Via della steppa dicevamo per casa di Polla e non ci sembrava male perchè là il bosco non c’era. Non crescevano funghi, ma si coltivava duro, trattori guidati da gente pagata per farlo, il proprietario non si era mai visto. Polla stava in una baracca che il padre aveva costruito col nonno, un vecchio mezzo rincoglionito dall’alcool e dicevano che la madre battesse, ma noi questo non lo sapevamo e alla fine non ce ne sbatteva niente. Ci piaceva Polla e la sua via della steppa. La baracca dava su questo prato bruciato dalle robe chimiche e là Polla si metteva a disegnare. Nella steppa c’erano le macchine e i cani. Branchi di randagi pulciosi e incazzosi mollati dalla gente, progenie sbattuta nella fogna, sopravissuta al fango. Le macchine passavano a tre metri, veloci ed indifferenti. Come un brutto film scorrevano e noi si restava a guardarle mentre aspettavamo Polla. La madre stendeva il bucato ed anche se il puzzo si attaccava alla pelle quella continuava ad appendere lenzuola lise ed asciugamani che non si sapeva perchè non erano tutti di spugna, ma in tessuto. La biancheria gli diventava rigida e nera e se pioveva sapeva di sudore. Polla la teneva nel cassetto tra fogli di giornale e sacchetti di lavanda. Quando scendeva aveva le sue cose e noi si attendeva come un miracolo. In effetti lo era. Intuivamo che quei suoi disegni e quei suoi racconti in figure avevano quel qualcosa che andava oltre la steppa e i cani e le macchine. Era un altro livello, come se disegnando aprisse una porta su un mondo che dormiva. Improvvisamente i fatti, tristi ed allegri che fossero, non erano concatenazioni di eventi ma trovavano vita ed avevano una precisa collocazione, come se una spinta magica li portasse a rivelare quel senso che per tanto tempo avevano dovuto tener celato.
Polla disegnava sulla terra battuta. Aveva frutta andata a male e verdura e gesso in polvere e i capelli che noi gli portavamo dal barbiere e acqua che doveva per forza essere mischiata a latte, anche poche gocce, e il bastoncino con cui segnava le forme dapprima. Come tutti i grandi disegnatori non partiva mai da dove ti aspettavi e quell’indefinito che sotto i nostri occhi prendeva forma da un inizio che sembrava una virgola, un sorriso, un orecchio e cambiava veloce come un fiore che accellerando sbocciasse tutto in una volta, da quella virgola nascevano le donne nude che ballavano sotto un palazzo mentre i vecchi bevevano latte ad un tavolo e a gente sorrideva e a quelle forme vuote dava vita riempendo le bocche di pomodori marci, gli occhi di verde muffa e le mani di acqua e terra.
Delle forme ora piene e rotonde Polla raccontava la vita in quel momento e capitava che conoscessimo la muchacha di Santa Fè che doveva partire mentre si celebrava il matrimonio del suo fidanzato e le storie dei vecchi del paese che il nonno gli raccontava, o le storie della sbiobbina o del giovane senza mano che sfidò le guardie per scommessa o le storie di donne perse e di uomini annegati. Noi che non si andava oltre il paesotto, che vivevamo di ore messe in fila come in una collana, aspettavamo che Polla chino sul disegno oramai finito raccontasse come poteva andare anche a chi sembrava che questa vita non avesse granchè senso. C’era un velo che scopriva, una realtà scomposta che Polla decifrava e ragalava a piene mani da cui imparammo i sensi di molte vite e i significati delle cose, le parole per le donne e quelle per i lutti. In via della steppa, nei campi dopo la statale, vicino una baracca, ogni sabato c’era il mistero che ci veniva a trovare. Erano i nostri turbamenti che apparivano, e la speranza.

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