocava a golf in mezzo alla strada e vi giuro che succhiavamo la borragine, che avevamo un traliccio dell’alta tensione vicino casa e che si mangiava la frutta con la buccia, si beveva l’acqua dal rubinetto. Immagino che per avere un campo da golf bello verde ci sia bisogno di concimi e diserbanti. Non è che ci fai crescere qualsiasi erba. No, il tipo inglese, I suppose. Quella verde brillante, fine ed elegante che in UK cresce spontaneamente, ma che qui non fa amicizia neanche con la gramigna che si sa, è una piantina socievolissima. Insomma noi giocavamo a golf immersi nella polvere delle sere estive, nel fango dei pomeriggi invernali, su un asfalto spaccato come un governo di centrosinistra. Eravamo dei ragazzini e ci si arrangiava. La mia immagine ne risentì non poco, tutti dimenticarono la stagione del golf ed arrivato alle medie mi additarono come il rincoglionito che giocava mentre molti passavano alle sigarette e qualcuno azzardava con i superalcolici.

Ma adesso che ci costruiscono il campo vero, magari ci ripensano. Magari a qualcuno verrà in mente quando Andrea, il mio vicino di casa piantò un sasso sul naso di mia sorella. Era notte, era estate. Fuori da ogni casa c’erano scranni e sedie, si prendeva il fresco, si passava da rione in rione, si perdeva tempo e denaro, un lusso sfrenato. Si parlava ancora la nostra lingua, a casa nostra. Si giocava fuori, ci si incontrava veramente muniti di sassi e bastoni e palle da tennis. Non per fare il nostalgico, ma se ci penso mia sorella avrà per sempre il segno di un’infanzia viva e all’aperto. Mica poco.

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