Ci si ritrova in piccole cose. Non bisogna essere per forza incasinati pesanti per ritrovare se stessi, nè restare folgorati da angeli con spade fiammeggianti per capire che qualcosa è cambiato. Anche se l’effetto con un angelo sarebbe senz’altro scenografico e darebbe maggiore sicurezza. Nel senso: se ti si materializza un angelo per una comunicazione divina diciamo, di servizio, sei sicuro che qualcosa di importante è avvenuto nella tua vita. O che qualche bastardo ti ha messo un acido nella coca. Cola, certo.

Io mi ritrovo ogni settimana, il sabato mattina, di solito, ma non è detto.. Il vantaggio di non avere uno scopo nella vita, di vivere in una città apatica e di incasinarsi con pochissimo e da soli è questo. Arrivare al sabato in forte debito di sonno, avere la casa che urla “sono sporca”, il frigo innervosito dal senso di vuoto che ne riempie l’ esistenza, i vestiti ammassati in un secchio comune, stilare la lista delle cose non fatte, degli appuntamenti mancati e del ritardo sul lavoro che aumenta esponenzialmente in faldoni sempre più consistenti, non sentirsi a posto insomma è l’unica maniera che conosco per poter rimettere in ordine. Non ho rituali che salvaguardino il mio stato mentale. Anzi tendo a costruirmene qualcuno per una manciata di giorni al fine di distruggerli. I rituali sono importanti, porca miseria. Come la capisci la realtà? Che te ne fai dei giorni, delle ore, senza una sistemazione? Non chiedetelo a me perché io non lo so. Io non riesco a compiere dei gesti in ripetizione perchè al contrario di molti, la ripetizione mi terrorizza, non mi dà sicurezza.

 

Tutto è nato da un fatto tristissimo che mi capitò da piccolo (quando fai un poco di analisi ti accorgi che tutto paga quel bimbo che eri, i tuoi genitori e le loro sante regoline confluite in un super io che ti inibisce al punto che quando sogni c’è la pubblicità). Avevo uno zio che adoravo. Morì a trent’anni in un incidente stradale lasciando due bimbe e una moglie. Io ne avevo quattordici e avevo sempre pensato che visto che avevamo passato un brutto momento quando mia sorella era stata male in qualche modo per un po’ potevamo stare tranquilli. Insomma: questo Dio vuole qualcosa ogni tanto, diamogliela e poi per un pò basta. Si lo so, ci mancava sgozzassi animali in un altare o interpretassi il fegato di manzo. Lo chiamano pensiero magico. Ce l’abbiamo tutti. Come il solipsismo. Mai pensato che siete gli unici a pensare e che magari gli altri o non ci sono e ve li state immaginando o (nella versione più psicopatica) voi siete vittima di un esperimento e dunque tutti sono delle comparse (alla Truman show per intenderci)? No? Inibitissimi. Leggetevi Daniel Dennets e tutta quella roba paranoica e capirete. Dicevo: capitò la disgrazia e non seppi come gestirla, non seppi vederla per quello che era. Riuscii solo a lamentarmi e sospendere il tempo. Decisi di non uscire per un bel po’, perché nessuno mi capiva (l’età era quella delle frasette del fu Morrison nel diario e del maledettismo a buon mercato per procurare nuovi clienti al traffico di eroina) continuavo a vivere in una sospensione temporale che attenuava il dolore, sperando che sarebbe passata, credendo che tutto sarebbe tornato come prima. Persi l’innocenza allora, o meglio, abbandonai quella che in certe culture è l’età dell’oro, o ancora, se volete, lasciai il mio Eden perchè assaggiai una mela. Che l’innocenza è solo dolcissima ignoranza. Così, sospeso nel tempo continuai a guardare il mondo come da un oblò. Non intervenivo, ma cercavo di minimizzare, di non creare altri presupposti che potessero spezzarsi, altri rituali che sarebbero morti da un momento all’altro, senza avvertire, senza un perchè. Non mi sentirò mai al sicuro finché non ritrovero il mio Eden, anche se la strada mi sa che non è lastricata dall’ignavia, piuttosto dall’accettazione. Parole grosse.

 

Così ora che sono perso in questo mondo di ore e di giorni per ritrovarmi metto in ordine. Come i monaci zen che spazzano chili di foglie prima che il maestro li caghi minimamente, io tolgo e rimetto in ordine, monto mobili dell’Ikea che poi regalo o vendo, cambio la disposizione e imbianco, sistemo libri e cd, scarico nuovi browsers e riordino la posta. Di solito capita di sabato o domenica e questo sarebbe già un rituale se non fosse che non so mai che giorno della settimana è ( in ufficio sono piuttosto elastici). In questo ordinare io mi ritrovo. Piano piano nel rimettere a posto gli scaffali ritrovo me stesso. Ritrovo un pezzetto di me che sa chi è e cosa vuole, che sa cosa fare.

 

Il mio analista dice che sono il peggiore dei metodici e che devo rispettare gli appuntamenti. Ma io ci vado quando voglio e ogni volta (miracolosamente) lo trovo ad aspettarmi. O sono prevedibile come il meteo nel deserto o che lui abbia capito qualcosa che io non afferro?

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