Archiviazioni mensili: Febbraio 2008

sputo saliva e sangue
la mano nella carne
incidere e tirare

Le donne che si ravviano i capelli senza che le ciocche si muovano, un gesto involontario senza scopo, un vezzo che vorrei non avessero. Lascia stare, penso, lasciali stare così, sul viso. Passo dopo passo, arrivo. Contaminato dai sorrisi altrui, in territorio nemico. Odio il mio riflesso sulla porta. Sono schifosamente un altro.
Sogno. Ho una valigia e parto. Spero di trovarla.
Le mattine buie sono identiche alle sere tristi. Devo cambiare la lampadina della cucina. Sembra tutto giallo. Anche il caffè. So che non è tutto giallo.
Batto i pollici sulle cosce, i jeans sono diventati larghi.
Le lenti degli occhiali hanno nuvole dense di graffi sottili, verticali. Pare piova sempre.
L’anello si è incastrato al dito. Non va più via. Ho provato con l’olio, il sapone. Eppure sono dimagrito. La pelle intorno è lucida, liscia. L’unica zona franca del corpo. Ho regalato le sue cose. Tutte, eccetto l’anello.
La casa si restringe sulle mie spalle. Ottanta metri quadri calpestabili su mezzo metro d’ossa. Mi vedo dall’alto.
Sogno. Ho una valigia ed aspetto che arrivi qualcuno. Spero non sia lei.
Ho visto un film, ieri. Un tizio cercava un contatto con l’aldilà. Speravo nel brivido. Ho pianto.
Cammino nel parco. Il vento spazza via la gente. Quando sorrido sento la pelle tirare.
Le donne che non sanno camminare sui tacchi, ingobbite per contrappeso, inginocchiate ticchettano. Se una cadesse correrei come feci con lei. Ma correrei più veloce. Non devono rubare nulla.
Alla stazione ho un solo modo per non fuggire: ascolto le conversazioni altrui. Il caroprezzi mi conforta, il marcio in politica mi culla, ora so che una calza smagliata si ripara con una goccia di smalto.
Non sapevo neanche si riparassero certe cose.

Ho la valigia, parto.
Lavo le mani, l’anello scivola dal dito giù per lo scarico. Mi guardo allo specchio.
Cosa faccio?
Ho le mai giunte. Forse prego.
Guardo nel buco: un riflesso morbido, calmo, un respiro.

Consegno la valigia.
Vado.
Spero di trovarmi.

