Archiviazioni mensili: Luglio 2007

 

Sul bus che porta al mare ci siamo io, lei e una quarantina di persone sudate. Mi basta uno sguardo per capire che è amore, quello vero, quello che non stinge perché non viene mai consumato. Lei è di un’altezza turistica, ha gli occhi leggermente sporgenti e le occhiaie nere, due pozze profonde in cui si rannicchia la tenerezza. Il vestito che indossa sa di funerale siciliano, nero e buio, struggente come una preghiera, largo e sformato come un soufflè al nero di seppia. La guardo, mi guarda. Il carnaio maleodorante sospira ai semafori, ci accodiamo fingendo stizza, sventoliamo il cartoncino del biglietto non obliterato in assoluta armonia, ogni due sventolii, il mio, nel ritmo incessante dei freni idraulici. Mi sorride, le sorrido. Ecchesfiga, penso. Le manca un incisivo. Faccio un rapido conto e mi tranquillizzo. Mi posso permettere di regalarle l’impianto. Non che mi preoccupi per l’estetica in realtà. In quel buco nero tra i denti, che fa tanto pendant col vestito, ritrovo il vuoto che da giorni mi tiene in allarme, l’assenza manifesta. Penso che però sia giusto alla sua età poter mordere mele verdi e dure come sassi. So che ne mangerebbe in quantità. So che le piacerebbero. Mentre il bus sobbalza imbizzarrito davanti uno stuolo di suore, che buona metà del carnaio maledice per aver rallentato la corsa, seguo la pelle dalla spalla alla mano. Ellasfiga, mi dico. Lungo l’avambraccio scorgo, in controluce, una foresta selvatica di lunghi e spinosi peli neri, ritti in ciuffi, solcati da rigagnoli di sudore che finiscono per raccogliersi nell’incavo del gomito e forse per questo là più lussureggianti e selvaggi. Ripasso mentalmente le nuove tecniche di depilazione: pinzette, rasatura, ceretta, depilatori elettrici, elettrolisi, laser, ma anche il buon vecchio fuoco. Perché no? Dopo l’impianto mi rimarrebbero pochi soldi e se con pinzette e ceretta ci metteremmo troppo tempo, con la rasatura correrei il rischio di una ricrescita in setole, mentre l’elettrolisi e il laser richiederebbero un secondo lavoro. Il fuoco invece risolverebbe in un attimo tutto e gratis. La guardo e immagino che coronata di fiamme, novella Servio Tullio, somiglierebbe all’immagine della Madonna. Soddisfatto stacco con forza dalla mia spalla la mano di una grassa signora che in me ha trovato un’ancora di salvezza nelle curve. Cerca di resistere ma riesco, forzando le dita una dopo l’altra, e nonostante il suo sguardo atterrito, a liberare la scapola dal peso mentre lei capitombola in fondo al bus. C’è chi mi guarda con sdegno, chi con comprensione. Tempo fa avrei sopportato, in nome della buona educazione o forse per generosità. Adesso credo che ognuno abbia diritto alla sua fetta di egoismo, che cosa sia lecito o meno fare non è solo materia della giurisprudenza, ma di questi tempi corrotti ed incivili, è compito anche del singolo che deve giostrarsi come può dalla sfera pubblica alla privata, aprirsi un varco, come la signora per l’appunto, in mezzo alla massa. Riflettendo sulla traiettoria del corpo scagliato, ma sopratutto sulla carambola quasi mi dimenticavo di lei. O forse, consapevole del suo sguardo temevo d’averla perduta a causa del gesto (forse) impopolare. Lei è ancora là, appigliata alla sbarra come una cocorita sul trespolo in assenza di gravità; e a proposito: il suo sguardo è grave, severo, mi condanna, penso. Sento il cuore scivolarmi nei piedi, le infradito scoppiare per la pressione, il sangue fermare il suo ciclo, la testa svuotarsi. Ecchecazzo, penso. Mica sarà la madre. Per un attimo sull’amore ha sopravvento l’egoismo, quella sacrosanta fetta. Con quel che costano gli ospizi non potrei permettermi quest’amore. Ma nessuno si dà la briga di aiutare la signora e ne deduco nessuna parentela. Mi fissa. Devo assicurarmi e cerco gli occhiali. No, ecco ho capito. Ellascalognanera. Inforco gli occhiali per meglio capire e dopo il solito appannarsi lento delle lenti, finalmente vedo chiaro. Lei è in realtà un grazioso lui. Forte e robusto come un alce, sano, ipertricotico e carico di testosterone. Pur cercando d’ignorare la croce tatuata sul polpaccio salta all’occhio la fede nazionalista e memore della vista di un recente film ( “this is england” di Shane Meadows ) mi eclisso dietro il lato oscuro della massa astiosa, mentre penso amaramente che per un intervento così risolutivo ci vorrebbe veramente troppo denaro. Scendo e rimetto gli occhiali nella tasca, pronto per l’ amore.

