Sul bus che porta al mare ci siamo io, lei e una quarantina di persone sudate. Mi basta uno sguardo per capire che è amore, quello vero, quello che non stinge perché non viene mai consumato. Lei è di un’altezza turistica, ha gli occhi leggermente sporgenti e le occhiaie nere, due pozze profonde in cui si rannicchia la tenerezza. Il vestito che indossa sa di funerale siciliano, nero e buio, struggente come una preghiera, largo e sformato come un soufflè al nero di seppia. La guardo, mi guarda. Il carnaio maleodorante sospira ai semafori, ci accodiamo fingendo stizza, sventoliamo il cartoncino del biglietto non obliterato in assoluta armonia, ogni due sventolii, il mio, nel ritmo incessante dei freni idraulici. Mi sorride, le sorrido. Ecchesfiga, penso. Le manca un incisivo. Faccio un rapido conto e mi tranquillizzo. Mi posso permettere di regalarle l’impianto. Non che mi preoccupi per l’estetica in realtà. In quel buco nero tra i denti, che fa tanto pendant col vestito, ritrovo il vuoto che da giorni mi tiene in allarme, l’assenza manifesta. Penso che però sia giusto alla sua età poter mordere mele verdi e dure come sassi. So che ne mangerebbe in quantità. So che le piacerebbero. Mentre il bus sobbalza imbizzarrito davanti uno stuolo di suore, che buona metà del carnaio maledice per aver rallentato la corsa, seguo la pelle dalla spalla alla mano. Ellasfiga, mi dico. Lungo l’avambraccio scorgo, in controluce, una foresta selvatica di lunghi e spinosi peli neri, ritti in ciuffi, solcati da rigagnoli di sudore che finiscono per raccogliersi nell’incavo del gomito e forse per questo là più lussureggianti e selvaggi. Ripasso mentalmente le nuove tecniche di depilazione: pinzette, rasatura, ceretta, depilatori elettrici, elettrolisi, laser, ma anche il buon vecchio fuoco. Perché no? Dopo l’impianto mi rimarrebbero pochi soldi e se con pinzette e ceretta ci metteremmo troppo tempo, con la rasatura correrei il rischio di una ricrescita in setole, mentre l’elettrolisi e il laser richiederebbero un secondo lavoro. Il fuoco invece risolverebbe in un attimo tutto e gratis. La guardo e immagino che coronata di fiamme, novella Servio Tullio, somiglierebbe all’immagine della Madonna. Soddisfatto stacco con forza dalla mia spalla la mano di una grassa signora che in me ha trovato un’ancora di salvezza nelle curve. Cerca di resistere ma riesco, forzando le dita una dopo l’altra, e nonostante il suo sguardo atterrito, a liberare la scapola dal peso mentre lei capitombola in fondo al bus. C’è chi mi guarda con sdegno, chi con comprensione. Tempo fa avrei sopportato, in nome della buona educazione o forse per generosità. Adesso credo che ognuno abbia diritto alla sua fetta di egoismo, che cosa sia lecito o meno fare non è solo materia della giurisprudenza, ma di questi tempi corrotti ed incivili, è compito anche del singolo che deve giostrarsi come può dalla sfera pubblica alla privata, aprirsi un varco, come la signora per l’appunto, in mezzo alla massa. Riflettendo sulla traiettoria del corpo scagliato, ma sopratutto sulla carambola quasi mi dimenticavo di lei. O forse, consapevole del suo sguardo temevo d’averla perduta a causa del gesto (forse) impopolare. Lei è ancora là, appigliata alla sbarra come una cocorita sul trespolo in assenza di gravità; e a proposito: il suo sguardo è grave, severo, mi condanna, penso. Sento il cuore scivolarmi nei piedi, le infradito scoppiare per la pressione, il sangue fermare il suo ciclo, la testa svuotarsi. Ecchecazzo, penso. Mica sarà la madre. Per un attimo sull’amore ha sopravvento l’egoismo, quella sacrosanta fetta. Con quel che costano gli ospizi non potrei permettermi quest’amore. Ma nessuno si dà la briga di aiutare la signora e ne deduco nessuna parentela. Mi fissa. Devo assicurarmi e cerco gli occhiali. No, ecco ho capito. Ellascalognanera. Inforco gli occhiali per meglio capire e dopo il solito appannarsi lento delle lenti, finalmente vedo chiaro. Lei è in realtà un grazioso lui. Forte e robusto come un alce, sano, ipertricotico e carico di testosterone. Pur cercando d’ignorare la croce tatuata sul polpaccio salta all’occhio la fede nazionalista e memore della vista di un recente film ( “this is england” di Shane Meadows ) mi eclisso dietro il lato oscuro della massa astiosa, mentre penso amaramente che per un intervento così risolutivo ci vorrebbe veramente troppo denaro. Scendo e rimetto gli occhiali nella tasca, pronto per l’ amore.

guttuso occupazione delle terre

 

 

 

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