Il cappotto, ricami rosati su sfondo nero, s’incagliò tra il carrello e l’anta d’acciaio dell’ingresso. Ad ogni cliente, dalla porta scorrevole, le spruzzate di pioggia andavano, in breve parabola, a sbattere sulla moquette. La mano sinistra sollevò il lembo dalla fessura infida, in asse col cardine. Si accorse che la mano, rossa dal freddo, sembrava un oggetto estraneo, muto e nudo.
Le conseguenze dell’alcool. Istintivamente passò la mano destra tra i capelli, stringendone una ciocca, più bionda delle altre, tra il pollice e il medio; l’indice, puntato in alto, indicava un’offerta strepitosa, comode rate, basso tasso d’interesse.
Strattonò la stoffa, innervosita, incurante del danno arrecato alla farfalla rosa, ricamata in Sud Corea dalla paziente Wu, mamma saggia e donna coraggiosa.
La farfalla perdette l’intera ala e buona parte della grazia, sospesa sbilenca e mutila, sul fiore accanto.
Lia si guardò attorno. Rigirò tra le dita la moneta con l’effige dell’uomo universale, la soppesò con la punta dell’indice infilandola nella fenditura e staccò pesantemente il carrello dal treno dei fratelli. Il clangore improvviso suo malgrado, la fece sobbalzare. Lo sguardo riandò alla fascetta di pelle più chiara alla base dell’anulare.
L’eroe non c’era.
Ad Ani cosa piace? La mozzarella col pomodoro. Tramestio nelle corsie, scalpiccio di tacchi come topolini che si disperdono in una cantina. Corriamo verso l’offerta, pensò. Ad Ani piace… Piace la frutta. In questi giorni ne mangia meno, stropiccia la buccia tagliata fra le dita. Gridolini gaudenti, click di macchine fotografiche. Lampi istantanei, bagliori bianchissimi. Ani non sa com’è che papà lo vede così spesso in tv e mai in casa. Lia ha cambiato numero due volte. Di due operatori diversi. Ha comprato un cellulare diverso annesso a un software, di ultima generazione, che rivela il numero dei privati. Almeno i primi cinque numeri.
Una bella ragazza, dritta sui tacchi altissimi, guarda la folla nascosta dal pilastro delle bilance ed arrossisce.
Lia si sposta nel reparto panificio. Due triangoli per un fine settimana sono bastati. Il carrello non si riempie. L’eco di risatine rauche, femminili, si frange contro il pane.
Lia sente il suo profumo. Come un animale solleva la testa ed annusa. L’eroe è qui. Coincidenze disgraziate. Il cappotto ha ancora odore di birra. Bere le dà un privilegio che suo marito non ha: soffrire e dimenticare.
Corre verso il lato opposto al profumo. Detersivi Spic e Span, Mastrolindo, Nelsen, Vim, Lysoform. Sembra s’imponga una scelta anche se non le servono. Fare la spesa non è mai stato così noioso. Lia odia il fucsia, il rosso, il verde esasperante dei prodotti. Dovrebbero colorarli di beige e verde acqua, tenui colori per distendere. Dovrebbero darci delle bottiglie da riempire. Tutta questa plastica inutile, fastidiosa, sporca. Non serve. Passi nei corridoi, costruiti da commessi sottopagati, muri di due metri fatti di prodotti. Un po’ come in certe case diroccate. Cosa effettivamente serve Lia la sa bene. Abitare in un campo profughi ti dà una mano ad imparare come fare una decente lista della spesa. Prima che l’eroe fosse eroe e la sposasse. Prima di Ani, quando si veniva al supermarket per fare i sondaggi, per capire, e per riderne. Lia si allontana diametralmente, lentamente dai passi. Non si sa mai, dice a bassa voce. Tira il carrello con tutt’e due le mani. Le piaceva ridere con l’eroe. Aveva due fossette -che adesso le donne trovano così sexy- ai lati della bocca che diventavano due buchi ad ogni risata. I capelli dal taglio morbido, giovanile di sinistra, lunghi per vezzo, lucidi. Le mani sempre agitate, per sottolineare anche le parole più banali. Ora tutto questo è sotto i suoi occhi dalle 21.00 alle 21.30, in una striscia quotidiana che si chiama “occhi sul mondo”. Lia ha calcolato che in mezz’ora fa fuori una birra ad alta gradazione. Ani dice che papà in tv sembra uno stupido. Sempre più spesso le chiede se può vedere dov’è nata la mamma.
Ma lo stato nella cartina non c’è. Esistono le persone che ne facevano parte. Ma di quelle neanche “occhi sul mondo” vuole parlarne. Ad Ani piace… il bagnoschiuma alla vaniglia. Ani ama i profumi dolci.
I passi si avvicinano. Portano il suo profumo.
Nel reparto alcolici c’è un’offerta per la birra. Una scatola. Due pacchi di patatine e la commessa non la guarderà storto. Una festa. Tutto qui. Voci si avvicinano, ticchetti di tacchi. Chissà se la signora Wu fa la spesa in un supermercato ordinato e pulito come questo.
Quando scrisse il libro non c’era nessuno che ascoltasse. A nessuno interessavano i genitori di Lia. Terre lontane, morte, non vendibili, poco fuxia, insomma.
Abbiamo imbrogliato tutti. Ma non abbiamo guadagnato solo una separazione. Un anno per architettare tutto, avere la persona giusta, che sappia come farsi capire era già un passo, ne facemmo tanti. La causa dicevamo scherzando. Il piano era congegnato meglio di quanto sperassimo. Un eroe nazionale. Per cosa? Si ora che le commissioni studiano e i produttori lanciano e gli attori girano e i presentatori informano e i comici dubitano e i telegiornali… ora la causa ha fatto i suoi passi. Ma Lia ha perso.
L’eroe non vuole divorziare. Dice che non può.
Lia si ferma davanti ai superalcolici. Decisamente troppo.
Ad Ani piace… il succo vero d’arance. Oggi si accontenterà di quello tedesco, finto. C’è un brusio sommesso, tanti passi in uno sfondo immaginario, i suoi in primo piano, passi che sanno cosa vogliono. Non vuole tornare a casa. La loro. Vuole che faccia l’eroe solo. Non è finita, ma non continuerà. Lia solleva gli occhi sulla folla veloce. L’eroe è al centro dell’attenzione, serio. Le va incontro, veloce e sicuro. C’è Ani con lui.
La folla si disperde, lentamente.
Ani ha i capelli legati, il grembiule blu della scuola il braccio sollevato, la mano nella mano dell’eroe. Qualche fotografo, più spudorato, scatta ancora una foto. Ma i più restano indietro come per far passare un corteo.
L’eroe ha la giacca di tanti anni fa. Si avvicina, le gambe sicure, dritte, in traiettoria e velocità. Ani invece trema un po’. Guarda indietro, la folla colorata, curiosa e un po’ scocciata. Quando solleva lo sguardo, gli occhi le sorridono. L’eroe nazionale si ferma. Si volta. Aspetta che nel corridoio non ci sia più nessuno.
Restano soli, tre persone e centinaia di bottiglie che li guardano.
Andiamo a casa.
Chissà se la signora Wu ha un marito, cosa pensa mentre lavora, se ha figli e un marito. Chissà se la signora Wu si arrabbierebbe per il cappotto. Chissà se la signora Wu guarda i tg, se la notte dorme bene, se prega, se vuole una macchina diversa, se ha paura.

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