ma come mi piace andare in bici non ci credereste. Mi alzo da letto e mi vedo già sul sellino. Scivolare nella strada senza intoppi, quasi un treno, quasi un’auto ma senza lamiere, libero, come da bambino. Vado al lavoro in bici, a far la spesa, al cinema, al mare. Che ci sia sole o pioggia, non m’interessa. Sono attrezzato, sono uno previdente. La mattina mentre bevo il caffè la guardo, parcheggiata vicino la porta: bella bici mia, le dico, bella bicicletta che mi porti via da qui. Non ho paura che la rubino, è vecchia, non è una mountain bike, non ha le marce. Ma anche in caso, non c’è problema. Ad assemblarla ci ho messo una settimana. Due tre giorni di ricerca dallo sfasciacarrozze, una sera ed una notte per sistemare il tutto. Che la rubino. L’Arlecchino delle bici. Nessuno vuole più roba vecchia. Le cose riciclate sanno a tutti di sporco. I cretini che sfoggiano. I cretini che quando sarà alla moda una bici col manubrio giallo ed il telaio nero la pagheranno soldoni. Idioti che ridono quando vedono i pedali di sughero. Ridono chiusi in abitacoli stretti, fermi in lunghissime code, mentre io gli sfreccio vicino, un sibilo che dura meno di uno sbadiglio e sono già al lavoro, ma si ridete, che tra la prima e la seconda sono partiti due litri di benzina. Io la mia, l’ho venduta. Era una grossa, l’ammiraglia nuova di una nota marca, brand new, direbbero. Ho venduto tante cose perché era un periodaccio della mia vita:

 

Fate conto che sono uno che ha studiato economia, qui e all’estero. Sono uno di quelli da cui viene il dottor Taldeitali e gli dice: mi devi risanare l’azienda. mi devi far fruttare l’azienda. mi devi far quadrare il bilancio. mi serve quello zero virgola uno che mi salva il culo e lo salva a te. Ecco io sono quello che sa fare queste cose e bene, sono affidabile. Margine di profitto minimo, se ci sono contributi statali, liquidazione e via. Se nò un culo grosso come una palazzina dietro numeri e grafici e informazioni da pagare salato e di nuovo liquidazione e a casa. Sono uno che ha sempre visto i soldi come al monopoli: di carta. Ci giochi e compri, investi ed incassi, sforbiciatina dove è necessario e aggiustatina al bilancio. Con discrezione e classe. A cuor leggero. Anzi, ero tutto leggero. Una piuma che secondo il vento si posava morbida su carta e carta e tutto quello che la carta può comprare. M’interessavo al mondo e capivo, nel senso che la fame in Africa, i genocidi e le guerre, e la dietrologia e bla bla. Non ero un ignorante. Non è che non sapessi. Semplicemente stavo bene così e siccome dormivo bene, vivevo bene e stavo per metter su famiglia non è che pensassi tanto al resto.

 

