Bukur ha diciotto anni e li dimostra. Le notti di Febbraio sono le più rigide per lui, quelle in cui ti senti le spalle stringere sul collo, come bestie stanche. Nella cucina sono lui e il Muto e la moglie del Muto, una ragazza grossa dagli occhi azzurri e il sorriso sghembo. Il Muto raccoglie i piatti e li passa a Bukur. La divisa è verde pallido, il nome del ristorante è giallo, anche quello chiaro, come per non disturbare. Non si parla a lavoro. E quando non parli ti resta tanto tempo per pensare. Le notti di Febbraio passano lente, segnano gli anniversari ed i compleanni. Tre anni dalla partenza, due in nella cucina. Come se ci fosse un momento dell’anno, uno solo, giusto per Bukur. Bisogna approfittarne, allora, anche se c’è freddo, bisogna tenersi pronti a partire, a cambiare, a scappare. Non ci fai caso dopo un poco. Ti sembra che ogni giorno sia uguale all’altro. Ogni cosa può l’abitudine, dice la moglie del Muto. Così anche le notti di Febbraio passano, ma il freddo ti stringe alla stessa maniera di quando passavi il confine, testa sulle braccia, accovacciato in un rimorchio; ti spezza il respiro la voce di tuo padre che invecchia lontano, le nuove parole della nipotina mai vista, ti piega il sorriso, come fosse una morsa, questo aspettare che arrivi il prossimo Febbraio. Sorridi e il Muto ti guarda come fossi uno stupido. Il Muto è qui da più tempo, ma non ha passaporto, non ha permesso anche lui. Il Muto apre la bocca per imprecare, e tratta la moglie come uno straccio. Capisce Bukur che anche per loro Febbraio passerà senza nuove, che sarà la lunga attesa di una anno, una vile attesa del niente, del respiro libero che non arriva. Non c’è nulla che ti distragga dal pensiero del cambiamento, nulla che ti avvinga più di una promessa, di un canto lontano. Per questo si resiste un giorno dopo l’altro come formiche che riformano la fila, pedanti, tenacemente noiose. Una sera il Muto ha lanciato una padella contro Bukur. Quel giorno aveva una maglietta nuova, una di quelle che trovi nei mercati, Il nome del giocatore stampato dietro e le righe per il tessuto. Bukur appena arrivato l’ha ripiegata per mettersi la divisa. Ci ha messo mezz’ora a rifinire le pieghe, a scodellarla come una scatolina d’origami sul suo ripiano. Una maglietta di ragazzo, di un tifoso ha detto la moglie del Muto. Ed hanno riso, come se fosse facile, come se avessero dimenticato la cucina e la città fuori, fredda e straniera, lontana più della propria, i bus che trasportano altre bestie da soma, le compere inutili ed il tempo che passa, a scatti veloci e poi più lenti, come se non gli importasse di chi aspetta e dei piatti, del lavoro della mattina uguale ed identica in equilibrio come una piuma su una lama .
Bukur ha schivato la padella ma lo sporco rimasto, il cibo livido ha macchiato la maglia e in quel Febbraio, sulle spalle strette, all’altezza dello sterno, c’era la traccia visibile, indelebile, che un altro Febbraio era passato lontano da casa.

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