Vorrei opporre una gentile resistenza all’estate così come l’hanno concepita gli speculanti amici dei bambini (e del portafoglio del babbo) della Coca Cola, a dire il vero non ne sono sicuro ma visto che Babbo Natale in rosso l’hanno inventato loro, vado per induzione. E comunque qualcuno deve pagare. Dicevo: l’estate del mio scontento è arrivata ed io avevo da fare. Mi sono liberato dagli impegni (perché poi il liberare sia connesso agli impegni… a me piace quel che faccio) e ho capito che in una cittadina del Sud hai due sole opzioni: andare al mare, uscire la notte. Ecco quest’anno del mare non me ne frega nulla. Bello, bellissimo, adoro il mare ma arrivato in spiaggia mi accorgo che oltre scrutarmi gli alluci non so che farne di me. Bagno il costume e maledico l’immondizia ed i turisti, come ogni indigeno che si rispetti. Poi? Mi scruto gli alluci e mi riprometto di iscrivermi in piscina. Le mie giornate al mare finiscono per essere un momento di lucida consapevolezza, un momento di meditazione come l’ultimo dell’anno. Butto via per rinnovare, stimolato dai profumi dei solari e dalle bordate dei grossi seni abbronzati (ma tutte maggiorate quest’anno?), stranito dal fatto che duecento metri più in là in questa mise verrei arrestato. Ogni anno questa cosa mi turba. Sono un ripetitivo. Ed uso la parola cosa. E mi commuovo per una foto di Diane Arbus, una bellissima foto di una donna triste e del suo cane. Gli occhi di quella donna non hanno mai conosciuto il mare. Non il mio. Sono occhi nudi di non ha neanche l’acqua a proteggere. Come siamo piccoli, penso allora e mi viene da pensare che la vigliaccheria mi ha salvato da un sacco d sventure. Come l’eroina, o l’alcool. Per ora. O forse siamo nati per dimenticare i giorni tristi, siamo fatti per lavorare poco e male, per far sesso e mangiare, per godere. Che spreco di tempo il mio. Ho sbagliato proprio tutto. La maggior parte del tempo la passo a chiedere.

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