A Londra c’era un freddo boia. Da ghiacciare persino il pensiero del sole italiano. Sono tornato accompagnato dal mal di testa, bruciore agli occhi, dolori alle ossa, brividi e tremori. Durante l’atterraggio mi sembrava di scendere inesorabilmente negli abissi. Il tassista abusivo mi dice: “sa, anche mio cugino una volta si è beccato un’influenza simile. Vabbè poi si è scoperto che c’era dell’altro…”
Lo guardo e taccio. Ma lo sguardo basta.
E’ che quando sto male perdo il controllo.
Quando il corpo mi tradisce, fosse anche un bacio rubato, io dubito e soffro, rimugino e m’insospettisco, credo e non credo, temo e tremo.
Arrivo a casa, la buca vomita pubblicità, in fondo trovo una cartolina di quella nuova forma di usura che chiamano microprestito. Ci sono pure le testimonianze, qui. “Gianni aveva un brutto male. Si è potuto curare a Cleveland”. Accartoccio tutto.
In ufficio il capo mi fissa come fossi un lebbroso: “vai dal dottore” sputa “con le influenze non si scherza”. Sorrido, con un grosso sforzo. ” vai dal dottore” ripete ” hai degli spasmi vicino la bocca. A mio suocero dicevano che era stress, invece…” sospira. Mi ritiro camminando all’indietro. Non so se per deferenza o minaccia.
Un mio collega mi guarda uscire, fila via come un razzo.
La testa mi duole terribilmente. La segretaria del capo, una ragazza allegra e colorata come un luna park, mi si avvicina con passo felpato nelle ciabattine indiane. Mi porge un biglietto rosso: “fatti pulire l’aura, prima di tutto, o non capiranno mai cos’hai” ha la faccia triste come una luna invernale, i pendenti oscillano dai lobi come pendoli, ipnotici, tintinnanti, un sollievo. La testa mi si sta spaccando in due. “a mia madre non hanno diagnostico nulla con l’aura sporca”. Non riesco ad articolare parola.
In tram si è creato un vuoto attorno a me. Se cadessi nessuno mi presterebbe soccorso. Sembra anzi che le porte scattino più in fretta, come se l’intero mezzo non vedesse l’ora di sapermi fuori. Quando scendo vicino all’ambulatorio, una donna improvvisa una pericolosa ginkana per evitarmi. Il mio riflesso, nei vetri scuri di un Hammer di lusso grida MALATTIA, la mia testa implora pietà. Una ragazza sui diciotto anni si ferma “si sente male?” faccio cenno di no. “mi scusi allora” non mi ero accorto di essermi praticamente accasciato sull’auto. Entra nel macchinone velocissima, mi scrolla dal parafango con un’accellerata inutile.
Nell’ambulatorio ci sono una ventina di vecchi e due ragazzi. Qualcuno deve aver saltato la fila perchè parlano tra loro a voce alta. “Mio marito aveva un gran mal di testa. Se ce l’hai dal mattino e ma poi pian piano ti passa…” la vecchia si commuove. Evidentemente se ti passa durante la giornata non è un buon segno. “Mio marito invece aveva mal di testa leggeri. Curava per l’emicrania… ed invece… ce l’aveva dappertutto” Cosa? Mi chiedo. Il mal di testa? Tossisco, ed è la quiete. Sguardi di pietà. I due ragazzi ridevano, ora stanno zitti.
Una signora prende il respiro, si fa coraggio: “Quando arriva ti distrugge…” mi fissa “ma è in quel momento che impari cos’è vivere!” Cenni d’assenso per tutta la sala aspetto. Prendo un giornale. Mi immergo nella lettura. Pezzi di me scivolano dentro come ghiaccio che si scioglie. Sono il permafrost, minato dal riscaldamento globale. Sono la Groenlandia, diventerò erba in poco.
Alle vecchie si sostituiscono altre vecchie. I tremori, il mal di testa aumentano. La stufetta a gas brucia il poco ossigeno rimasto.
Serro le mascelle. Lo faccio spesso. Sono uno stressato, io.
“Mio marito digrignava i denti dal mal di testa” dice la vecchia che quandotiarrivatidistrugge.. Altri cenni d’assenso.
“Mio marito digrignava i denti anche per lo stress” dice un’altra. L’anticonformista cui vorrei strizzare l’occhio. Mi sforzo di rilassare spalle gomiti e mascelle, inutilmente.
“Mio marito digrignava i denti anche senza motivo” dice la più vecchia.
Ridono.
Il dottore mi manda a casa con una prescrizione confortante.
Paracetamolo e riposo, tanto riposo.

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