(attenzione post coprolalico: severamente vietato a chi non usa parolacce, a chi ritiene siano inutili o dannose, a chi si sentirebbe offeso nel leggerne tante; a chi invece non importa, buona lettura)

 

La mia giornata è lunga e noiosa. Sono vecchia e mi porto dietro un carico di acciacchi grande come il comesichiama, il coso di un camion. Cazzo, se sono vecchia. Ho sessantanove anni. Ma sono agguerrita e son progressista come un fottuto radicale. Cammino a testa alta, anche se l’ernia preme come un diavolo attaccato alla schiena. Non per niente mi si diceva indemoniata, da piccina. Ma sono indipendente, non una merda con la bava alla bocca e gli occhi straniti. Faccio la spesa da sola al mercato. Vado in chiesa. Lo faccio per tenermi in contatto col buon Dio. A volte imploro questo comesichiama, Gesù, che mi levi dalla terra e mi conceda un po’ di riposo. Mi confesso ogni sabato da quel coglioncello rumeno. Gli italiani non hanno più fame: ecco cos’è la morte della vocazione. Per carità il mestiere lo sa fare. Manca la cultura. Mi sono rotta i coglioni di sentir dire le stesse cose. Animo, ragazzo, svegliati. Quando mio marito era vivo andavamo insieme dai francescani. Brave persone, per la maggior parte. Mio marito mi aspettava in macchina, fumando una sigaretta dopo l’altra. Io dicevo tutti i cazzi miei a questo frate che ora è morto. Spesso mi parlava degli anni passati in una missione in uno di quegli stati caldissimi dai nomi impronunciabili, con quei poveracci cui pare che abbiamo rubato tutto. O si son fatti rubare tutto? Chiedevo. Una volta mi punto l’indice alla testa e disse: che me la darebbe la borsa se fosse una pistola vera? No, gli risposi. Mi spari pure e dopo se la pigli al volo che mio marito sprecherebbe il denaro in puttane. La penitenza fu più dura: niente parolacce per due giorni. Che per me vuol dire non respirare.

Eppure parlare con lui era l’unica religione che abbia mai conosciuto. Chiusi in quello schifo di sagrestia. Ci si dimenticava di essere uomini e donne e pareva veramente si fosse tutti figli di una sola cosa. I miei cazzi diventavano anche suoi, ma non per sputtanarmi, per deridermi, per salire sul pulpito. Era sinceramente me. Non conoscevo che questa forma di divinità. Uscivo che Giovanni mi diceva sempre: sembra che ti cucisca i pezzi insieme. Entravo che sentivo il corpo diviso in losanghe, come un fottuto arlecchino brutto. E potevo parlare come volevo.

Non che il bastardo non sapesse cos’avevo. Mica feci la penitenza. Ho detto tre cazzi il primo giorno. Il mio Giovanni rideva come un pazzo. Quello stronzo bastardo che mi ha lasciato sola quando avevo più bisogno. Non scopavamo da tempo, ma che c’entra? Eravamo più che fratelli, eravamo come quella cazzo di mela di cui parla Platone. Un’unica persona. Mi è andata bene, devo dirlo. Ne ho combinato cazzate. Che prima una me come la bruciavano viva. O se era fortunatissima, la rinchiudevano in monastero, cilicio alla mano. Io invece grazie ai miei che non erano cazzoni fottuti dalla religione entrai in una scuola speciale (eravamo in cinque) e là m’insegnarono piano che anche se non tutto era perfettamente simmetrico, tipo la punta della matita allineata alla scrivania che era perpendicolare alla mattonella, il tutto poco lontano dal letto, ma che ci stesse il cerchio di legno se no non dormivo, non importava. In realtà potevo dormire anche così. E che se mi veniva una parolaccia la potevo sostituire, imparando a respirare, imparavo i tempi e non c’era bisogno che mi toccassi la faccia, che io sono stata fortunata, mi schiarivo a gola, ma niente urla, nulla, solo le parolacce che sentivo dallo zio quand’ero in fasce tanto che a quattro anni per poco non facevo cadere il tetto di casa a bestemmie.

Questa cazzo di malattia non andrà mai via. E’ la mia amica, la mia guerra. E’ una scimmietta che una volta sul capo ti mette le mani sulle orecchie e non senti altro che la tua voce. Giovanni mi conobbe che grugnivo come una troia per schiarirmi continuamente la voce. A volte mi dovevo veramente schiarire la voce, sicché mi si incasinava la respirazione, porco mondo, col grugnito e il pensiero martellante che stavo per dire parolacce. Giovanni fumava la sigaretta ad un lato della bocca. Come un minchione qualsiasi, di una pellicola stupida. Ci teneva tanto all’apparenza, povero stronzo. Eppure ha sposato la “mattavera”, che sono io, così mi hanno sempre chiamato. Che finti matti al tempo mio, non ne ho mai visto. Non eravamo pieni zeppi di puttanate. Si viveva anche un po’ così, a cazzo. Come veniva. “Pochi progetti, poche illusioni” diceva Giovanni. Col cazzo dicevo, ma infine quando vedo mia nipote che a trent’anni non si è ancora laureata e che si lamenta mi viene voglia di portarla in giro nel villaggio dove vivevo, una passeggiata ai tempi miei. Forse si era dei minchioni ignoranti, ma col cazzo che restavi a perder tempo. Della vita, una cosa devi imparare: che finisce. Prima o poi. Cazzo se finisce. Ti affezioni a chi incontri, ti spacchi il culo, ti ripari un attimo e pensi che per ora va bene così. Ma quel per ora mi è finito in fretta. La comesichiama, la nipote pensa che si, ma si ho ragione, ma per lei sarà diverso. Perché sta bene, forse, perché non grugnisce, ed esce la sera per incontrarsi col ragazzo ed invece non ha nulla, solo qualche lezione di una vita imparata male. Ci pensa la tua nonna bagascia allora. Ci penso io. Quando comesichiama, Gesù, mi leverà di mezzo forse alla nipote mancherà la mattavera. Ti ci faccio affezionare alla nonna. Poi t’inculo. Vediamo se non vivi, allora.

 

 

mirò

le parolacce

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