-Tipo techno berlinese.
Cioè? Vorrei chiedere, ma qui si suppone che io sappia a cosa si allude. Annuisco lentamente sorridendo. Sono un idiota.
– Ci sarà il Manga sound system.
Davvero? Dico senza convinzione. Spero che esista il Manga, che questa non sia un tranello. Morirei di vergogna.
– E CappaCappa, naturalmente.
Naturalmente. Ingordo CappaCappa, s’è pappato il clan. Annuisco ancora, guardo un punto in lontananza con espressione (che spero sia) assorta.
– Ti aspetto sotto casa tua?
Che devo dire? Ma no, sali? Si va bene? Se dico sali si capisce che m’interessa lei e alla serata HiTechPerformance ci va sola. Se non le dico sali sono un cretino. Sono la vittima della buona educazione. Accessorio inutile all’uomo moderno. Bestia, devo essere bestia. Se voglio trombare.
– Ok, scendo puntuale.
Ma che frase è? La ripeto in varie salse fino a casa, sottovoce. Sono l’Al Pacino dei coglioni.
Alle sette ho consumato uno scaldabagno, ho fumato tutte le sigarette e contemplo in accappatoio le mie cinque t-shirt(s) sul letto. Due implorano pietà. Vorrebbero andare in pensione da tre anni, ma non ho tesoretti. Una è sporca, peccato è quella da battaglia. Quella che ha le bordure sul collo che esaltano le spalle. Puzza pure. Le due che mi stanno morendo di consunzione sono quasi trasparenti. Le altre due sono: la maglietta disegnata dai Malleus con una vagina in primo piano e quella Zarfatelli très chic, con lo scollo a V. Ma si può comprare una maglietta con lo scollo a V? Color topo?
Urge una donna.
Chiamo la più affidabile, chi ti conosce non fa domande. Non subito.
– Cla rispondi senza chiedere: Malleus o Zarfatellitrèscic?
– Ovvio, Malleus.
– Ma non è che poi…
– Genere?
– Mah… sembrerebbe indie post-femminista.
– ahi…
– perchè?
– Abbottona la giacca allora… anzi, meglio Zarfatellitrèscic.
– ma ha lo scollo a V!
– …
Come dire, cazzi tuoi. Riattacco che sono le otto meno dieci. Mi metto Malleus e la vagina. Il campanello. Proprio mentre tenevo la boccetta di un profumo che mi regalarono alla cresima come fosse il cranio di Yorick.
Scendo con la giacca abbottonata. Lei è bellissima. Stivali, vestito e giacca della Caritas.
Borsa strapiena di libri. Un walkman, tenera. Pochi fronzoli. Mani macchiate d’inchiostro.
– Ero in biblioteca. Sai, la tesi…
Il massimo. L’adoro.
– Con la mia o con la tua?
Sorride. La lingua divien tremando muta e gli occhi non ardiscon di guardare. Andiamo con la sua. Lei va sentendosi laudare e l’anima mia sospira con o senza spiriti soavi. Mi spiega che ha parcheggiato lontano. Fresca rosa novella. Camminiamo in silenzio. MI struggo ed ardo. Ma per poco. Tre ragazzi ci aspettano davanti a una macchina. Una macchinona, per essere esatti. Tre ragazzi maschi, vestiti Zarfatellitrèscic dal collo in giù. Sembro il fratello povero di Huckleberry Finn. E va benissimo, ma insomma basta con questa superficialità da due soldi. Basta col razzismo verso i ricchi. Sono come noi. Basta con le etichette. Sia come sia, son qui per la mia bella Beatrice. E per CappaCappa.

Un automobile nell’istante in cui supera la velocità del suono forma due nuvolette coniche in coda e dietro l’abitacolo dovute al vapore acqueo, condensato istantaneamente dalla sovrapressione sul fronte dell’onda d’urto supersonica. Si aggiungano una nuvoletta esattamente in coda al fondoschiena e dietro la nuca.
Ci fanno un baffo gli F-35.
Comunque superato il mach 3 puoi scoprire che per quanto miserabile, ami questa vita.
Arriviamo che saranno le otto meno cinque. Per essere precisi c’è un altro me, in questo momento, che scende le scale. Non dovrebbe accettare appuntamenti con bellissime sconosciute, ma non posso avvertirlo.

C’è tantissima gente. C’è pure il signor Zarfatelli che fuma all’ingresso. Indossa la maglia color topo. Capisco ora a che serve lo scollo a V: a sottolineare l’attaccatura dei pettorali. Cretino che sono. La mia bella ( che mi ha caritatevolmente tenuto la mano durante uil tragitto) mi conduce verso la performance: CappaCappa è un tipetto basso in smoking che scatta foto ad un gruppo di persone imbrattate di (pare) sangue che si aggirano come ossessi con un secchio in testa per un’arena zeppa di (pare) cocci di bottiglia, saltando ed ululando. La musica è di tale Manga, un individuo sinistro, vestito da Mazinga che armeggia in un patrimonio di sintetizzatori (riconosco un moog prodigy, un nord lead 2, ms20, un moog55, polysix e altri di sicuro effetto scenografico) assecondando con movimenti rigidi la sua natura robotica. Mi sembra che faccia tutto il mac da tremila euro nascosto in angolo, ma non saprei dirvi meglio.

Non si balla si beve vino.
La mia bella è affascinata da CappaCappa e la massa di rimbambiti che sembra si vogliano staccare il secchio dalla testa. Ogni volta che qualcuno ci prova arriva CappaCappa e simulano una scossa elettrica. Poi foto e foto. Gli amici della mia bella fotografano con il cellulare. Io ho caldo, sono tutti senza giacca, ma io non avendo dato retta alla mia amica non posso toglierla e scoprire il mio adorato Malleus.
Finchè non arriva CappaCappa. Mi indica. Applaudono tutti. Fa cenno di entrare nell’arena. Rido, ma no grazie davvero. Beatrice sembra delusa. Vabbè. CappaCappa mi viene troppo vicino. Mi sembra di sostenere un esame. Se non avevo studiato bene un argomento mi chiedevano immancabilmente quello. CappaCappa si volta e in uno scatto cerca di levarmi la giacca. Per non finire al corpo e corpo oppongo una gentile resistenza. Insiste il tappino malato. Ma non cedo e mi dimeno. Qualcuno mi tiene per le braccia da dietro. Vedo dietro CappaCappa qualcuno dei pazzi che si leva il secchio e se la svigna. Qualcuno che si massaggia un livido blu. Imparo che l’arte è realtà. Mi tengono stretto. Non capisco se è uno scherzo o un incubo. Fatto sta che la giacca si sbottona scoprendo la mia adorata maglietta dei miei adoratissimi Malleus.

Mi riaccompagna a casa un amico di Bea (detta la Delusissima) a velocità inaudita. Arriviamo così velocemente che anticipo l’altro me che scende le scale emozionato e lo avverto in tempo. Il campanello suona e risuona.
– è andata via.
Dice l’altro me.
Ci facciamo una birra.

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