Fino a quel giorno. Avevo appena venduto una nave carica di rifiuti ad un paese sottosviluppato. Ero contento, un affare che va a buon fine è sempre una soddisfazione. Ricordo bene che il telefono squillava ininterrottamente mentre i cellulari cicalavano messaggi. Faccio per prendere la cornetta quando sento un CRACK spaventoso. Lì per lì pensai fosse caduto un mobile, o avesse ceduto un pilastro. Poi mi accorsi d’avere il gomito incastrato nel tavolo. Avevo spaccato un costosissimo pezzo di design poggiando l’avambraccio. Mi veniva da ridere, ma quel buco là mi è rimasto impresso per sempre. Pensai che mi era venuta una forza sovrumana. Una cosa tipo Hulk. Ma non spezzavo nulla tra le mani. Mi limitavo a rompere qualsiasi cosa su cui mi poggiavo. La sedia dei Day si era fracassata sotto il sedere con un altro crack. Lasciavo orme sul parquet. Lasciai un’orma anche nell’ascensore bilanciando il peso sul piede destro. Ero terrorizzato. Finisco nel magma, pensavo. E tirare su le gambe diventava sempre più difficile. Sentivo gli arti pesanti, le dita gonfie e la testa grossa, enorme, il collo pareva un bastoncino troppo sottile. Fuggii come potevo dall’ufficio, ma ben presto com’è logico, tutti si accorsero dei rumori, della devastazione che lasciavo dietro. Quando salii in macchina questa cedette di colpo ed una ruota si sgonfiò come bucata. Dietro il Pffff che si allungava silenzioso sentivo il brusio concitato della gente, come il pigolare di tanti pulcini. Chiamai il carro attrezzi e questo mi trascinò via mentre il paraurti sfrigolava sull’asfalto. Pagai tutti. Pagai l’autista del comune, pagai alcuni colleghi dell’ufficio e mi ritirai a casa per un poco. Lasciai la mia fidanzata, una ragazza leggera che si sposò due mesi dopo con un collega, e aspettai che la pesantezza passasse. Pesavo quattro quintali. Mi pesai al porto, portato da un camion, trasportato da cinque uomini. Come ridevano. Comprai casa al pianterreno, senza cantina. Non mi spostavo più. Lavoravo da casa, guadagnavo come sempre, ma dovevo star molto attento a come pigiavo sui tasti, a dove poggiavo la testa, a non sfondarmi le ginocchia posandovi un palmo. Inutile dirvi che nessun dottore mi seppe spiegare. Quando cominciai a sentir pesante la cassa toracica sul cuore e le caviglie sui piedi e non mi era possibile dormire, mangiare o anche solo fare due passi decisi di ammazzarmi. Buttarmi da un dirupo. Mi sarei sfracellato in un biz. Così misi all’asta tutto, a parte la casa. Pensavo che fosse come una pena. Insomma, mi liberavo di tutta la zavorra. Invece pesavo sempre di più. L’idea di morire divenne una fissazione, un’ossessione: buttarsi in una diga, farsi scaraventare da una gru sul mio ufficio, da un aereo militare nel centro, qualsiasi cosa pur di morire, ma di una morte ben visibile, se non altro per via del cratere e dei morti. Quando la casa cominciò a sprofondare capii che era finita. Tanto valeva ammazzarsi in sordina. L’implosione delle mura mi terrorizzava, avevo paura di sopravvivere. Mi licenziai ed ordinai una pistola. Decisi di regalare soldi e azioni a una di quelle associazioni che si fanno in quattro per gli altri, che quando vedi uno di loro in tv capisci che ne vedono di tutti i colori, ma che camminano leggeri, dormono leggeri e insomma se prima cambiavo canale, adesso l’invidia mi saliva come vapore da una pentola, e dicevo adesso muoio ma almeno diventate pesanti anche voi.

 

Invece vado in bici. Ho perso peso d’un tratto, quando avevo la canna della pistola in bocca e la lingua ritratta per paura dei germi. Ho fatto per tirare il grilletto quando ho pensato che valeva la pena, prima, di vedere il mondo collassare. Così ho acceso la tv e nulla. Un sacco di gnocca, al solito, ma nient’altro. Un sacco di guerre, un sacco di carta e di carta pesante. Avevo la nausea. Poi mi è venuta una gran voglia di fare una passeggiata anche a costo di bucare il pianeta da parte a parte. Camminavo leggero. Ridevo, pure. Poi sono andato in spiaggia. Poi ho mangiato un panino seduto al bar. E tutto sembrava come prima. Tutto il mondo sembrava pesasse quanto un pensiero allegro. Ma non capivo bene, anche se ero felice. Poi mi è venuta voglia di andare in bici e non avevo un soldo, così sono finito dallo sfasciacarrozze, poi ho trovato un lavoro nuovo, sempre con i numeri, in un ufficio minuscolo, ma girano pochi soldi, e non sono carta, sembrano pesare parecchio. E non devo fare altro che contarli e spedirli. Non capivo però. Sapete quando uno sta bene, come se l’avessero miracolato, e non sa darsi una ragione del perché, non capisce cosa è successo.

 

Poi vi ho guardato, a tutti voi, vi ho osservato a lungo. Ed ho capito.

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