Mi siedo ed aspetto. Sono concentrato su quel che devo dire, sono contratto e mi sudano le mani. Tre fila di sedie, per tre e fanno nove sedie libere che aspettano un culo, che aspettano una visita. La sala d’attesa è vuota, la dottoressa non c’è, un’urgenza domiciliare, dicono, mi guardo le unghie ed aspetto. Sono concentrato sul respiro, il diaframma che si allarga, i polmoni si dilatano, per un poco passerà. Torna subito, come una pugnalata alla fede. Non c’è nulla da combattere, nulla da fuggire. Il primo istinto è quello, allontanarsi e fuggire, ed il timore che cresce, un movimento largo che aumenta trascinando detriti di speranze, la vergogna mentre dalle caviglie come fiamme salgono brividi densi. Non respiro e mi sforzo, vado in bagno e il tempo rallenta, il fotofinish del panico, vince sempre lui. Dalla sua ha l’allenamento ed il coraggio. Io fumo troppo e non faccio sport. Una sedia sibila mentre un sedere si accomoda. Poliuretano espanso coperto da simil pelle, bucherellata. Mi mette paura guardare i buchi, sento che l’argine della concentrazione sta per cadere e non ci sono barriere che tengano, ma una fila di pensieri e parole e omissioni che in processione reclamano una sedia del tre per tre nove, ci si vorrebbe tutti seduti a parlare, la signora seduta mi guarda da sotto gli occhiali ed allora arriva.
Arriva come uno tsunami, un’onda riflessa di un movimento tellurico, che scroscia sul collo e spacca la testa. Mi rassegno e se non mi muovo il ronzio sarà breve, un insetto intrappolato, ma se accenno un movimento quel lupo saprà che voglio fuggire, sentirà l’odore, capirà che ho paura e mi darà la caccia. Non posso non toccarmi il braccio, duole. Fuggo nel bagno mentre la signora mi guarda, so che pensa mi dico, so che sembro pazzo ma non lo sono la prego non mi giudichi mentre dietro gli occhi ingigantiti dalle lenti vedo la bava del lupo. Al bagno non ci sono chiavi e la finestra da ad un pianterreno di mosaico. Non fuggo e aspetto.

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