Da piccolo, alla domanda: “cosa vuoi fare da grande?” rispondevo, senza esitazioni, il fisico, lo scienziato. Dalle elementari avevo sviluppato un enorme interesse per la fisica nucleare, le onde, lo studio e il calcolo matematico; cercavo di leggerne i trattati e di informarmi, come un qualunque bambino prodigio. All’esame di quinta elementare che a quello di terza media portai la scissione nucleare come mio tema prinicipale. Mi iscrissi al liceo scientifico, ma al terzo anno incontrai il primo ostacolo del prematuro amore. Si chiamava C. e fu il mio professore di matematica e fisica per tre anni. Anni nei quali non imparai nulla da lui. Non capivo come parlava. Capivo il libro ma non lui. E lui non capiva me; In più non mi sopportava. Diceva: sei troppo filosofico per fare fisica. Pensi troppo per la matematica. Lo prendevo come un complimento. Sarei stato uno scienziato completo. In Italiano andavo benissimo. Mi era facile più per la parlantina che per l’effettivo interesse. Ma in fisica e matematica all’orale, avevo tre. Non capivo le domande, C. non ascoltava le risposte. Agli scritti avevo otto, ma C. pensava copiassi.
Così dopo la maturità scelsi la via più facile: lettere; con dispiacere di mia madre, credo, che nel mio pallino scientifico ci credeva. Ora faccio il lettore. Ora mi occupo di scritti, della loro bontà. Ogni tanto riprendo i quanti. Ma mi rendo conto che l’approccio scientifico mi è rimasto, in tutto.
Per questo le guardavo le bocce, signorina.
Non dal punto di vista umano.
Scientificamente lei ha due U235 soprendentemente stabili.

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