Mi filtrava l’umore da i pori, ero uno scolapasta di tristezza che camminava per le vie del centro congestionato dalle auto, alla ricerca di una tabaccheria aperta. Con gli ultimi euro di uno stipendio stiratissimo avrei comperato un pacchetto di sigarette buone, quelle che fumavamo io e lei quando ancora avevo un lavoro vero e una moglie e non sapevo cos’era il trinciato. Strano come i cani riescono a smaltire l’acqua in eccesso dal naso. Ce n’era uno che mi veniva dietro caracollando sulle zampe troppo piccole per la taglia, il pelo fulvo spettinato e la lingua appesa ai canini, una bandiera di pace. Mi fermai ed accovacciato sfiorai il triangolino umido. Negli occhi aveva una certezza quasi umana. Si lasciò carezzare leccandomi le dita. Mia moglie non amava i cani. Li ha sempre temuti. In realtà era la madre ad avere paura, un pastore tedesco l’aveva morsa mentre scappava dalla casa di un amichetta. La figlia, abituata a scansarli sin da piccola cambiava strada appena ne vedeva uno sciolto, guardandosi le spalle. I cani conoscono l’odore della paura. Deve sapere di frutta, di dolce e umido. Prenderlo con me era forse, anche, tradire lei. Ma comunque mia moglie era lontana, avevo voglia di fumare ed il cane mi seguiva come se non avesse aspettato altro. Arrivammo alla torre uno dietro l’altro, la lingua fuori tutt’e due. La tabaccheria era chiusa, sul distributore automatico, porcomondo , un foglio bianco incollato con scotch diceva “fuori servizio”. Oggi siamo tutti fuori servizio, dissi al cane. La voglia di fumare aumentava. Le nostre sigarette dietro plexiglass e metallo. Il mio amico mugolò. Salimmo per il parco costeggiando le file d’acace indifferenti, le mani in tasca, lui dietro e a seguire la sua coda che ballava. Dietro il baobab lo vidi. Fumava. Ma che bello scherzo, pensai. Ho camminato perché il destino, come una mano, mi conducesse dritto da lui. Significava qualcosa? Quello fumava che non ne aveva voglia, la sigaretta gli pendeva dal labbro come uno stecchino inutile, sicuramente una delle nostre, una delle mie, pensai ed avanzai velocemente fino a sentire il morbido del suo labbro che si spaccava tra le nocche e gli incisivi. Intontito rimase per terra. Il cane gli ringhiava contro mentre, paralizzato dal terrore, ad occhi chiusi cercava tastando il prato qualcosa. Nell’urto erano caduti gli occhiali ed il pacchetto. Non erano le nostre sigarette ma andava bene lo stesso. Le presi e chinandomi lentamente lo guardai in faccia. Si ritrasse. Rabbrividii: non era lui, ma andava bene lo stesso.

 

rebecca horn

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