Mi sentirò sempre al sicuro finchè esisterà qualcuno che me lo fa credere.
Sono sull’aereo per Heathrow, Londra. Il cielo è plumbeo, l’aria densa, elettrica, in lontananza gli abbagli di un temporale. Non sono ancora le sei, come un capo da bestiame mi indirizzano verso l’accettazione, mi dirottano su una carretta che mi porta sull’arca. Stiamo tutti zitti, insonnoliti e pronti al macello. Prendere l’aereo è come sospendere il giudizio. Una pausa incosciente. Per questo non abbiamo le ali.
Mi siedo nei primi posti, stendo le gambe, cerco le cinture.
Non ci sono.
Strappate. Divelte. Inesistenti.
Mi alzo appena, i miei vicini si sistemano, ripongono cappotti e borse, aspetto che il corridoio sia sgombro, che il mio vicino si sieda, aspetto. E’ un ragazzone brizzolato il mio vicino. Gli occhi sottili, ridenti, eppure fermi, le mani da rugbista, l’abbigliamento casual. Emana sicurezza. Odore di santità, quel bouquet fiorito dell’ultima eau de toilette Armani. Gli sorrido, lui ricambia. Ha la fede al dito. L’aria di chi sa ciò che fa, anche alle sei del mattino. Comprerei un’auto usata da lui.
– c’è qualche problema?
sorride lentamente, comprensivo, appaiono attorno agli occhi ragnatele di rughe sottilissime. Ha porto il palmo.
Se fosse un promotore finanziario gli darei i miei risparmi.
– eccome. Non ci sono le cinture.
Inclina la testa da un lato ridacchiando amichevolmente. Le spalle sobbalzano ritmicamente mentre le dita incuneano il naso raccogliendo dell’umido laddove, in me si annida cispa durissima. Non ride di me, strano. Ride e basta. Tipo, hai visto i casi della vita? (Il commissario Santamaria, ecco chi ho di fronte)
Questi sono pazzi. Viaggiare senza cinture. Che di preciso non so a cosa servono. Cordame di pessima qualità, sicuramente. Utilità pratica? Non so. Insomma, diciamoci la verità: sono subaddominali. Il che vuol dire che se fossi obeso mi terrebbero stretto. Invece ci scivolo da sotto a sopra, da sopra a sotto. Non è che poi abbia mai sperimentato in prima persona, ma che diamine se l’avessi fatto forse non potrei raccontarlo. Mi agito. Io non lo so a cosa servono le cinture in un aereo, ma credo che se hanno deciso di metterle un motivo ci sarà. Per bellezza non credo. Sono orribili, ruvide (una mia amica ci si limava le unghie), senza bordi definiti, sfilacciate. Mi agito. Il sedile sembra dia su un abisso. Non mi sento difeso, ma staccato, galleggio come un palloncino. E dire che non abbiamo neanche decollato.
– vuol sedersi al posto mio?
Gentile proprio il signor Sorriso.
– no, ma scherza?
– ma si, ma si sieda. Siamo in economy.
Ha ragione si, ma non è il caso. Mi guarda, tenacemente, negli occhi.
Gli affiderei mia madre.
– ma non risolviamo nulla.
Traballa ancora, ridacchiando gentilmente. Le punte delle dita raccolgono due lacrime, le asciuga in un fazzoletto bianco, di cotone. Agita la mano, come per scusarsi, si alza ed aspetta che passi dietro di lui.
Passo.
Siamo seduti tutt’e due.
Si volta coprendo la bocca col dorso della mano:
– sistemeranno tutto.
Sorride ancora.
Io la gente che sorride troppo di solito la odio.
Questo no.
D’un tratto mi sveglio. I contorni sono chiari, metto a fuoco, il sonno è scomparso.
Mi sento un vigliacco, rivoglio il posto indietro. Quel posto era il mio. Se esiste un Dio e mi ha voluto mettere alla prova che faccio? Non posso passare una vita a delegare. Non è dignitoso, non mi va bene. Lo vedo galleggiare, sorride, mi saluta…
Se poi capita la tragedia?
Già li vedo i titoli:
scambia il posto e muore.
Lascia sei figli, una moglie e la onlus di cui era direttore.
Si recava a Londra per raccogliere fondi.
Peggio: lascia sei figli e la moglie malata.
Si recava a Londra per una nuova cura.
Peggio de peggio: aveva trovato la cura alla malattia della moglie, andava a…
– Sa di che son fatte le cinture di sicurezza?
No che non lo so.
Mica mi devo chiedere tutto.
Mi guarda. Estrae una sigaretta da un pacchetto, strappa il cilindro di tabacco, lo butta nel pacchetto.
– son fatte…
Toglie la carta ocra punteggiata.
– …di questo.
Tiene tra le dita il filtro, morbido e bianco.
Sembriamo il bambino ed il prestigiatore.
– Oddio è più complicato di così, ma insomma, siamo lì. Tessuti tecnici. Fibre sintetiche: Nylon, rayon, poliestere, poliammidiche, poliolefiniche. Filate e tessute. Laminate o intrecciate. Flame retarder ovviamente.
ah, penso.
Siamo tutti seduti, brusio nervoso, i lampi che si avvicinano; il signor Sorriso chiama l’hostess, un cenno, lei arriva.
Confabulano.
Mi sento in colpa. E anche se me ne vergogno, allo stesso tempo sollevato.
Signor Sorriso è calmo, quieto. La voce bassa si altalena al cinguettio della donna, come cantassero. Non un movimento brusco, nè un lamento. Pacatamente civili.
Il massimo.
L’hostess va via, chiama qualcuno col telefono dell’aereo.
Signor Sorriso le strizza l’occhio, lei ricambia scherzosamente.
– Vedrà aggiusteranno tutto.
Arriva un tecnico.
Il tecnico è tale perchè indossa la tuta, blu. La tuta con la tasca davanti e le bretelle. Ha la chiave inglese. Armeggia sul sedile, ripara il riparabile. Sotto la superfice esiste un mondo a me sconosciuto. Di polirobe.
Il tecnico mi guarda assonnato, stordito dai sorrisi, dai mi scusi. Solidarizzo con lui, quello, penso, quello è un uomo come me, un cambia-posto.
Tende la mano al signor Sorriso, lo guarda perplesso, augura buon viaggio, scende giù.
Siamo seduti.
Il filtrino è finito sulla moquette.
“Per due cambia-posto” dice il filtrino “c’è un uomo”.
Schiaccio i tessuti candidi sotto la scarpa.

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