Lewis Hine
foto: Lewis Hine

Chi se ne frega della parole in riga
schierate come eserciti che mai rompono le fila
e delle regole ortografiche, vento che indurisce
rovente lava e dell’interpretazione
domestica mannaia d’intenzioni,
chi se ne frega di chi legge e scrive
di chi dice e di chi tace
chi se ne frega di piacere
Chi se ne frega del senso e del recit
dell’allegoria, dell’unità di tempo e luogo
dell’empatia antipatia
delle donne dai busti nudi
dell’uomo a braccia aperte
del giudizio universale prossimo
del Medico Universale Giudizioso
del narcisismo supposto da chi brama
ad espugnar fortezze
del vivere nascosti
dell’acqua a cui attingo.

Chi se ne frega dell’autentico
e del falso, del falò di vanità
senza respiro, dei rilanci
insoddisfatti, dei farmaci
Chi se ne frega di segnare il territorio
di gridare alla vittoria
dei limoni e dell’alloro
del perché il maiale suda
di Telemaco e Penelope
e dei Proci che a pazienza
anche loro eran messi bene.

Chi se ne frega del respiro corto
dell’accorto muoversi del tempo
del relativo a cosa chi come quando
del certo giusto bene occhei
del riso quando uno cade
del pianto del caduto
Chi se ne frega delle dimostrazioni
dell’autolesionismo affaticato
del sale sul palato dell’enormità
che guida e muore
e spinge e forza e vira in schegge d’oro
del morto che non muore.

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