guttuso occupazione delle terre

 

 

 

Sulla strada, la più lunga della città, le bandierine colorate per il santo patrono appese a lunghi fili bianchi sventolavano in schiocchi, lungo il corridoio di vento che lasciava una leccata umida sulle case che orlavano gli stretti margini del marciapiede. C’era un’intera squadra che tra bevute e battute montava in una stessa sera tutti i fili, da un balcone all’altro. La sera era limpida, il sole moriva a stento mentre il profumo di cibo invitava ad indugiare e la domenica veniva santificata dalle serrande chiuse. Si fermò ed inspirò. Si sedette su una panchina: due bambini accovacciati sulla soglia di casa ed un mazzo di carte, una vecchia su una sedia di vimini sfilacciato, appuntito dal sole, un uomo in canottiera bianca e calzoncini corti,  calze di cotone nei sandali di pelle che accostava le persiane con delicatezza, fermo nei gesti, lento e stanco. Perché tornare, si chiedeva? Perché rinnovare l’assenza e gli abbracci? Perché non lasciare che l’orgoglio di padre e madre, l’affetto dei fratelli lo circondassero da lontano, senza avere forma e occhi che scrutassero la familiarità senza poterla copiare ed ricostruire? Perché non salutare una volta e non voltarsi più? Il ricordo che dipingeva tutto d’oro, l’illusione dell’appartenenza, di braccia calde e sorrisi sinceri, come una canzone bellissima che non smetteresti mai d’ascoltare, come pensare che il morto è solo partito ed invece è terra tra le mani. Il rancore sordo nell’afa, il gorgoglio del traffico e l’inattesa trappola in gola, il nodo che non poteva slegare, il rimpianto di non aver vissuto dove amava vivere lo tennero fermo, la gola rigida, il collo stirato. Stiamo tra cielo e terra, pensava. Siamo cielo e siamo terra. Apparteniamo al nulla, ma facciamo parte di tutto. Siamo nei ricordi e nelle bandierine, nel caldo e nell’odore di fritto, ma ci piace fingere. Giocare, non chiediamo altro. Tenne la valigia sul petto e vi poggiò il mento. Il patrono è passato ma le bandierine sventolano.

La via si snodava lunga offrendogli pochi giorni d’illusione e l’avrebbe seguita fino a casa, e in quell’altra lontana, che non sapeva più come coniugare i verbi se tornare ed arrivare e partire hanno senso quando la tua casa è una valigia, in quella sua camera stretta avrebbe portato un brivido sottile, che adesso saliva lungo la schiena, più forte ad ogni passo, febbre sulla soglia, perso in un mare di nostalgia nel suonare il campanello di casa.

Spremuta l’uva,il riso, la conversazione
dei liquami torbidi in parole pressate
fanne tele e filati, e trappole
lungo i tiranti spargi, a trattenere i moti
di simpatia o dolcezza o carne,
fossero anche senza fondamento,
silenzi spinati e labbra sporche
picche d’ostilità in schiere scure
ma trattieni il fiato come sparo e
stendi dove puoi lunghi sguardi vuoti,
oche querule apriranno becchi
lungo il fianco sentirai l’eco
di passi Ragionevoli che scappano.
Ma sappi
che dei lacci non serberai che il nodo
dell’uva il vino
del riso sgranatura in denti
della conversazione solo sale.
Non ti sfugga il desiderio anche in ombra
né la fiamma, ma procura
di far le mani in conca
dove tener l’acqua
e non chiedermi di stemperare
l’agro nel dubbio
il salato nel vacuo.

