Pierre Alechinsky

(P. Alechinsky)

Strada statale, svincolo con la provinciale, semaforo rosso, semaforo verde, a destra. Proseguire per quattrocento metri, cartello, grosso parcheggio (P bianca su sfondo blu di tre metri per due) et voilà, sono in ballo. Mai come al centro commerciale la natura dell’uomo si svela per quel che è. Marks dice che nonostante abbiamo il novantotto per cento di geni in comune con lo scimpanzé abbiamo poco da spartire coi primati. E che comunque abbiamo molto in comune (in DNA) anche con le pratoline. Marks vive in campagna, lo so di sicuro. Al contrario di Dawkins e del gene egoista. Perché qui al centro commerciale ogni istinto represso dalla civiltà, o educato da questa, mettetela come volete, viene fuori in tutta la sua brutale animalità. Sono appena sceso dalla macchina e già due distinti signori si contendono il parcheggio a colpi di clacson. Sbraitano dietro i vetri anneriti, piccoli e soli nei sport utility vehicle, le tempie ghiacciate dall’aria condizionata, altissimi sui loro giganti motorizzati. Qualcuno si ferma a guardare, ma siamo in pochissimi, in generale il clima asettico del comprare ci ha già coinvolto, anche se siamo alla sigla. Infine regna l’indifferenza: siamo qui perché ci serve qualcosa, abbiamo bisogno di comprarla. L’aria condizionata a ciclo continuo mi accoglie, un leggero sentore ferroso, come di sangue, l’accompagna in un soffio. Nel centro commerciale c’è di tutto. Ci sono i vecchi davanti la lingerie, i bambini affogati in immensi scatoloni zeppi di palle colorate, uomini e donne che spingono carrelli dalle ruote sempre male in assetto, ragazzi che siedono davanti un fast food, ragazze che entrano ed escono dal bagno in un girotondo di gonne ed ombretti spaventosi, signori che pesano gli avocado sul palmo della mano, signore che cercano l’occasione in gioielleria. I negozi eccessivamente illuminati danno l’idea che sia sempre Natale e la musica mi accompagna ovunque vada. Anche nel bagno. Motivetti lisergici che stimolano lo scambio di moneta contante con merce, canzonette che mettono a dormire il cervello scaricando adrenalina nel corpo che, non sapendo bene che fare, non fugge, non caccia, non raccoglie, ma compra. E’ come una febbre che sale questo prendere in mano una merce e cercare di averla. A volte mi viene da piangere quando in un vecchio film vedo che tutti hanno le mani libere, senza cellulari e carte e borse. Mi viene un groppo in gola quando penso che non so come si costruisce nulla di quel che uso. Mi sento limitato. Eppure non posso e non riesco a far altro.
Sulle scale mobili incrocio un amico che sta leggendo assorto le istruzioni dell’elettrodomestico che tiene sotto l’ascella. Sembra una sveglia digitale gigante. Non mi vede. Continuo a salire mentre una fila di persone scende al piano terra davanti a me. Quando le rette si intersecano e siamo vicini a quelli che scendono da poterli toccare, le mani si ritirano dalla ringhiera mobile e grattano o riavviano o giocherellano. Torneranno dov’erano quando gli altri saranno alle spalle e davanti ci sarà qualcos’altro da comprare.
A me serve una pentola, una padella per essere precisi e qualcosa da mangiare. Mentre arrivo nel cuore del centro commerciale, il vero ipermercato, il nocciolo del consumismo, mi ripeto come un mantra: solo quello che ti serve. Stringo i pugni per darmi forza e sottolineo il tutto stringendo gli occhi. Così per un secondo sembro uno con la sindrome di Tourette. Ma poco importa qui. Nessuno è nell’ordine di idee che porta a pensare come in una comune strada. Qui ci sono occhi solo per ciò che serve appunto, mi serve una padella. Del Teflon bello forte che irradi nanometalli pesanti dentro le mie future bistecche appestate. Nulla di più. Se poi trovo anche dello yogurt di latte topino alla vaniglia colorato da coccinelle, anche meglio. Testa bassa ed un passo alla volta. Mi metto gli occhiali così che metto a fuoco solo quel che ho davanti. Ma è una lotta inutile, ed io parto svantaggiato. Scritte abnormi urlano offerta solo per oggi ad un euro tre cd, a due euro una radiosveglia (quella del mio amico), a tre euro un paio di infradito con suola in stuoia da spiaggia, a dieci un chilo di prosciutto, a dodici nove chili di pesche, a tredici qualcuno vende la mamma, tredici e uno, e due e tre, qualcuno se la piglia e va via soddisfatto. Arrivo con passo furtivo alle padelle. Belle padellone grosse che ci sta dentro un agnello intero, padelle piccole per tristi single a dieta, padelline mini per modelle in carriera ed il vizietto dell’uovo fritto. Batterie di padelle lussuose in rame, uranio e stronzio. Padelle quadrate, padelle sui generis, padelle in offerta. Sono arrivato. Eccola. Splende dietro, opaca davanti, splende diet… nel riflesso del ferro smaltato mi perdo per un attimo. Cerco di recuperare i sensi, stringo i pugni ma non ce la faccio. Sono fottuto. Mollo la padella per terra, il trambusto si perde insieme ad altri che come me, vinti dal riflesso, hanno mollato le stoviglie. Ci dirigiamo tutti, come guidati da una mente unica verso lei. La tecnologia. Nell’angolo della tecnologia troverete sempre più adulti che ragazzi. Gli adulti che leggevano Jules Verne ad esempio saranno là, irretiti dal progresso, affannati nel tentativo senza senso di agguantarne la coda. O quelli come me che si stupiscono che ancora sanno usare la parola comodità, memori dei tempi in cui all’apparire di un’antenna si sentiva oooh e a Povia ancora dovevano crescere i denti. O i vecchi che anche senza capir nulla vogliono dar battaglia alla morte brandendo un cellulare, riparati da un lettore dvd. Tutti noi analogici ci rechiamo nel tempio del più grande imbroglio del centro commerciale, anzi nel suo cuore. Come in una discesa negli Inferi ci riconosciamo, davanti le macchine, come umani; sappiamo d’essere fatti di carne e sangue davanti quei cavi, di fronte i led, le lucine e i trilli, per noi che il semaforo era quasi la più bella invenzione dopo il cordless. Per noi che quando si rompeva il telecomando definitivamente (dopo averlo accomodato con scotch, attack, sputo, porridge) era quasi un lutto, per noi l’angolo della tecnologia è là che seduce.
Così invece della padella esco felice con finanziaria in mano. Finalmente tra due settimane mi portano un televisore al plasma da sei pollici. Arrivo in macchina e al semaforo l’incantesimo si rompe e piango.

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