Io che non vivo più di un’ora senza te cantavano alla radio. Mia sorella, ramazza in mano, contemplava l’infinito e i piatti sporchi unendosi alle lamentele, io sognavo Woostock. Pino Donaggio andava ancora. Avrei dovuto capire da lì che l’italia non sarebbe cambiata. Dopo tre anni, forse quattro, lo mandavano come fosse uscito il giorno prima. Mia sorella era alta, una bella ragazza dalle mani robuste, gli occhi verdi, i capelli grossi come crine e un sorriso franco che ti si stringeva la faccia. Sembrava che le pupille indagassero continuamente. Mobile solo quanto può esserlo una donna, era la mia corazza contro la ragione. Non volevo diventare adulto e lei mi aiutò infinitamente. Che poi sposò un coglione è un’altra storia. Cantava stringendo la scopa a sè come un cavaliere riottoso, ballava mentre nostra madre di fuori puliva il pulito per renderlo splendente. Mio padre era in campagna. Io avevo finto di dover studiare per non andarci. Odiavo i lavori manuali. Più o meno quanto adesso li rimpiango. In realtà sapevo dal cugino emigrato in America molto più di quello che avrei dovuto. Quel surplus veniva reinvestito in sogni di fuga e ribellione. E in una assidua corrispondenza in un inglese semiletterario (thou, thee venivano come l’avemaria) zeppo di avventure rocambolesche ed amorose al limite del ridicolo.
Quando finì la lagna, mia sorella attaccò i piatti. La sua era una vera e propria guerra che finiva in spargimenti d’acqua, asciugature maldestre, stracci per terra. Iniziò mia madre, da fuori: Ora che sei rimasta solaaa, al solito lei si accodò. Ora che ci penso, lei si è sempre accodata. Aveva poca fiducia nei suoi mezzi. Per questo sposò un coglione. Io la guardai furioso. Mia madre, stonata e poco rispettosa dei tempi ripeteva l’unica strofa che conosceva. Io le feci un cenno. Seguitando a cantare mi sorrise. Come sempre le sue pupille cercarono in me qualcosa, le sentii frugare come insetti, mi parve di non avere pensieri che lei non conoscesse, che i miei innocui segreti fossero buttati sui piatti puliti. Poi maliziosamente puntò l’indice bagnato verso il piano superiore.
Il mio giradischi, di fabbricazione tedesca, era roba seria, arrivò sulla credenza tra le risate, i balletti, le gomitate saponate. Ci voleva tempismo. Ci voleva coraggio. Mia madre era già arrivata alla fine della canzone, da sola. Il sole batteva sulla schiena appena scoperta. La pelle esposta era bianca e, lo so, potrei giurarlo, sapeva di sapone marsiglia.
Chiusi le due porte d’ingresso. Mia madre era arrivata oltre il semplice splendente. Era vicino a Dio. Le finestre erano aperte, l’estate chiara delle case esposte a sud, la luce e la brezza della campagna vicina. Il giallo che si respirava, mio padre che camminava con il cane vicino le gore, allo stagno, dove i ragazzini tuffavano. La vigna era carica.
Mia sorella accompagnava le manovre canticchiando. Le casse poggiate sulle sedie, i fili rossi, sottili e duri posizionati. Ci dividemmo la responsabilità: avrebbe scelto lei. Io mostravo le copertine dei vinili.
Voglio quelli delle facce. Disse.
Fu così che tutto il vicinato e dunque buona parte del paese ascoltò come fosse il bando del mercato On the road again dei Canned Heat. Ed io aiutai mio padre in campagna fino a quando mi venne un’insolazione. E mia sorella uscì da sola per le prime volte, le volte in cui conobbe il famoso coglione.

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