bill brandt
foto di bill brandt

Carico di bagagli andavo all’albergo. Gruppi disordinati di vecchi sulla soglia. Anch’essi carichi ma con più classe, non è vero è solo questione di rispetto, anzi di onore alla carriera. Perché i vecchi puzzino di vecchio non si saprà mai. Tanto non ci arrivo ai cinquanta con tutta la roba che mi faccio. Né m’interessa puzzare di camposanto, fosse anche l’odor di santità che si dice Padre Pio. No problema con amica droga. Con amico sballo. Con amico down. Sono regolare io. Ore otto sveglia. Dieci: mescalina. Undici mangio. Cadenza e disciplina ecco che ci vuole per portare avanti un bel discorso tossicodipendente. La dialettica tra te e l’enormità Chi mi chiede e sei allegro? Certo che lo sono. Se hai i soldi non sei triste. Dunque rido tutto il tempo come un cretino. E niente mi sembra più importante. L’atarassia con cui mi farcivano i coglioni al liceo. Quella stoica, mica cazzate orientali. Anche se adoro i koan. Sono pezzetti di Dio sparsi per terra. Pepite d’oro o buchi, come quelli che mi faccio da solo, collegamenti con il divino, con il tutto, con Quel che vi pare se proprio devo definire. Che io odio definire, ed odio i vecchi ed il loro odore tipo cristosanto, quello dei fiori secchi che certe stronze amiche di mia madre incorniciavano. Bell’imbroglio. Ti metti in casa, esponi, il cadavere di un fiore morto. Che ideona. Ma che vivacità. Che allegria. I vecchi e le loro stranezze. Li guardi e ti sembra strano che si reggano in piedi. Tipo che hanno quattro bypass e bevono. Stupidi infingardi diceva mio padre. Ma non sapeva cosa vuol dire. Gli piaceva il suono. Mica stupido. Sapeva dire un sacco di parole strane e con quelle ci ho campato per anni, ci campo ancora. Quando le studiavo cercavo di rimuoverne il significato ed adesso pavido per assonanza mi sa di uno stronzo che crepa sul pavimento.

Entro nell’albergo carico, sudo come un porco, sono lucido e lo so. Mi danno la chiave e manco l’ombra di un fattorino. Forse gli hanno aboliti. Hanno fatto male. Sarà un mestiere di merda ma era utile. Mi scoppia la testa e l’unica cosa che posso fare è andare in piscina.

In piscina la puzza dei vecchi è così intensa che sembrasi siano strofinati con crisantemi. Così per abituarsi all’odore. Si salutano da un capo all’altro. Alzano la mano sollevando un’immonda ala di pelle rugosa, abbronzata. Cristo che schifo. Li guardo nuotare. Mi accorgo che sono praticamente l’unico sotto i quaranta. Fanculo agli alberghi a poco prezzo. Sono fatto ma non è servito a nulla. Potrei lavorare, ma non voglio. Osservo i vecchi e mi sento male. Troppa vita, troppo tempo da qui ad arrivarci anche io. La puzza mi è salita al cervello. Tempo di andare in spiaggia e pregare Dio che ci siano dei bambini a compensare.

In spiaggia l’odore nauseabondo di vecchiume mi sta rovinando il trip e vaffanculo a questi ammassi di anni che mi si trascinano di fronte allegri come pulci, felici di saltarellare qui e là, di incontrare baciare e stringere mani e nuotare ed imbrattarmi le vacanze con la loro aspettativa di vita che aumenta di giorno in giorno. Gliela invidio quella sicurezza sotto il cuscino, la notte. Questi che hanno fatto quel che c’era da fare. E mi viene in mente quella canzone che diceva: la gioventù è sprecata sui giovani.

