mannaggia a me e alla curiosità… Dunque: al principio era il verbo.
Certamente. Come sempre (letteralmente).
Il verbo era: andare. Poi venne il complemento. Moto a luogo: a teatro. Soggetto: io.
E sono andato. Laboratorio teatrale. Mia prima lezione. Trascinato dalla smania (fregavo le mani come un procione) di liberarmi del torpore quotidiano, rileggevo il volantino, controllavo l’ora, non vedevo l’ora di arrivare. Eccomi sono qui, si arrivo. Mario. Si, Mario Rossi. Mi guardo attorno. Donne a volontà, una biondona da ululati, maschietti dalle mani pendule, maschi normalmente imbarazzati, donne virili, e poi lui.
Lui. L’aura che lo circondava, il coro angelico che ha soffiato l’alleluia, la voce ferma e impostata mi hanno spinto con la mano protesa verso il Maestro. Colui che ci guiderà verso l’esito scenico, attraverso la giungla del laboratorio dilettanti di provincia verso la luce del palco di un oratorio. Lui. L’Eletto.
L’Eletto sa di essere il Colui ma fa il modesto. Rifiuta il baciamano, sprizza fuoco dagli occhi, parla senza muovere la labbra. Ah no, non è lui. E’ la sua voce registrata. Fa scena quel vocione scuro. Colui stoppa.
Ok si inizia. Il laboratorio è iniziato in realtà la settimana scorsa. Presentazioni con gli altri adepti rimandate alla ricreazione. Guardo i miei compagni/e, sorrido. Magico, magico mondo degli attori.
Iniziamo col respirare. Respiriamo e respiriamo. Inspiriamo ed espiriamo. Colui ci parla del pneuma, no, del pruma (ma che cazz..) del prana si del prana (ma è yoga, questo è yoga?), prende il prana, lo impasta, ne fa ciò che vuole del prana, il prana è come il pane, ce l’hai e lo usi e lo usi, ma meglio ogni giorno che poi diventa vecchio e … ma ecco, si il prana è tipo quando Dio ci ha sputato in faccia che eravamo ancora fango. Tipo. Insomma quasi. Poi abbiamo preso vita. Un pò schifati, ma ci siamo. Ecco il prana è quello. Saliva di Dio. Che mica sarà come la nostra. Meglio.
Comunque. Stavamo a pranare come aerei, quando Colui ci indica come fingere di avere una palla di energia tra le mani. Il mimo, ho pensato. Ecco, ci insegna il mimo. io invece della palla volevo fare il muro. Non avevo capito. Niente mimo, la palla era fatta indovinate di cosa? Ma di prana.
Cominciavo ad averle piene di prana, quando guardandomi intorno ho visto occhi spaesati, visi rossi e mani nel vuoto. L’iperventilazione. Colui ci ha raccolto.
Colui ci ha spiegato la differenza tra macchiette, imitazioni e recitazione.
Ha fatto un vecchio: curvo, bocca storta rattrappito, voce rauca e tremolante, si trascinava penosamente in mezzo a noi. Stavo per applaudire.
No! Mi si posa una mano pendula sulle mie. Quella era l’imitazione, dice il vicino.
Cazzo.
Poi ha recitato un vecchio, di una tragedia. Bocca storta, curvo, testa china, ma con un vocione che sembrava volesse buttar giù il tetto. E che vecchio è? Pieno di energie, avrei detto.
Avete visto la differenza? ha chiesto dopo. L’abbiamo guardato terrorizzati. Facevamo cenno di si con la testa. Il mio vicino pendulo mi ha guardato mortificato.
Colui ci ha fatto vedere le prese. Colui crede nella leggerezza, nell’equilibrio tra corpo e mente. Il peso non conta. Conta il volere, il librarsi con forza, ma sempre ripete, con equilibrio. Colui piega le ginocchia. Noi dobbiamo salire sulle sue cosce d’un balzo tenendoci alle sue spalle.
– e’ un attimo! Grida.
Ma l’orrore della caduta serpeggia tra noi. All’improvviso sono tornato all’ora di educazione fisica di tanti anni fa. Odiavo l’educazione fisica, Ero quel che si dice un pappamolla-mollaccione, ovvero grassottello e pauroso. Odiavo i miei compagni ed odiavo il professore, uno che se non saltavi la cavallina eri un hippie, uno stramaledetto pacifista figlio dei fiori. Sembrava un reduce del vietnam.
Colui ci spinge a salire come nelle torri umane a Barcellona, gli uni sugli altri. Ma quando una pappamolla mollacciona gli stira il quadricipite fino a terra, non urla, ma da attore consumato, resiste, sorride, interrompe le acrobazie, e mentre una lacrima riga la guancia sudata ci fa camminare in ordine sparso, senza meta.
Non dobbiamo verbalizzare dice.
Zitti come pecore. Dobbiamo sentire il respiro. Per sopportare il silenzio imbarazzato soffiamo tutti. Nuvolette di polvere e sporcizia si alzano. Attorno a noi un ciclone. Colui ci guarda massaggiandosi la coscia. Camminiamo e respiriamo.
Prima di diventare blu Colui ci ordina di fermarci l’un l’altro per stabilire per un attimo una connessione con un’altra persona. Ma non verbalizzare!
Camminiamo e respiriamo. Mi tocca Colui. Cazzo mi prende un colpo. Pensavo fosse ancora a bordo campo. Mi guarda serissimo al fine di stabilire una connessione, cerco di sostenere lo sguardo, ma sarà la timidezza, sarà quella mano sulla spalla, alla fine tronco la connessione sul nascere. mi scrollo infastidito la manaccia di dosso.
Colui però è contento.
– Fermate gli altri per un attimo.
Come condor tutti cercano di fermare la biondona. Una fila, per fermarla, stabilire una qualsivoglia connessione.
Colui ha capito che non funziona. Ci divide in gruppi. Poi in gruppi più piccoli. Poi rimangono lui e la biondona a mimare un rapporto di negazione e attrazione. Mimano bene. Poi s’inseriscono altre due persone, una ragazza carina e un ragazzo basso, chiamati da Colui. E là si incasina tutto. Perchè la ragazza carina mima furiosamente un rapporto di negazione con il bassotto che a sua volta cerca un rapporto di attrazione con la biondona che abbandonata da Colui per il bassotto girovaga con aria imbambolata; mentre bassotto la rincorre schivando gli occhi e le traettorie di colui, carina si stufa, biondona ormai è ferma e la lezione finisce così.
Magico, magico mondo del teatro.

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