Viola esce per lavorare che la sera si mangia il marciapiede.
La pioggia batte sull’ombrello, un toctoc sottile come un flauto.
Nella borsa le chiavi di una casa vuota, i conti e un pettine rosa. La tavola resta apparecchiata per metà. Al ritorno Michele avrà mangiato e lavato i piatti. la tovaglietta resterà là ad aspettare. Sul ripiano Viola trova la caffettiera pronta, le fette di pane da tostare, il letto vuoto. Dopo colazione Michele telefona dal lavoro. Sembrano parole rubate se gli occhi non si cercano.
Viola davanti la finestra.
Una città piena. Una vita densa come miele. Dietro i vetri colano gocce di pioggia, poi scompaiono. Michele la sera si stende, gli occhi stanchi, abbracciando il cuscino. Siamo alla deriva, dice Viola. In un oceano in tempesta. L’imbroglio del tempo come una lunga linea retta. Non ne conosceva la sinuosità, la facilità con cui ora si divide. Le ore del lavoro, le ore da sola, le ore per comprare, le ore per dormire. Per parlare sembra che non sia mai tempo. A volte il sorriso di Michele suona falso come il pianto di un bambino sazio.
Viola scende le scale, cerca con lo sguardo le scarpe. Anche oggi piove. Smettesse per poco di piangere questo cielo straniero. Michele chiama. Sforzarsi di trovare una risata in fondo alla gola come da un roveto. Sono tagli e prurito. Quando arriva al lavoro il sollievo è che passerà una curva del tempo, senza il brusio di pensieri, veloce e sicura. Sarà facile e triste. Poi tornerà una maledetta mattina crespa, saranno ancora onde alte e in fondo una calma che sembra tristezza.
Michele dice parliamone. Ma come? Viola vorrebbe leggesse nei suoi occhi tutte le curve, le pazienti attese, le voci e la stanchezza, la patina grigia che appanna le mattine, vorrebbe che le parole non fossero armi a doppio taglio, da trasformare in accuse e lamenti o in speranza. Vorrebbe che qualcuno leggesse che tutto così com’è, non va.
Viola si sveglia. Un incubo, forse, un pensiero. Nell’aria una quiete dolce. Sembra sia vacanza. Michele è in piedi, davanti la finestra. Si volta piano, come fosse ancora addormentata. Le sorride, scostando la tenda.
– Neve!
La luce l’investe, mangiandole gli occhi, i capelli, le mani. Il bianco, pacifico bianco dei tetti, del cielo chiaro, il piovere leggero e giocoso, il silenzio soffice e opaco, la mano di Michele nella sua e una sensazione, forte come una quercia, salda, sicura.
Viola prepara una palla compattando la neve tra le mani, veloce. Michele si sta scrollando ancora il collo, ridendo. Viola ne lancia una ed un’altra e un’altra ancora mentre sente sotto i piedi l’asfalto, la terra ed il tempo le ha lasciato un pò di fiato per approdare.

Per C. perchè trovi la forza dentro le manine guantate (di bianco)
e perchè “buon tempo e malo tempo non dura tutto il tempo”

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