Non ci farò amicizia, vorrei forse, ma solo un po’, forse non voglio ho solo paura. Forse il pusher di fiducia andrebbe cambiato, forse dovrei cambiare albergo, ma si sta bene in fondo, c’è tanto da imparare. Come ti muovi con una sciatica che ti succhia la gamba? Come ti metti la crema solare tra le crepe del viso? Senza scherzi, i vecchi sono assi nel far finta d’esser giovani. Forse aveva ragione quel tipo che diceva che non invecchiare non è gioco per signorine. Se non mi faccio tra poco finisce che piango.

In camera ordino il servizio in camera che non ho preso la suite Manicalarga mica per nulla e mi arriva questa camerierina di quindici anni carina come una bambola, tutta sorrisi e smorfiette, che flirta un poco, che gioca. Ma nei paesi bassi è il silenzio, la pace dei sensi. Mi rifaccio e aspetto la gran goduria. Purtroppo il tono è minore ed in mente non ho altro che loro, i bastardi sfida-morte. Sembra che siano là per ricordarmi che un giorno anch’io. Ho sempre pensato: mi sparo prima. Ma poi perché? Ti diverti il doppio. Questi ballano. Scommetto che trombano. Vado pure alla festa stasera, deciso; uno dei gerontosauri festeggia gli ottantotto anni. Cazzarola. Mi è arrivato l’invito, discretamente, con un’altra camerierina dagli occhi blu.

Alla festa sono tutti in tiro e parlano. Mi sono strafatto per resistere alla tentazione di prenderli e buttarli dalla terrazza. Li odio e mi piacciono. Mi ricordano brutte cose ma mi affascinano. Devo rifarmi e in fretta ed infilo la porta del bagno e mi accingo ma praticamente sono entrati due di loro ubriachi che cercano compagnia. C’è questo momento in cui mentre uno mi dà una pacca da sputare il polmone, l’altro si tiene a me per non cadere. Io rido e cerco di liberarmi. Nulla, gli imbriachi vogliono stare in bagno.

Dovevate vedere la faccia del primo dopo il tuffo sullo specchio. Ha inalato che era scettico, poi ha allargato uno di quei sorrisi ebeti che ti fanno dubitare esista Dio (la questione dell’immagine e somiglianza, insomma). L’altro quando ha visto come saliva si è sparato un viagra e ci ha dato giù. Io mi sono accontentato delle briciole, in camera c’era la scorta. Dopo che praticamente ci siamo raccontati le vite e vi giuro che le loro erano molto più lunghe ed interessanti della mia, abbiamo deciso di salire nella mia suite con pochi intimi, tra cui 88 che sembrava già in astinenza. Ad un certo punto mi sembrava di puzzare anche io, o comunque non mi interessava più granché né dell’odore, né delle rughe, mi divertivo e basta.

 

quando sono arrivate le ambulanze mi hanno detto che mi stavo provando una dentiera. Cosa strana perché io i denti li ho tutti.

lewis hine

Mi chiamano e donna, rispondo
ali leggere le mani, queste, stille
e fumi e notti d’argilla ai piedi

Chiamami piano, ridi
sul vento stasera c’è l’acqua che fummo
sul davanzale il basilico
piange la testa
e dei capelli che tra le dita tenevo
solo foglie
profumo
e terra.

sulla strada per scuola ogni giorno
davanti l’incrocio fermavo lo sguardo
scomparivo dietro una curva
presa la strada non si torna
dopo una scelta ce n’è un’altra.
Sul bivio una casupola cadente
un monito di tempi severi,
mi fissava invidiosa.
Crepa su fossa, stinta su vita
passata e odorosa
mi richiamava sul tragitto
con languidi sguardi familiari
con gli occhi di sonno pesante.
Finiva la scuola e dall’incrocio
non un suono, non un addio.

