Nella via polverosa un cane randagio, tre vecchi davanti una casa, un pallone bucato vicino un prato.
La salita è segnata -una linea che sale in mezzo ad altre due- nella mappa. La linea finisce in una grossa X che copre parte delle case. Sale, forzando i muscoli delle cosce, come avesse i polpacci inerti. Al posto della X nella realtà, c’è una casa a due piani recintata da una cancellata arrugginita. Non è il caso di accendersi la sigaretta. Anche se ha finito qualcosa.
Sulla ghiaia un’automobile fuori produzione da decenni. Non c’è campanello. Butta lo zaino per terra, il sudore si è ghiacciato sulle tempie. Siede sullo zaino. Toglie la scarpa, il calzettone. La vescica è gonfia. Viola e rossa come un geranio.
Tuoni, lontano. Soffusi sussurri da un altro mondo. Sembra incredibile possa piovere qui. O far freddo. Sembra impossibile questo sia un luogo identico a qualsiasi altro.
Dava per scontato ci sarebbe stato il sole. Caldo. Tanta gente per strada. I campanelli ornati. Le strade asfaltate, il muro della casa ricoperto d’edera.
– Che gli dico?
Accende la sigaretta.
Un fruscio. Qui sicuramente pullula di bestie randagie.
Che gli dice?
– che ha detto?
Dietro la recinzione, c’è un uomo. Alto, curvo, vecchio.
– nulla. Parlavo da sola.
Fuma.
Pipa? Pipa. Sarà lui? Forse. Così alto? No, non così alto. L’età è quella, ma nessuna somiglianza, nessun tratto in comune. I tuoni si avvicinano.
Che gli dico… Le sembrava importante. Finché stava nella sua città. Un modo per fuggire subito, per cambiare. Ora che non ho più niente, tutto mi sembra importante.
Non è importante.
Quando conobbe Orfeo, Sarah teneva i capelli ancora lunghissimi e si truccava di nero. Sembrava che Orfeo non avesse mai visto piovere. Quanto se ne lamentava. Si sedeva imbronciato, un caffé, uno sbuffo, la brioche, una maledizione verso il cielo, il conto, un’imprecazione. Da quando entrava fino a quando si decideva, mestamente, ad uscire osservava il cielo. Sarah guardava incuriosita. Orfeo si stringeva in un cappotto come fosse Gennaio.
– quando inizierà l’inverno tornerà da dove è venuto.
Le ripeteva Raymond.
– comunque, tesoro, il tuo dovere è servire i clienti, non osservarli.
Raymond tornava in cucina. La testa sfiorava lo stipite della porta.
Orfeo era un regolare. A Gennaio soffrì il freddo come una bestia, ma invece di partire lui e Sarah decisero di andare a vivere insieme.
– Signorina, sta per piovere. Ha dove andare?
Che fare?
– No.
– se vuole può ripararsi qui.
Conosce quel tono. Orfeo ne imitava l’orribile tono, ordinare senza farlo, come un coltello puntato dietro una carezza. Gli occhi ora, le sono più familiari. Riconosce le palpebre semichiuse, le rughe sottili.
– grazie, no. Resto qui.
Per ribadire meglio si accoccola.
L’uomo apre il cancello. Aspetta.
Prime gocce grandi come sputi d’adulto.
Ma chi l’avrebbe detto. Piove anche qui. Si avvicina. Non c’è dubbio, è lui. Non vuole essere disobbedito. Prende lo zaino, l’aspetta.
Va bene così. Il tempo che spiova. Il tempo necessario per dirglielo.
Raymond non l’aveva presa bene. Quello fugge da qualcosa, ripeteva. Ma si sa com’è fatto Ray. Sospettoso e generoso come un orso.
– Stai attenta, quello là ha problemi grossi come uova di struzzo.
Strofinava le mani in uno straccio marrone, lurido. Sarah vedeva ripetere quel gesto ogni giorno. A che serve impiastricciare vecchio sporco col nuovo?
– tutti gli uomini sono fatti per abituarsi. E’ scienza. Quello ancora soffre il freddo. Ha la faccia che è tutta un livido.
Ed era vero. Ma oltre il freddo Orfeo soffriva in solitaria, scriveva, fumando pacchetti di sigarette. Parlava poco di casa, del sole. All’inizio le aveva anche mentito. Le aveva detto che veniva da Milano. Ma non sapeva dirle nulla di Milano.
Prima del matrimonio, due settimane prima della cerimonia le disse che in realtà un padre esisteva. Le labbra blu, rabbrividiva.
– Non voglio vederlo, tutto qua.
Sarah non volle sapere altro.
Si riscaldavano col solletico. Orfeo lo soffriva terribilmente. Ma non patì più il freddo per cinque anni. A volte diceva:
– l’anno in cui avevo freddo.
Ed era l’anno del matrimonio.

