Il fatto è che mi sentivo perso. Come si dice? Un peso sul cuore.
Non che ora vada meglio: ogni volta che passo, il mio sguardo si ferma languidamente sul pavimento e mi sembra che anche lui pianga quel vuoto. Sento la casa estranea, come una moneta straniera. Come quando non rivedi i cugini. Succede così coi parenti. Te li ricordi che si facevano soffiare il naso dalla mamma, li ritrovi che si bucano. Come, di già? Pensi. Ma in tutto questo tempo, io che ho fatto? Se la lista non supera le tre cose sprofondi nell’abisso dell’inutilità. Nell’ozio della tristezza. La perdita di significato non va per sottrazione. E’ un surplus come la sigillatura anticarie. E’ lo specchiarsi senza riconoscersi.
Ma l’ho fatto, preso da un raptus folle, dall’esigenza di liberarmi di zavorre inutili e stupidi attaccamenti. Ho venduto i mobili. Porcoggiuda. Tutti, a parte la cucina che non ha mai avuto un tavolo, e il mobiletto del bagno. Il tizio della rivendita mi guardava come se dopo aver caricato il camion si aspettasse il peggio in diretta (o sulla cronaca del giorno dopo). Mi ha invitato a casa sua, ha raccontato della moglie morta, mi ha detto che per quanto difficile poi passa, mi ha dato tempo. Ho una settimana per riaverli.
Il fatto è che mi sentivo perso. L’ingombro di cose, il peso di queste, il loro abitare, quella patina liscia e lucida, che chiamano possesso.
Tutto ha avuto inizio quando un mio amico mi ha chiesto dell’armadio.
– bellissimo… è vecchio?
– Minchia.
– quanto? (Ha detto toccandolo col palmo).
– Mah. Era di mio nonno. Ereditato, da mio nonno.
– Cazzo… (ci teniamo a mostrare il testosterone tra noi)
– Eh si.
– Seppellirà anche te?
Si è infilato una sigaretta in bocca sorridendo a metà, come una maschera. Quando la fiamma dell’accendino ha rischiarato la faccia, ho pensato che non avrei dimenticato quel momento. Lo schiocco della pietrina, il fruscio del gas acceso, l’odore del tabacco, le sue mani a conca, gli occhi semichiusi, la bocca storta, amara. Sono epifanie di un dio cattivo, queste.
– Probabilmente. Ho detto, ma non riuscivo a deglutire e la frase si è ingarbugliata sul velo pendulo. Appesa.
Ho pensato: un armadio vide mio nonno, ora vede me.
Ho pensato: legno, normalissimo legno, tarlato da far pietà.
Ho pensato: ma che cazzo. Lo brucio prima. Raggiunge il nonno.
Allora mi è sembrato d’essere circondato. Allora è iniziata la paranoia da film dell’orrore di serie Promozione. Tutte le mie cose, poche e scelte, non avevano un’utilità immediata, ma richiamavano all’uso. Non erano domestiche e familiari, erano oggetti che dovevano , che volevano essere usati. Quando il delirio è diventato scadente e la sensazione d’essere un burattino mi ha chiuso la gola, ho acchiappato l’elenco dal comò in ciliegio di mio nonno (cugino dell’armadio), scalciando il tappeto sardo che mi hanno regalato e non pulivo mai, tastando il sofà verde tre posti preso con il secondo stipendio alla ricerca del cellulare triband multifunzionale con lo schermo (fottuto sul campo) blu che ho preso a Londra, ho inspirato e fatto il numero.

Comunque la casa è parecchio strana adesso.

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