Io volevo un telefono e adesso ho la plancia dell’enterprise in formato ridotto che mi ride dietro. Io volevo un taglio di capelli che mi stesse bene, fuori dai generi o sui generis come preferite, ed invece la nuca è nuda e la corona suda. Io volevo un paio di infradito da sciupare ma mi sentivo un cretino con quei pelacci sull’alluce perciò ho preso delle scarpe chiuse che non metterò neanche in Gennaio. Io volevo il rasoio tripla quadrupla lama che scivola sul viso come seta e costa una cifra che me ne compro una cassa di quelli ad una lama sola. Io volevo gli occhi azzurri ma qualcuno ha fatto passare Annibale per le Alpi, o almeno così mi dicono. Io volevo i capelli biondi ma idem come sopra e di tingerli neanche la più remota intenzione. Io volevo un lavoro serio ma siamo in Italia, bellezza. Io volevo i miei nonni vivi, ma è la vita, bellezza. Io volevo la macchina con le pattane, ma sono i ladri, bellezza. Io volevo mangiare poco ma avevo fame. Io volevo bere poco ma ero triste. Io volevo una ragazza indipendente e dolce, remissiva e dominatrice, cara e arcigna invece scrivo.

Lewis Hine
foto: Lewis Hine

Chi se ne frega della parole in riga
schierate come eserciti che mai rompono le fila
e delle regole ortografiche, vento che indurisce
rovente lava e dell’interpretazione
domestica mannaia d’intenzioni,
chi se ne frega di chi legge e scrive
di chi dice e di chi tace
chi se ne frega di piacere
Chi se ne frega del senso e del recit
dell’allegoria, dell’unità di tempo e luogo
dell’empatia antipatia
delle donne dai busti nudi
dell’uomo a braccia aperte
del giudizio universale prossimo
del Medico Universale Giudizioso
del narcisismo supposto da chi brama
ad espugnar fortezze
del vivere nascosti
dell’acqua a cui attingo.

Chi se ne frega dell’autentico
e del falso, del falò di vanità
senza respiro, dei rilanci
insoddisfatti, dei farmaci
Chi se ne frega di segnare il territorio
di gridare alla vittoria
dei limoni e dell’alloro
del perché il maiale suda
di Telemaco e Penelope
e dei Proci che a pazienza
anche loro eran messi bene.

Chi se ne frega del respiro corto
dell’accorto muoversi del tempo
del relativo a cosa chi come quando
del certo giusto bene occhei
del riso quando uno cade
del pianto del caduto
Chi se ne frega delle dimostrazioni
dell’autolesionismo affaticato
del sale sul palato dell’enormità
che guida e muore
e spinge e forza e vira in schegge d’oro
del morto che non muore.

Mi siedo ed aspetto. Sono concentrato su quel che devo dire, sono contratto e mi sudano le mani. Tre fila di sedie, per tre e fanno nove sedie libere che aspettano un culo, che aspettano una visita. La sala d’attesa è vuota, la dottoressa non c’è, un’urgenza domiciliare, dicono, mi guardo le unghie ed aspetto. Sono concentrato sul respiro, il diaframma che si allarga, i polmoni si dilatano, per un poco passerà. Torna subito, come una pugnalata alla fede. Non c’è nulla da combattere, nulla da fuggire. Il primo istinto è quello, allontanarsi e fuggire, ed il timore che cresce, un movimento largo che aumenta trascinando detriti di speranze, la vergogna mentre dalle caviglie come fiamme salgono brividi densi. Non respiro e mi sforzo, vado in bagno e il tempo rallenta, il fotofinish del panico, vince sempre lui. Dalla sua ha l’allenamento ed il coraggio. Io fumo troppo e non faccio sport. Una sedia sibila mentre un sedere si accomoda. Poliuretano espanso coperto da simil pelle, bucherellata. Mi mette paura guardare i buchi, sento che l’argine della concentrazione sta per cadere e non ci sono barriere che tengano, ma una fila di pensieri e parole e omissioni che in processione reclamano una sedia del tre per tre nove, ci si vorrebbe tutti seduti a parlare, la signora seduta mi guarda da sotto gli occhiali ed allora arriva.
Arriva come uno tsunami, un’onda riflessa di un movimento tellurico, che scroscia sul collo e spacca la testa. Mi rassegno e se non mi muovo il ronzio sarà breve, un insetto intrappolato, ma se accenno un movimento quel lupo saprà che voglio fuggire, sentirà l’odore, capirà che ho paura e mi darà la caccia. Non posso non toccarmi il braccio, duole. Fuggo nel bagno mentre la signora mi guarda, so che pensa mi dico, so che sembro pazzo ma non lo sono la prego non mi giudichi mentre dietro gli occhi ingigantiti dalle lenti vedo la bava del lupo. Al bagno non ci sono chiavi e la finestra da ad un pianterreno di mosaico. Non fuggo e aspetto.

