Erano anni che si guardavano. Mai una parola. Un gesto? Impossibile. Solo sguardi d’intesa, poi d’amore, nati da un breve incontro, ma presenti come fulmini durante gli acquazzoni estivi. Prima erano state le occhiate ammiccanti, brevi ritornelli d’amore. Col passar degli anni diventarono lunghe ballate, perfino noiose. Dalle nostre parti gli sguardi contano. Per questo chi vedeva taceva.
Un’amore stupido come quello non si era visto mai.
Lei era slanciata e bellissima. Una snella forchetta d’argento dai rebbi lunghi ed appuntiti come chiodi, l’impugnatura sinuosa, le decorazioni eleganti finto rococò. Lui era un accendino dal serbatoio in metallo, grosso e lucido, dalla garanzia illimitata, timido con il sesso femminile come tutti gli stranieri. Tutt’e due avevano una certa importanza e lo sapevano. Non erano come noi, oggetti quotidiani. Noi facevamo un vanto della nostra utilità, consapevoli del nostro ruolo, vi trovavamo conforto e sollievo.
Loro abitavano un altro mondo. Puliti e lucidati, venivano usati nelle occasioni importanti per essere subito poi riposti in vellutate custodie color porpora. Li compativamo. E loro compativano noi e la nostra misera esistenza di oggetti quotidiani. Capitava che durante le pulizie ci si trovasse insieme nel lavello. L’argenteria inorridita sopportava stringendo i denti la vicinanza con l’acciaio.
Disprezzavano il legno. Discutevano solo con la porcellana (che a dir la verità era un pò svanita) e i fini oggetti d’arredamento (quella manica di scrocconi).
Noi, la ciurmaglia di ferro eravamo esclusi.
A dir la verità, ne eravamo offesi ma anche contenti.
L’incontro avvenne prima del ’77 quando il signore decise di lucidare tutto insieme: accendino, posate e cipolla. Lei rimase impressionata dalla mole lucente, lui dalla sinuosità delle semplici decorazioni.
L’accendino era il tipico oggetto di fabbricazione estera: chiaccherone ed estroverso, pensava fosse lecito, se non normale, parlare con tutti di tutto. Raccontava dei trascorsi in guerra, della famiglia lontana, dei sigari puzzolenti, dell’uso spregiudicato che si fece di lui durante gli anni ’60 quando il figlio del signore lo teneva sempre lì a squagliare impudenti palline d’hashish. Non c’era alterigia, nè disprezzo in lui. Una punta di tristezza, forse, quando ricordava.
Per anni si guardarono. A pranzo capitava portassimo messaggi dal tavolino alla credenza.
– Sta bene? Gridavamo all’argenteria.
Lei, la bella forchetta, faceva cenno di si, mentre uno dei suoi fratelli (uno degli inutili coltelli dal filo grosso) si parava in mezzo. Mai visto coltelli più coglioni di quelli d’argento. La mannaia al confronto era un genio.
L’accendino sospirava. Ogni tanto il sospiro era così forte che sfiatava un pò di gas. La fiamma che s’alzava, alta ed improvvisa, illuminava il tappeto (che urlava terrorizzato). Noi le chiamavamo scorregge d’amore. L’argenteria, inutile spreco.
Per anni si amarono in silenzio, ma sapevamo tutti, anche loro, che prima o poi sarebbe finita. Non si può guardare all’infinito e all’infinito sospirare. Può essere romantico e curioso, elettrizzante forse, ma non duraturo.
Da troppo tempo non c’erano guerre, e il clima in casa stava cambiando: plastica dappertutto, roba estera senza educazione, senza voglia di lavorare, oggetti da quattro soldi da buttare subito, senza cura, nè senso del dovere, senza ragione d’essere se non finire nel secchio dell’immondezza.
Cambiavano i governi e cambiava la moneta, cambiò il valore delle vecchie cose.
Il signore morì. La signora sua moglie decise che l’argenteria non aveva più senso. Ci si poteva pagare un pò d’affitto.
Una mattina d’estate la portarono via.
Sentivamo il brusio dalla scatola ormai chiusa, il piangere sommesso di lei, mentre la famiglia cercava di consolarla raccontandole di coltelli bellissimi, di pranzi sontuosi, di bocche pulite e profumate.
– No! – Urlava l’accendino – Aiutatela! Aiutateci! – Disperato, sfiatando a più non posso. Erano fiammelle continue, fuochi improvvisi nell’aria come una triste danza.
Ci provammo. La mannaia ad esempio saltò per terra, facendo un gran baccano.
Ma il portone disse che era inutile.
– Avrei potuto non aprirmi – Disse poi – Ma era giusto così.
L’accendino sfiatò per tutta la notte.
Solo il tappeto protestò.
Era un incendio vicino il cappuccio di metallo, un progressivo alzarsi di fiammelle che salivano e precipitavano giù in piccoli vortici. Un disperato grido di fuoco che piano lo riscaldò fino a consumare il gas nel serbatoio. Fino a scaricarne il ventre grosso e lucido. Non l’avrebbe caricato nessuno, ora che il signore non c’era più. E continuò a scorreggiare d’amore, per tutta la notte. Fino a che anche l’ultimo guizzo d’amore si spense.

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