lucian freud

Carla ha il collo lungo e gli occhi stretti come due linee nere, le spalle piccole e la pancia che spinge sull’elastico della gonna. Le sue gambe sono storte, non il classico ginocchio ad x, ma qualcosa che somiglia ad un varco tra due querce secolari, un grosso buco tondo delineato da due colonne torte innaturalmente. Ha i capelli scuri striati di bianco e del rosso di precedenti tinte. I denti piccoli e distanziati, le mani grosse come quelle di un muratore. Carla viene a casa e squittisce: si, no, davanti mia madre ed io la guardo estasiato mentre mia sorella ride e mio padre se ne sbatte, come fa del resto per tutto quel che mi riguarda. Dicono che sono in un’età critica, che faccio il bastian contrario che devo ancora trovare la mia strada, per questo tutte quelle che decido di prendere si rivelano dei vicoli ciechi. Carla mi chiama e chiede come va. La sua voce è come un sibilo, un soffio. Le vado vicino, l’abbraccio, sento i suoi seni pesanti sulla pancia e mi eccito. Mia sorella sghignazza e ci fotografa. Mia madre arriva trotterellando sui tacchi e ci distanzia. Scusalo, dice, scusa Carla è un ragazzo stupido e cattivo. Mi guarda quando sputa gli aggettivi dai denti, come piccole lame che schizzano tra i canini. Il suo sguardo non mi fa paura. IO sono innamorato. Lo dico. Mia madre se ne va mano nella mano con Carla, mentre mia sorella sia rotola sul pavimento mimando una pessima imitazione della mia voce e dei miei occhi. IO non faccio così. Io sono solo innamorato. Arriva mio padre e mi dice di smetterla. Ma è come quando mi ha parlato del sesso, delle droghe, dei comunisti, dei fascisti, della guida in stato di ebrezza, del voto, della scuola, delle malattie veneree, dei doveri di un buon cittadino, della malattia del nonno, di tutto quel che avrebbe avuto forse un poco d’importanza. Mio padre è depresso, o non so cosa, ma con me non riesce a parlare, non è capace, non mi guarda negli occhi, non gli interessa che io ascolti. Potrebbe parlare allo stesso modo ad un divano. Ed otterrebbe lo stesso risultato. Me ne vado mentre sento che definisce stancamente Carla “quella povera donna”. Stringo i pungi e le palpebre e vado in camera mia. Carla è fuori che lavora con mia madre in giardino. La mani sporche di terra, i piedi infagottati in quelle stupide ciabatte (non indossa mai le scarpe che le ho regalato), i capelli multicolore legati in un elastico da cancelleria, il sorriso dolce come quello di una bambina, innocente e chiaro come il sole che l’illumina. Mia madre m’ignora. Sa che sono alla finestra ma finge. Sono così diverse: mia madre è quel che dicono una gran bella donna, sono anni che i miei compagni mi chiedono come faccio ad abitarci senza avere pensieri strani, quegli stronzi,; ha un corpo da attrice, il viso delicato, dimostra vent’anni di meno ed è bionda naturale, almeno così dice sempre. Lei e Carla sembrano il giorno e la notte. A voi, sicuro che sembrerebbero così. Anche per me, ma in modo inverso. Non nascondo che la prima volta che vidi Carla pensavo ad altro ed ero distrutto da quel che mi aveva fatto D. Non mi colpii particolarmente, anzi. Poi una sera tornai a casa e lei mi preparò la cena. Mi carezzo la testa e sussurrò: bello, buono, buono, buono eh? Quel tre volte buono, quella carezza leggera come un battito di ciglia, lo sguardo fisso nel vuoto, la ciocca di capelli rossi che cascava dallo chignon. In un attimo cambiò tutto. Carla divenne per me indispensabile. Cercavo di starle vicino continuamente e le parlavo, chiedevo e ridevamo. Finché mia madre capì. Non ci volle molto. Quella donna è furba, è peggio di un detective della TV, è un segugio. Anche se non ci vuole un gran fiuto quando becchi tuo figlio che fa il bagno alla governante. Entrambi nudi. Uno dei due visibilmente eccitato. Carla sguazzava e sciacquettava come una bimba, fatevi due conti. Mi mandarono dalla psichiatra, una vecchia che mi prescrisse un ansiolitico e tanto sesso con le mie coetanee, disse. Coetanee. Ma chi? D. la stronza? NO grazie. Quella non è degna di baciare i piedi a Carla. Non è niente, non sa nulla, non capirà mai questi battiti veloci, l’aria che manca al solo vedere una gonna mal stirata, il sussulto per tre volte buono, non sa che cosa significa cercare negli occhi di qalcuno l’amore e trovarvi solo pianure, distese sconfinate di dolcissima, innocente, allegra inconsapevolezza ed essere felici per un tocco, un saluto, un bacio veloce e casto, un sorriso, le mani sporche di terra, le risate sul nulla, non potrà mai sapere, conoscere, capire che il niente appunto, il niente che ti tiene dolcemente, il nulla è semplice e nel semplice c’è tutto, sai che come l’acqua che scorre e lo sparire della nebbia attorno, che da ora mai più ombre, mai più dubbi, e vivi di questo amore che è intero e trasparente che è tutto limpido, tutto uguale, tutto come senti e vedi, tutto esattamente così com’è.

degas

All’entrata della facoltà ho visto un vecchio che si riavviava i capelli con un pettinino su cui, tra il disgusto generale, aveva sputato. I capelli son venuti benissimo. Ovvero, se il fine era scriminarli e dividerli in righe lucide, c’è riuscito. Dopo un primo momento scandito dai conati, sono andato in bagno e ho pensato: magari, no? Mi ha fermato il pensiero del tram. La mano sporca di sedile. E nel bagno non c’era sapone. Certo, non c’è migliore disinfettante dell’ammoniaca. La pipì ne contiene abbastanza. Bagno vuoto… Di nuovo i conati, madonna quanto son delicato.

Il problema è che invidio le persone che hanno i capelli ordinati. Tipo gli inglesi e quelle stramaledette ciocchette cascanti in maniera così graziosa, come paglia dorata che riflette la luce, scarmigliati, ma insomma sempre a posto. Umidicci, forse. O come quelli sottilissimi dei giapponesi, splendenti e dritti come spaghettini numero 1. Anche i ricci vanno bene. Boccola quà e là e non ti preoccupi più. Non come i miei, afflitti da un movimento involontario, curvati in onde orribilmente anni ottanta, aspiranti mullettari che cercano fin dalla nuca di avvolgermi la faccia. Striati di ciocche formate di quattro capelli grossi come funi, ma bianchi, che se ne strappi uno ne nascono quattro. Ma se ne strappi uno castano scuro, perfetto, resta il buco. E che diamine. Ci dovrebbe essere un principio fisico, una legge, qualcosa che regoli la crescita che non vari secondo colore, no?

Per non parlare dell’odore. Il terzo giorno dopo lo shampoo puzzano. Mi sudano la testa. Io li lavo, ma si sfibrano, lo so che poi se continuo a lavarli cadono ed io non voglio sembrare un cinquantenne a trentanni, ci pensano già la pancia e gli sguardi delle donne cui ammicco che sembrano dire: ma chi tu? Io, si perché? Non son bello ma piaccio. A qualcuno piaccio. Ho un fascino che, a parte capelli e pancia, si concentra negli occhi e s’irradia dal plesso solare. Un raggio laser. Una luce. Insomma ce l’ho. Davvero. Giuro.

Va bene, non ho fascino ed ho i capelli brutti.

Ma a me vado bene così, credo.

gandalf belli capelli

Questa parentesi frivola mi ha rilassato.