Ho visto il filmino di Al Gore, dopo ho bevuto e pensato di essere sterile.

Il filmino non è malaccio, ma finché si trattava del global uorrmin, non quelle parentesi in cui lui legge, sta al computer che è un Mac con i controcoglioni, o sta in macchina ma guida un altro (naturlich scriverebbe un tedesco anortografico) con un’espressione assorta tipo: il mondo va a scatafascio meno male che ci sono moi (come dicono i francesià) o quando va in giro per il mondo a diffondere la brutta novella. Ecco io mi aspettavo una specie di documentario zeppo di scene cruente tipo l’orso che muore in diretta ripreso da una telecamera bassa risoluzione agganciata al premafrost che rolla, mentre si sentiva qualche scienziato statunitense commentare: oh no(u), oh mai god! E la testa dell’orso polare scivolare via nell’acqua gelata, ma neanche tanto. Invece mi hanno messo l’animazione della coca cola dell’orso polare che sembra andare a surf. Ed Al che è sempre concentratissimo su quel che deve fare, una vita spesa per il pianeta, e hanno usato un tipo di pellicola, per le parentesi introspettive, che non ciapa troppa luce ma te la rimanda addosso tanto che il mascellone sembra quasi bellino se non fosse che ai campionati di retorica non vinceva, perché non sa usare le mani, le tiene lungo i fianchi e sottolinea con gesti assurdi tipo mò vi faccio la capanna, mò vi indico, che magari negli USA hanno una loro precisa funzione, ma visto qui in Italia che si gesticola anche per ordinare un caffè, no. Al ti convince quando parla di gradi e surriscaldamento. Esempi fantastici, per me bambino che gode. Ma quando si fa riprendere che parla al telefono con che so, Fulco Pratesi, ecco, da un’angolazione sola come dire ci sta solo una telecamera e pure nascosta, non ci siamo che io e te e qualche miliardo, mi sento cretino io a guardarlo, non lui a farsi riprendere. Poi la mena in lungo e in largo con i suoi problemi e io mi dico ma la verità scomoda è veramente così strettamente allacciata ai cazzi suoi? Cioè mi si stabilisce un nesso tra le res gesta di Al e l’inquinamento? Qualcuno ha scannerizzato il filmato? Non è che hanno messo un’immagine di un nanosecondo in cui c’è un Bush sghignazzante mentre la terra va a fuoco? Non che sia sbagliato, insomma, siamo lì. Ma parlatemi del riscaldamento globale e vi ascolterò. Ma le magagne vostre riprese da Ridley Scott, quelle no. Non amo le libere associazioni, figuriamoci le forzate.
Toma, direbbero in Spagna, non so riguardo a cosa.

di natura romantica e ingenua
senza il passo pesante della ragione
forte dell’incerto, votata al tetro e
prevedibile.

A te offro il palmo disteso
non una linea del destino sposterà
la mano, non un moto d’animo.
Cinque dita avvolte
due rughe a sorriso.

Usi ed abusi del modus scribendi
terranno a freno voli inutili
scuse e confusioni
accenderanno

per ora vai via.

