I miei compagni di classe mi pigliavano in giro perchè io al posto del panino per merenda avevo le torte di mamma. Mia madre cucina questi dolci che penseresti di vivere in una pasticceria, fa di tutto: i bignè, la crema chantilly, la saint-honorè, le crostate di frutta, con la marmellata, le torte di mele ed allo yogurt, tutto con ingredienti sani, pure le uova che i miei hanno le galline ed i conigli in una piccola legnaia, oddio noi la chiamiamo legnaia, gli altri credo la chiamino baracca o favela se sanno cos’è, perché è tutta una lamiera, eternit e assi di legno fatte apposta perché una scheggia ti capiti tra l’unghia e la carne che forse è una delle cose più fastidiose che si possano provare. Proprio per questi ingredienti sani e genuini io non ho assaggiato le merendine finché non ho potuto comprarmele da solo, idem con patate per le (appunto) patatine fritte e tutte le porcherie che da piccolo vorresti fossero l’unico cibo sulla terra (sarà quella scarica di zuccheri che t’imbambola ed è anche il primo passo verso una seria tossicodipendenza) e che magari questo cibo si trasformasse in un guerriero, che so, il guerriero delle patatine fritte in olio di sansa (abusato e seviziato, lordo di fritture) che sconfigge il nemico più grosso: il minestrone. Sarei stato un bambino felice se mi avessero tolto dal piatto il minestrone che sentivo l’odore dalla scuola e guardavo i miei compagni e pensavo che erano fortunati loro che a casa li aspettavano i sofficini o i bastoncini di pesce. Ecco neanche i bastoncini. Perchè a casa mio padre cucina, mia madre fa i dolci e mio padre odia le cose pronte, faceva il cuoco in una mensa per ufficiali e allora prende il merluzzo e lo sfiletta, prepara una ciotola con uova e grattuggia il pane e li fa lui i bastoncini che quand’ero piccolo sapevo che non erano quelli veri perchè non avevano il sapore di quelli che avevo mangiato in colonia, non avevano le farine di pesce e i conservanti e la panatura non era fatta di resti di pane o di altre robe che da piccolo ti fanno uscire fuori di testa.

Così i miei compagni mi prendevano in giro però ai baratti ci stavano eccome, i bastardi. Così mi mangiavo il loro panino al salame e gli davo la torta. Che neanche il salame mangaiavo, perché avevamo la coscia di prosciutto appesa in solaio e quello era l’unico affettato che conoscevi e così quando vidi il salame ungherese la prima volta a casa di un compagno pensai che era bellissimo, che era rosa, che era proprio come doveva essere: grasso e punteggiato di carne, saporito e profumato. Ed una volta barattai lo strudel fatto con le mele del giardino ed i pinoli presi al mare, con un tegolino e mi sentii in colpa perchè i tegolini sembravano fatti di una gomma leggera leggera come una piuma ed ogni volta che dico cuscino dentro di me appare un cartello in cui c’è scritto tegolino. Ecco le merendine non erano il massimo anche se il primo anno di università preso da un impeto di ribellione verso i miei mi feci fuori una scatola di saccottini alla marmellata che può sembrare una scorpacciata ma se li schiacci a tre a tre manco ti accorgi che te li sei mangiati tutti. Il massimo era l’oro cioc, quel biscotto oro saiwa ricoperto da uno strato di cioccolato che però aveva anche un vago sentore anche di caramello, che i miei cugini milanesi d’estate mettevano nel frigo e che noi (io ed i miei fratelli) gli fottevamo appena voltavano le spalle. Quello era il nostro apice della goduria, rubare e mangiare e far finta di nulla finché forse qualche zia lo scoprì, non mi ricordo bene, ma non so come, gli oro cioc improvvisamente finirono e mangiavamo i ciambelloni di mamma.

Adesso cucino io e compro da solo e la spesa è uguale ed identica a quella dei miei.

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