La casa vicino i giardini delle scuole elementari era dei miei nonni. Circondata da un muro di due metri, un fico che bussava alla strada, il cancello nero, due quadrati di lamiera nera che scottavano a mezzogiorno. Dava l’idea di un viso. Le finestre infatti erano solo davanti. Dietro, sui fianchi, muro. Pure circolava l’aria. Dal secondo piano di sole camere da letto, arrivava “l’aria” fino al bagno, aggiunto in un secondo tempo, vicino al magazzino dove riposavano le botti. Dal cancello si apriva un sentiero circondato da violette. Sopra i cespugli nani mia nonna stendeva lenzuola bianche, di un pulito che non aveva a che fare col profumo, ma con le mani e lo sfregare. Sul sentiero che correva dritto verso il portone il sole splendeva sino al tramonto, senza ombre. Costruita da un muratore era una casa forte, anche se piccola. Anche se una zingara di passaggio ci volle vedere dell’altro. Non che i miei nonni ci credessero a queste cose. Nati tutt’e due in autunno a poca distanza l’uno dall’altra avevano fede più nelle azioni che nelle preghiere. Ma pregavano sant’Antonio. Quando credetti d’aver perso un orologio, era il mio primo, pregammo insieme il santo patavino. Delegavano alla religione l’ignoto. Ritrovai l’orologio.
In autunno nel paese iniziavano le scuole. Da piccolo andando a scuola vedevo mia nonna sporgersi dal muro, i piedi sulla panca di marmo, le foglie di fico appiccicose immobili anche al maestrale. Mio nonno scendeva dalla bicicletta ancora in corsa, la fermava con uno scatto. Era anche il suo modo per salire, l’avviare e poi montare con un guizzo del piede, uno scatto quasi felino. Alcuni compagnetti ne ridevano. Io lo trovavo signorile. Avevano presa sul mondo, sapevano come girava, in che senso, con che moto, cosa sarebbe arrivato, cosa avrebbero dovuto accettare. Eppure non c’era traccia di passività. La casa col viso rivolto a sud, costruita a fatica, simbolo d’orgoglio, sembrava testimoniasse la loro presenza, pareva rendere realtà tangibile il concetto di famiglia, di decoro.

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