Il freddo stagnava come una scorreggia al cavolo bollito. Dormire ingannati dalla stanchezza, strafatti di verdure, rincoglioniti dalla TV. Queste le condizioni necessarie al sonno senza incubi. La famosa coperta troppo corta, da dividere in due. E della speranza neanche una traccia, un ricordo. La vita dura e pura, incisa nella cava della sfortuna in grossi blocchi da scolpire, per scoprire di quale morte, per vedere con quale vita. Siamo in trenta, siamo stati di più, dipende dalla stagione, dipende dagli arrivi. Cara mi tiene la mano stretta, le manine bianche, le nocche livide, la bocca che mastica immaginari piatti di casa, che bacia nostra madre, persa ormai, finito tutto o quasi.  Cara ha otto anni e tre mesi, per il compleanno le ho fatto vedere il sole: siamo usciti abbracciati, le sue mani vicino al viso, giunte, come stesse pregando di non bruciare. Non uscivamo da mesi. Quando ho visto che piccole bolle, leggere e piene d’acqua le comparivano sul braccio e sul petto siamo corsi ridendo fino alla casa. Da quel giorno Cara non è più uscita e gioca con me, quando torno dal lavoro. La raccolta dei pomodori è finita, adesso ci sono l’aglio e le cipolle. Qualche serra assume ancora, ma di nascosto, come si vergognassero. Quando torno a casa dormono già tutti e la proverbiale allegria del mio popolo sembra sia svanita come fumo, una folata di gelo e gli occhi in fessure dimenticano la fiducia, scordano la fratellanza. Cara ancora non capisce e si strofina il mento come farebbe una signora snob ad un museo, fronte verso l’alto, il naso delicato, la bocca all’ingiù. Ditemi la verità: avete mai visto un bambino raccogliere i pensieri e ghignarci su? Avete mai visto un bambino piegare le labbra mentre guarda fuori la finestra? Io non ci avrei scommesso due soldi su Cara. E’ nata frutto dell’amore, è figlia di una donna che come sabbia si è dispersa e di un uomo senza faccia, di una stagione calda e del caldo. Cara non verrà mai adottata da questa terra dal cuore arido. Brulla come la mia mente, silenziosa come i miei pensieri. Eppure siamo qui ed in venti, in trenta e quaranta, continuiamo. C’è chi la chiama forza e chi speranza. A me viene mente quando, finita l’università, non sapev che fare di me e mi proposi come educatore tirocinante in un centro. Otto mesi in cui capii che alle volte basta anche solo respirare. Prima o poi il sipario cade.

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