Ufficio open-space piastrelle in marmo bianco, fontanella zen, pareti e mobilia chiari, sedie girevoli con poggiatesta stile barbiere. Mi chiedo, guardandomi le unghie sporche, se abbiano lo stantuffo che solleva il sedile. Nessuna traccia di manovella, mi strappo con i denti la pelle rossa vicino le unghie. Gli impiegati arrivano alle scrivanie silenziosi e leggeri come ballerine, vestiti pastello, ovvio.
Una luminosa mattina di primavera mi sorride, nessuno si cura di liberarmi dall’imbarazzo dell’anticamera. Odio stare a guardare la gente che lavora. La situazione è imbarazzante il doppio se pensate che devo incontrare il titolare di questa azienda per comunicargli, con tutto il tatto e le lusinghe del caso, che i suoi racconti non solo non c’interessano, ma fanno cagare.
Finalmente arriva qualcuno. Sembra si diriga verso me. All’ultimo svolta a sinistra veloce come un furetto, mi risiedo. Ripasso mentalmente il discorso che ho preparato. Ci ho messo una notte a trovare le parole. Nel mentre travasavo un bonsai. Ecco perchè ho le unghie luride: terriccio fino come farina.
Dopo due lunghe ore d’attesa arriva lui, il titolare, il signor F., come Fanatico. Un’aura di luce l’avvolge, resto in piedi a guardarlo. Ci resto malissimo. Questo non è un semplice uomo, è l’Uomo. Come diceva Rosa per Jeli? Il Primo Uomo del mondo. In foto era tutta un’altra storia. Avresti detto contadinotto. Avresti detto buzzurro. Avresti detto provinciale arricchito, imprenditore maneggione alla buona, avresti detto zizzania travestita da rucola.
L’Uomo che mi stringe la mano (dalle unghie luride) è uno dei magrolini che picchiavano da piccolo che i genitori decisero di mandare a fare thai-box nella giungla. Il signor F. è molto alto, molto grosso, molto deciso. Emana forza e vago profumo di terra bagnata. Fisicamente è molto simile alla Cosa. Se non fosse per gli occhi. Due feritoie umide, unica traccia rimasta del magrolino. Si scusa, mi ringrazia, mi offre un (aspettavo il the verde) caffè nella sua stanza, la chiama così. Arriviamo in una serra umida. Ci sediamo su un sofà ortopedico, duro come legno. Mi chiede di me e vorrei fuggire. L’Uomo è interessato, gli occhi brillano, le mani (pulitissime, senza manicure, boia chi molla) accarezzano il lino dei pantaloni. Nascondo le unghie e scarrello il mio breve curriculum. L’Uomo mi guarda fisso negli occhi. Non sposta le pupille da una palla all’altra, li becca tutt’e due nel centro. Astigmatico, penso. Sinceramente affascinato dalla mia pochezza mi chiede del libro. Mi schiarisco la voce, ma… sapete quando si beve il caffè? Che la saliva si fa colla? Ecco, non so come ma la colla mi è andata di traverso. L’Uomo ha portato solerte un bicchiere (di vetro) d’acqua e ha detto: cambiamo argomento. L’ha capito, eccome. L’hanno detto gli occhi, annebbiandosi un poco, sfiorando gli oggetti senza trattenerne immagini. Un sorriso debole e amaro ha disteso il viso:
– come mai ha le unghie sporche?
Sportivo, ho pensato.
Ha trattenuto il respiro e mentre bevevo ancora dell’acqua si è guardato attorno, come se non riconoscesse la stanza. Poi ha guardato le sue mani, dolcemente, stringendo lentamente le dita fino al pugno. Mi picchia, mi son detto, il magrolino si vendica adesso per tutti i torti subiti.
– Ieri notte ho travasato un bonsai.
Non so che effetto abbia la parola bonsai per la psiche umana. Chissà che stato neuronale avviene. Magari abbiamo tutti un immagine a disposizione, una foto che evoca il Giappone. Che ne so, magari il cervello alla parola bonsai rilascia una bella scarica di endorfine. Insomma se avessi detto “ieri notte ho caricato un bazooka” l’effetto sarebbe stato sicuramente diverso.
– Ah.
Siamo rimasti in silenzio per due minuti. Sentivo di non poter andar via così. Ho aspettato mentre potevo sentire la frustrazione che lo teneva testa bassa, la delusione pesante, concreta, che appesantiva la bocca, che premeva sulle spalle. Ha sospirato.
Ho iniziato il mio discorso ma l’Uomo mi ha interrotto.
– Continuerò a fare quel che so fare.
Ma la voce non sapeva di decisione, sembrava una constatazione, come se “che mattina luminosa” e “non sono capace a scrivere” fossero frasi intercambiabili. Gli ho stretto la mano e ho guardato in fondo alle fessurine. Il bambino magrolino c’era ancora, nascosto amalapena da un velo di accettazione. Il bambino ha sorriso ed io sono tornato a casa a mangiare crescione, quello grasso, buono e amarissimo, che cresce nelle gore vicino casa mia.

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