Forse è sconsiderato guidare col telefonino in mano.
Non riesco a chiamarlo cellulare. La parola evoca subito in me immagini confuse, di sommosse, lanci di lacrimogeni, manganelli ed estintori. Come avesse vita propria, una parola.
Fuori città ho finalmente cominciato a respirare. Ho aperto i finestrini, ho lasciato che gli sbuffi gonfiassero la macchina, ho sentito l’aria sbattere sulla faccia, frustate che sembrava avesse vita propria, il vento.
Lungo la strada che sembrava svolgersi davanti, un rullo, un rotolo; ho cambiato le marce, scalavo fino alla seconda, contavo fino a tre, accelleravo e salivo fino alla quinta. Mi dicevo: velocità da crociera. Riscalavo e risalivo. La macchina ha sopportato, mi sembrava di udirne il borbottio paziente, come fosse amica, come fosse un animale, come avesse vita propria, la macchina.
Non c’era traffico fuori città. Poche macchine. Se escludi dallo sguardo un traliccio dell’alta tensione sembra che sulla terra ci sei solo tu. Eppure i tralicci ci sono, grossi scheletri dei Mazinga che abitavano la terra.
Sospiro, quando penso a Mazinga Zeta. A volte arrivo a pensarci partendo dai pensieri più disparati.
Ha sapore di rimpianto Mazinga. Di una vecchia casa, in un paese piccolo.
La casa aveva un cortile che sembrava immenso. Si affacciava al cortilone una finestra piccola, con la grata. Parlavo con qualcuno che non ricordo più. Ci parlavamo un pò sottovoce, ma non ricordo di cosa. Mi piaceva, era come un mistero. Una finestra piccola, le sbarre arrugginite, la zanzariera annerita.
Sembrava fosse la finestra a parlare, come una bocca sempre aperta, discreta, come se avesse una vita propria, la finestra.
E salivo tre scale per andare in cucina, mi piantavo davanti il televisore e guardavo la tv. Erano i tempi in cui pensavo di essere fortunatissimo. Ogni volta che andavamo in città beccavamo una festa. Poi me lo spiegarono. La città è sempre cosi, Mario. Ci sono sempre tutte quelle lucette. Peccato, pensavo.
Pensavo: ma allora non sono fortunatissimo.
Le luci, gialle, rosse, blu, bianche, intermittenti ed amiccanti, luci enormi e piccole, ficcate dappertutto, cariche, frastagliate, luci in guerra con la notte, luci accese e piene, impresse, scolpite, mobili, luci sorridenti e vivide, luci vive, come se avessero una vita propria, le luci.
Ecco non erano per la festa. Non c’era festa. C’erano solo le luci. Sempre.
Se escludi dal campo visivo gli scheletri Mazinga, la campagna è bella.
Se tieni le palpebre socchiuse si vedono come dei pallini, come luci fuori fuoco.
Guidavo, tranquillo. Ho lasciato il grande rotolo, mi buttavo nelle stradine, ore che guidavo. Il vento ghiacciava l’abitacolo, avevo le mani sul volante intirizzite.
Un silenzio caldo, però.
Come se non avessi altro da fare che guidare.
Poi di un botto, ho frenato.
La macchina ha brontolato, i tralicci ridevano, il vento è cessato.
Ho fatto inversione, una di quelle pericolose.
Ho preso il telefonino e ho cercato nella rubrica.
Avrei voluto parlare, sentire qualcuno.
Che non sono più abituato a vedere le cose.
Che mi sembrano tutte vive, le cose.
Il viaggio di ritorno l’ho fatto col telefonino, pendendo dalle labbra della signorina del gestore telefonico.
Se vuoi cambiare digita uno,
se vuoi tornare indietro diigita cancelletto,
se vuoi andare avanti digita tre,
se vuoi chiudere riaggancia semplicemente…
ma non mi sembrava mica viva quella voce lì.
Fino a casa, il braccio dolorante ad ascoltare la signorina dare i numeri.
Lo so, è sconsiderato guidare col telefonino.

Visita
di G.L.M.S.
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Dì che non ti ricordi.
Eppure ti ho vista.
No, ma ti sbagli
non mi conosci.
Eppure giurerei.
Ecco non giurare
non fare il sacrilego.
Ma si ci conosciamo.
Si vede tanta gente.
Ma io non dimentico
Eppure dovresti.
Eppure non posso,
non è che lo scegli.
Scegliamo tutti.
Anche tu hai scelto?
No, io non c’ero quando
mi misero al mondo.
Forse ho capito,
ti ho vista raccogliere
cocci, mentire, rubare,
scender le scale.
Ma bravo, guardi
ho finito, si bravo
son io, che memoria,
mi ha riconosciuto
è vero ci siamo già visti
ma rimandai per
dare fiducia, per
quel pò di coerenza
professionale
per pietà di formiche
per amor di ragione
per vedervi arrancare in
sesso, fatica, sudore
e quel pò di genio
che mi faceva sperare.

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