la salvezza è là, ad un palmo. Quell’inutile certezza ferma la mia mano. Resterò così per tutta la durata della cena, appena un sospiro e neanche un perché. Il ristorante è affollato, due cameriere si scambiano un bacio sulla punta di un dito, ma non riesco ad intercettarlo. Due uomini, seduti al tavolo vicino il mio discutono di capelli. Rossi e lisci, pare che siano il massimo del sexy, bucano, ripetono, e finalmente io la guardo. Ha i capelli spenti, striati di rame, opache linee che le circondano le guance come virgole. Non mi guarda e non lo farà fino a quando non l’accompagnerò a casa. In quel momento i suoi occhi saranno asciutti e fermi, la voce non tremerà. Adesso guarda le posate, spia il metallo che puzza d’aceto, scruta i rebbi di una forchetta da pesce, guarda la sua mano che resta sul tavolo, tenace. I due uomini ogni tanto ci guardano e sorridono mesti. Hanno ordinato tutt’e due un filetto succoso, rosso, grosso come guantone da boxe. Quella carne che sembra un insulto sarà tutto quello che non voglio. Il concentrato di quello che mi ripugna. La sua mano è ancora poggiata al tavolo, il polso sottile, ossuto in cui s’incaglia il bracciale che le ho regalato. Si è rotto due volte, due volte è sparito, due volte l’abbiamo ritrovato, una volta io, la seconda lei. All’epoca ci sembrava la conferma dell’amore, questo perdere e ritrovare. Non bisognerebbe cercare conferme, ma trattenere il fiato e sperare.
Non posso toccare quella mano, non voglio anche se è come un impulso che a malapena trattengo. Ha deciso per tutt’e due, mi dico, e so che sbaglio, ma fingo. Ha deciso lei, ma quella mano implora d’essere toccata, reclama una protesta, esige una reazione. Ma non posso. Vorrei reagire ma non so. E’ come giocare infine. Come quando ti passano la palla. Se ribatti giochi, se no, nulla, si ferma tutto. Spero che la palla incontrando il muro torni indietro e poggio la mia mano sul tavolo. I due uomini mangiano, il sugo rosso scuro cola dai bocconi teneri, le verdure stanno a guardare. Aspetto. Ma non sono un muro e non si tratta di una palla. Le cameriere ridono dietro il bar. Ci guardano ma non si avvicinano. Sembra abbiano intuito qualcosa, gli sguardi truci sono rivolti a me. Le dico ti accompagno? e in due parole le sto dicendo addio e per mesi ripeterò ti accompagno nel sonno cercando la sua mano, la mia salvezza. In due parole ho cancellato quel che di buono avevo, quel che mi avvolgeva come la buccia il frutto. Lei non dice si, ma scuote la testa con disperazione e ritrae la mano come se il tavolo all’improvviso scottasse. Non riesco a guardarla e fisso i due uomini, due tipi grossi, in maniche di camicia che sezionano il filetto, passano il boccone nel sugo e l’ingollano, biascicando commenti sui capelli rossi, neri, sulle frange. Uno di loro la guarda e lascia una carezza sull’opaco, come la bava di una lumaca generosa. Mi sento solo, non ho che queste mie mani.

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