L’officina era di mio padre. Ho messo l’avvocato per tenermela. Ci lavoro da quando avevo dieci anni. Che se ne faceva mia sorella? Nulla. “Mi avrebbe venduto la sua parte”. Pestavo il pugno sul tavolo ed urlavo. Finché le urla non sono bastate più e siamo andati tutti in tribunale. Piangeva e diceva che mai avrebbe pensato… Cazzate. L’officina è sempre stata mia. Anche se babbo voleva venderla. Comunque, non è di questo che devo parlare. Alle sette di stasera, ero solo, un tossico è venuto nel mio esercizio. Mi ha chiesto se potevo riparargli la bici. Gli ho detto di lasciarla in un angolo, me ne sarei occupato il prima possibile. Stavo riparando l’auto di un cliente importante. Ha insistito. Gli ho detto di aspettare. Abbiamo discusso sull’urgenza della cosa. Non gli bastavano le parole al bastardo, si è alzato e mentre ero vicino la cassa, ha preso la chiave inglese e mi ha colpito più volte in testa. Sei, sette colpi, ben assestati. Ha cercato di prendere dei soldi dalla cassa, ma siccome urlavo come un maiale e qualche passante s’incuriosiva, ha preso la bici ed è fuggito.

Mio padre era uno di quelli che picchiava forte, duro su mani e schiena. Ogni tanto mi faccio, ma non di roba. No, non sono tossico. Lavoro, anche. Mia madre è morta, devo badare a me. Non ho finito gli studi. Si lasciarono che avevo dieci anni. Di lui ricordo le sberle. Di lei il pianto. Tutto sommato, poteva andare peggio. La sera ero in bici, tornavo dal lavoro. Faccio il manovale nei cantieri. Ho rischiato di morire tipo una ventina di volte. Non ci sono soldi, dicono, dunque risparmiano su contratto, casco e imbragatura. Che cazzo. Se crepo ci sono una trentina di ragazzi che fanno la fila per quel posto. Senza contare gli extracomunitari. La sera andavo piano perché d’estate mi piace sentire il vento in bocca. So di sembrare un povero stronzo. Pedalare con la bocca aperta. Ma essere un povero stronzo è il meglio che mi si dice. Prima s’inizia con pezzente. Che dicono e dicono quando un poeta ha detto: c’è lotta di classe. Lo so cos’è, anche se non ho studiato granché, povero stronzo si, ignorante, no. Ecco, non è falso. Anche se ogni volta che qualcuno si azzarda a dire qualcosa dalla parte dei poveracci allora è populista. OK, non so esattamente che intendono con quella parola. Finisce in -ismo dunque non mi sta simpaticissima. Vorrà dire tipo che parla per noi poveracci. E poi ti fotte. Ecco allora lo sono tutti, dico, populisti. Siete seri, non fatemi rompere l’osso del collo mentre mi procuro da mangiare, e non fate le discoteche zeppe di gnocca con l’entrata per ricchi. Siate seri e fatemi studiare. Siate seri e datemi quattro soldi per pagare l’affitto. Comunque. La sera ho visto che il cerchione della bici era storto. E’ saltato un raggio mentre pedalavo, un TAC secco e preciso, come un osso che si spezza. Ho pensato Cristo, devo ripararla. Se no chi ci arriva al cantiere. Il bus non ci va. Il treno manco a parlarne. Ho pensato vado da quel bastardo di mio padre. Non lo vedo mai, alla fine un favore me lo farà. Tanto più che non ho soldi. Poi più o meno è andata così: ha fatto finta di non riconoscermi, ha detto che non mi aggiustava nulla senza i soldi. Ho detto che l’avrei pagato la settimana dopo. Lui mi ha fatto vedere i soldi che aveva in cassa e cazzo era un bel malloppo. Ricordo di avergli detto: che cazzo ti cambiano dieci euro? Lui ha chiuso la cassa a chiave e mi ha detto: la soddisfazione di vederti pregare. Al che non ho capito più nulla.

Avevo una moglie e due figli. Uno è morto piccolo, nell’officina. Mi sono distratto per pagare il rappresentante quando questo ha urlato. Ho ancora davanti tutta la scena. La sogno, ma nel sogno lo piglio per la testa, riesco ad estrarlo prima che, e lo tengo stretto. Lo cullo. Mi sveglio con i pugni chiusi e i denti che scricchiolano, serrati in una morsa. Mi ronzano le orecchie e so che avrei dovuto acchiappare la testa. Non è andata così. Basta. Ma il mazzo di capelli che mi restarono in mano li ricordo. Li tengo in una scatola per tappi di cera. Sono lunghi e chiari. Sono capelli sottili. Sono fragili.

Non l’ho colpito per prendermi i soldi. Certo che volevo fargli male. Molto male. Non per ucciderlo. Il tanto che bastava per rincoglionirlo a vita. Sono suo figlio cazzo, non sono un tossico qualunque. Non rubo. Non voglio nulla. Oddio, magari mi sarebbe piaciuto dicesse: ciao figlio mio. Mi ha insultato come al solito. Mi ha offeso. Ha offeso quella povera stupida di mia madre. E quando lo picchiavo gli chiedevo di Luca. Avevo un fratello. E’ morto. Era con lui quando è morto. Ma lui era troppo occupato a pagare. Con i suoi fottuti soldi, per la sua fottutissima officina. Mentre moriva schiacciato. Gli occhi e la bocca spalancate, ecco quello che deve sopportare mio padre. Tre buchi che gli urlano ogni giorni che non ha mai capito un cazzo.

Non lo conosco più. Vi dico che non l’ho riconosciuto. Non lo vedevo da anni. Sembrava un qualsiasi tossico.

Dice che non sa chi sono. Lo so, l’ha già fatto. Mi fa incazzare, ma che importa. Non sono io quello che ha la foto di una famiglia che non esiste più nel bagno. Con i fiori. Come un cazzo di altare pagano. Non sono io. Magari morirò cadendo giù da un’impalcatura. Come tutti, come nessuno. Come lui, anni fa.

Annunci