Chi più, chi meno, tutti abbiamo avuto un episodio di stipsi. C’è chi s’è mangiato il risotto la notte, chi il limone, chi si è dimenticato di andare, chi c’è abituato. Chi si gonfia per sopraggiunto meteorismo, chi s’affanna con le gocce, chi s’abbuffa di yogurt, chi di fibre, chi beve tre litri d’acqua e chi aspetta pazientemente il caffè e la sigaretta del mattino dopo. Io invece me la godo. Di solito non trattengo mai nulla, per una volta che succede, lascio che sia. Non credo che poi sia la disgrazia che figura in uno spot: prima hai la pancia gonfia, il cielo grigio ti accompagna e nonostante il maestrale tiri giù le cabine non ti si asciugano i capelli. Poi mangi questo miracoloso yogurt e torna il sole, il mare è piatto, i capelli brillano in boccoli dorati. Prima le occhiaie di una tossica, poi addirittura ti diventano verdi gli occhi. Stronzate. Trattenere più o meno coscientemente le feci, senza che si arrivi al blocco, che è una grossa magagna, è sano e naturale. Capita ci si accorga che la mente, raccolta in se stessa come il corpo, acuisca la capacità d’analisi, di elaborazione e che sottilmente il filo dei pensieri, le ragioni finanche i sentimenti siano irradiati da luce nuova. Certo, questo non dovrebbe durare più di una settimana, in cui peraltro l’ingombro può impedire l’introduzione di nuovo cibo, di nuove letture, la presentazione a nuove persone. Il corpo tutto preso nello smaltimento dei rifiuti e concentrato in se stesso, ritrova una nuova ragione di esistere: il mantenere senza scopo. In effetti abituati come siamo a prendere, sfruttare e buttare, ad usare e smaltire senza mai riciclare, ci viene difficile capire come si possa tenere poco più in basso del cuore una modesta quantità (secondo i casi) di sterco. Sembra orribile immaginare il cuore, centro motore del corpo, simbolo di vita o amore, appestato dal tanfo delle viscere sature. Eppure, per pochi giorni, il cuore ne trae giovamento. Si limita a pompare, tranquillo, senza altri compiti ingrati, mentre il cervello si gode la vacanza ed il colon si irrita perché lui in ferie mai, maledetti bastardi. Inutile ribadire che le ferie nessuno fino al Grande Sonno. Si irrita comunque, indaffarato. Aspetta le spore di una qualsiasi flora batterica, stimola gas micidiali che aiutino l’espulsione, dà fuoco alle micce, bussa e poi aspetta che ai piani alti arrivino le proteste.

Il trattenere diventa la quiete e se a qualche donna l’illazione di un dolce evento suona come un’offesa, per me carezzare la rotondità è come una coccola inaspettata. Dalla persona che stimo di più (*). Certo, possono subentrare complicazioni se la natura vi ha già provvisto di un’indole inutilmente avara. In questo caso il raccoglimento esasperato porterà ad un’inevitabile rompere improvviso degli argini e delle amicizie, anche le più consolidate. Magari inconsciamente avete bisogno di liberarvi dai pesi morti. Magari il fatto che da bambini non giocavate con le feci vi ha reso dei bigotti di natura, degli introversi taccagni nel contante e nei sentimenti. Dunque sarà ancora una volta una liberazione, un naturale moto che cambierà la vostra vita grigia. Magari sarà solo un tratto secondario del vostro carattere e l’inquietudine del tenere vi renderà più recettivi e desiderosi di cambiare, di liberarvi del basto di un super-io imponente, di fluidificare i rapporti con voi stessi e gli altri.

Così vivere la stipsi è come una vacanza in cui trattieni che trattieni, diventi un po’ più tirchio, un po’ più saggio, un po’ più accorto, un po’ più umile e un po’ più stronzo.

(* diritti riservati, W. A.)

 

 

keith haring

 

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