La pioggia cade pesante, sotto la veranda, Sarah si siede su uno scranno, il cane vagabondo fila via verso una casa. I vecchi corrono come ci fosse una tempesta. Sorride. Poco abituati. La pioggia è fitta. L’uomo si accende la pipa, la guarda.
– qualcosa da bere?
Il caffè è poco, in una tazzina stretta e grossa. Come nei bar. Forte e amaro. Sente di dover iniziare una conversazione ma non ce la fa. L’uomo la guarda senza battere ciglio. Lei fissa le sue mani. Sente l’odore della terra bagnata avvolgerla. L’uomo guarda la pioggia come fosse una benedizione.
Raymond le stava attorno continuamente.
– Orfeo non ha uno dei suoi periodi, tesoro. Sta male. Nostalgia diceva lei.
– No è qualcos’altro.
Si ritirava imbronciato in cucina. All’ospedale di Hampstead, Ray ed Orfeo intavolavano lunghissime chiaccherate. Le ultime vertevano sui padri. Ray sorrideva come un’idiota.
– Capisco. Lo so. Certo. Hai ragione.
Diceva Ray. Smaniava dalla voglia di fregare le mani in qualcosa, usava il cappotto; poi stringeva la mascella per il ribrezzo che gli dava il contatto delle unghie con la stoffa troppo grossa.

E’ solo. Lei è sola.
Lei sa le crudeltà, gli errori più grossolani, le parole dure e i vizi. Lo conosce. Immagina i rimpianti. Sa il vuoto che si è creato attorno. La rabbia che lo tiene vivo. Sa cosa è stato ed immagina che non sarà molto più di questo.
– non andare.
diceva Ray.
– c’è il sole laggiù. Il sole è sempre un buon motivo.
Ray non rideva però.
Stava sulla porta accanto alla mensola, la foto di Orfeo.
– devo andare.
Sarah aveva aspettato prima di decidere. In una mappa le mani di Orfeo avevano segnato la x, ed il tragitto.
Si erano scaldati insieme per così tanto tempo che sembrava non fosse più freddo.
Orfeo aveva scritto una poesia per il giorno del matrimonio:
“Passato, le scrivo da tempo,
se chiederle solo un favore
le reca difficoltà o imbarazzi
mi dica, ma rifaccia il letto
al mattino, riordini in casa,
faccia la spesa, abbassi la voce,
che l’ospite ingrato addolora
il presente s’offende,
il futuro m’ignora”.
Così, per non essere ignorati dal futuro avevano salutato il passato.
– ti farà male disse Ray
Sarah rise a quelle parole.
Orfeo è andato via poco tempo fa. Il vecchio si alza.
La fa entrare in casa, vicino il camino acceso. Due foto sulla mensola: lui giovanissimo soldato con una ragazza, lui ed un ragazzino con i ricci stretti. Sara resta in piedi davanti alla finestra. L’uomo si allontana veloce, torna con dei tronchi asciutti. Soffia sul fuoco.
Non crede debba sapere. Anche se le sembrava importante. Nella sua terra tutto le era chiaro. Aveva un senso andare, partire. Ora non ce l’ha. Spera che spiova. L’uomo la guarda:
– è morto?
Sara sussulta, le spalle si piegano lentamente.
Le labbra dell’uomo schioccano. Una smorfia piega il mento. Sara maledice il modo che abbiamo di attaccarci alle parole. Maledice i libri, i film, la tv e i giornali, maledice gli studi e la musica, maledice chi parte, chi resta, chi sa e chi preferisce non sapere, maledice Orfeo che è andato via, suo padre che non ha saputo tenerlo, e Ray, il suo straccio, la sua testa lanosa. In un mondo senza parole, soffriremo meno.
– ora si.
L’uomo fissa il fuoco.
Pioverà per un po’, dice Sarah.

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