da piccolo giocavo ai lego. Non playmobil. Chi ha amato i lego sa l’odio che si prova per quei grossi, ridicoli, fantocci sbozzati e non funzionali. Un castello playmobil non potevi farlo diventare una palazzina. Erano blocchi senza fantasia che potevano fare solo il castello. Sai il divertimento. I lego no. I lego erano tutto, compreso l’aereo. Promiscui mattoncini che tenevo nei fustini del detersivo e che vomitavo su un tappeto di mucca (credo) polveroso, senza alcuna voglia di riordinare. Era il caos del costruire per distruggere. Era il divenire. Insomma dopo un’infanzia di lego, come cacchio si fa ad essere diventato un maledetto playmobil? Che ho sbagliato? Mi ritrovo adulto, grosso, fantoccio e pure sbozzato. Che ne ho fatto di quel divenire? L’approccio creativo dov’è scappato? Perchè riesco ad essere castello e basta? Io ci divento scemo a pensarci. Non sono un mattoncino multifunzione, sono un rigido braccia piegate senza neanche la possibilità di cambiare capelli. E pure ci provo. Ho provato con un’altra personalità, e che diavolo, mi sono inventato altro ed ero più noioso di prima. Quello che mi disturba è che se c’è da risolvere un problema sono banale che mi schifo da solo e me lo dico, ma tranquillamente, tipo: ma guarda tu che ideona, bravissimo. Così sarcasticamente che mi schifa anche il tono balordo inutile e da film americano di serie V, come vendetta che reclama il fan di lego dentro di me. Creativi, bisogna essere creativi. C’è gente che gli capita una digrazia e la chiama occasione. Io no, io sto qui a guardare la tv e a sbranare il cd del teatro deglo orrori e quando arrivo al turbamento della gelosia mi chiedo ma a me che mi manca che non so fare qualcosa che mi soddisfi? Ci provo ma più in là non arrivo. Resto funzionale solo ad una cosa. Frustrante la mediocrità piccola ed esibita. Ma con qualcuno mi devo pur sfogare.
I lego comunque gli abbandonai. In favore dei libri, credo.
Per questo non si tromba, troppe parole pochi fatti.

 

questo post è un playmobil di merda.

Via della steppa dicevamo per casa di Polla e non ci sembrava male perchè là il bosco non c’era. Non crescevano funghi, ma si coltivava duro, trattori guidati da gente pagata per farlo, il proprietario non si era mai visto. Polla stava in una baracca che il padre aveva costruito col nonno, un vecchio mezzo rincoglionito dall’alcool e dicevano che la madre battesse, ma noi questo non lo sapevamo e alla fine non ce ne sbatteva niente. Ci piaceva Polla e la sua via della steppa. La baracca dava su questo prato bruciato dalle robe chimiche e là Polla si metteva a disegnare. Nella steppa c’erano le macchine e i cani. Branchi di randagi pulciosi e incazzosi mollati dalla gente, progenie sbattuta nella fogna, sopravissuta al fango. Le macchine passavano a tre metri, veloci ed indifferenti. Come un brutto film scorrevano e noi si restava a guardarle mentre aspettavamo Polla. La madre stendeva il bucato ed anche se il puzzo si attaccava alla pelle quella continuava ad appendere lenzuola lise ed asciugamani che non si sapeva perchè non erano tutti di spugna, ma in tessuto. La biancheria gli diventava rigida e nera e se pioveva sapeva di sudore. Polla la teneva nel cassetto tra fogli di giornale e sacchetti di lavanda. Quando scendeva aveva le sue cose e noi si attendeva come un miracolo. In effetti lo era. Intuivamo che quei suoi disegni e quei suoi racconti in figure avevano quel qualcosa che andava oltre la steppa e i cani e le macchine. Era un altro livello, come se disegnando aprisse una porta su un mondo che dormiva. Improvvisamente i fatti, tristi ed allegri che fossero, non erano concatenazioni di eventi ma trovavano vita ed avevano una precisa collocazione, come se una spinta magica li portasse a rivelare quel senso che per tanto tempo avevano dovuto tener celato.
Polla disegnava sulla terra battuta. Aveva frutta andata a male e verdura e gesso in polvere e i capelli che noi gli portavamo dal barbiere e acqua che doveva per forza essere mischiata a latte, anche poche gocce, e il bastoncino con cui segnava le forme dapprima. Come tutti i grandi disegnatori non partiva mai da dove ti aspettavi e quell’indefinito che sotto i nostri occhi prendeva forma da un inizio che sembrava una virgola, un sorriso, un orecchio e cambiava veloce come un fiore che accellerando sbocciasse tutto in una volta, da quella virgola nascevano le donne nude che ballavano sotto un palazzo mentre i vecchi bevevano latte ad un tavolo e a gente sorrideva e a quelle forme vuote dava vita riempendo le bocche di pomodori marci, gli occhi di verde muffa e le mani di acqua e terra.
Delle forme ora piene e rotonde Polla raccontava la vita in quel momento e capitava che conoscessimo la muchacha di Santa Fè che doveva partire mentre si celebrava il matrimonio del suo fidanzato e le storie dei vecchi del paese che il nonno gli raccontava, o le storie della sbiobbina o del giovane senza mano che sfidò le guardie per scommessa o le storie di donne perse e di uomini annegati. Noi che non si andava oltre il paesotto, che vivevamo di ore messe in fila come in una collana, aspettavamo che Polla chino sul disegno oramai finito raccontasse come poteva andare anche a chi sembrava che questa vita non avesse granchè senso. C’era un velo che scopriva, una realtà scomposta che Polla decifrava e ragalava a piene mani da cui imparammo i sensi di molte vite e i significati delle cose, le parole per le donne e quelle per i lutti. In via della steppa, nei campi dopo la statale, vicino una baracca, ogni sabato c’era il mistero che ci veniva a trovare. Erano i nostri turbamenti che apparivano, e la speranza.

