Pochi anni fa mi muore una nonna. Amatissima. Siamo una famiglia unita. Al funerale mia madre mi chiede di confessarmi. Mi dice che devo fare la comunione, come regalo alla nonna. Nonna ci credeva. Vado. Il prete è lo stesso che parecchi anni fa mi ha cresimato. Entro nella sacrestia e guardo quest’uomo. Triste e lugubre nella tonaca nera. Gli occhi infossati, mangiati dalle occhiaie, le mani che tremano, la bocca sottile che sembra gliel’abbiano tagliata adesso. Sia lodato eccetera, mi siedo. Quanto tempo che non mi confesso? Anni, anni, lo so, sono un miscredente di merda, ma che ci posso fare, non mi viene. Perché oggi? Così. Per pulire la coscienza. Come risposta pare vada bene. Dimmi allora. Il vuoto. Il bianco. Il nero se preferite, l’accidenti che mi prenda non mi viene in mente nulla. Come niente? Non pecchi? Ma certo signor prete che peccherò, però ora non mi ricordo. Sforzati. Mi sforzo ma nulla. Quali erano i peccati? Cosa non si deve fare? Lo guardo sconsolato. Mi dice, hai rubato? No, rubato no. Ma non sono sicuro. Cioè? Cioé ho bloccato il contatore della luce con una scheda telefonica, che è rubare? Altroché. Allora ho rubato. Solo questo? Non so, che altro non si deve fare? Hai ucciso? No, ma che scherza signor prete? Non scherzo e chiamami padre. No guardi di padre ne ho già uno, al massimo prete, o don. Vada per il don allora. Non ho ucciso don, esseri umani, mai. E chi altro? Gli animali. Gli animali non contano. Dio gli vuole meno bene? Mi guarda come se volesse uccidermi, stringe il pungo e penso adesso pecca, invece: probabilmente si… Che altro? Mah… non saprei. Hai copulato? Certo. Sei sposato? No macchè, non ho soldi e anche volendo non trovo quella giusta. Sprechi te stesso allora e rovini anche la donna, la sua dignità. Non ci penso neanche. Mi fissa. Sento gli occhi che mi trapassano, lo vedo rassegnarsi come una fiammella che piano si spenge: continuiamo giovane, che altro? Chiedo: abbiamo proibizioni in fatto di carne? Il venerdì, si. Si, ma chiedevo sul tipo di macellazione o l’anim?… Mi guarda ancora tristissimo, la bocca che pende. No, per noi solo il venerdì senza carne. Niente alal niente kosher. Mi sento sollevato. Bene, dico, devo dire altro? Mah direi che abbiamo finito. Sembra più leggero.
Mi fa leggere una preghiera e mi congeda con la pena da scontare, ma assolto. All’eucarestia aspetto in fila dietro una decina di vecchi, amici di mia nonna. Mi piace questa sensazione di appartenenza. Mi dico forse sono cattolico veramente. Lui mi tiene d’occhio da lontano come fossi un poverino ed io mi ricordo d’un botto cosa dovevo dire. C’era tutta una serie di fatti che andavano detti. Una sorta di lista che va dal piccolo al grave, una sorta di promemoria che mi aiutava da piccolo. Mi piaceva fare l’esame di coscienza, mi piaceva enumerare gli errori, fare un ripasso generale del tempo trascorso ed avere almeno una certezza che poche ne avevo, che sbagliavo per qualcuno, ero in torto marcio per questo Dio e le sue regole. Mi piaceva pure chiedere scusa, mi liberava. Poi d’improvviso cercai chi poteva tollerare i miei errori, a cui potevano sembrare normali se non giusti.
Poi diventò tutto relativo a.
Mia nonna, quella morta, era una donna grande, forte e saggia. Diceva: “non dire che non berrai mai di quell’acqua perché prima o poi ti verrà quella sete”. Così finivo per giustificare tutto ed diventai schiavo del possibilismo fatto in casa.
Adesso mi dico che è tutta una questione di buon senso e mi chiedo cosa ne pensi Dio del fatto che con i soldi risparmiati della bolletta della luce mi ci sono pagato i libri per due esami. Comunque sia sono stato assolto.

Annunci