Ghiera di sabbia su cui dormire
il quadrare di pensieri che si litigano
le ore insieme, le spalle appese
alla rabbia, ghiaia da inghiottire.

Sonno forzato gioca d’anticipo
sui giorni affollati del vuoto

se l’essere vive del fare
sono nulla
se l’anima vive del corpo
son resina.

Manca al sole la luce chiara
al fianco la spina torta
alla bocca il fiato
al passo il peso
a ghawar il volto

non resta che imparare.

francis bacon

francis bacon

tagliare le unghie al cane

dar da mangiare alle formiche

salutare i vicini dal bagno

lucidare tazzine da caffè,

quieti impegni mi oberano

da quando mi invitasti

a mangiare il tuo gulash.

Stramaledetti anche quelli.

botero

Questo post, scritto da Paola,  è quasi tutto in lingua sarda. La traduzione mi è stata promessa a breve. Buon divertimento.

 

Il post è lunghissimo se non vi va di imparare il sardo in cinque minuti, c’è qualcosa di nuovo più giù.

- De ki funti arribbaus tottu cussa burrumballa de genti niedda, extracomunitari, de cussus ka bendinti carramanzias, nos’atrus beccius ci seus serraus in dommu, ka sa picciocalla no cunprendidi kand’ è tempus de s’arrimmai a una patti, e… cuss’è su prus importanti… kandu si deppinti cittì.
Deu seu stettiu sindigu po’ bint’annus, e Deus du scidi chi pozzu kistionai poitta cumprendu, e finz’è troppu!, itta meg’ hada a suzzedi…
Sa kistioni è ka custa genti no arribbada in-noi pò aggiudai sa bidda, po’ trabballai e finzasa su stadu non dd’hoidi.
Insà poitta si dda deppeusu kistiri nos’atrusu?
Itta seusu genti ki arregallada su dinai ?
Poitta? Forzisi ka nosu no’ si ddu guadangiausu?
Forzisi ka nos’atrusu no teneusu abbisongiu, in primis! de s’aggiudu de custu Istadu Italiano? E deppeus aggiudai nosu, poberus ki paganta is tassas, puru po’ custa genti strangia?
Deppeusu arragionai beni asuba sa kistioni de arregallai i’ dommus de Prazza Sant’ Austi’u a sa genti chi non haidi trabballau mancu una ddì po’ nddi guadangiai una fentana…
E itta seus ? Is tontus de sa provincia? ‘Os’atrusu mi deppeis ascuttai, ca su Cummù hoidi espropriai! ESPROPRIAI! Su nostu! Po dd’arregallai!
E itt’è ? In prazza is dommus funti nasciasa cumment’e’ su cardulin’e pezza?
Ha proppriu dinai e sa dì infattu ci fiada sa dommu de ziu Battista, de zia Donata, de zia Giuannicca, de ziu Bissenti, de ziu Craudiu, de ziu Battore, de i’ Melis de sa fammiglia mia e de tottu s’attra genti?? Berus è ca nno ci drommidiada mancu unu callelleddu ka fianta e funti sciusciadas, ka funti attesu de sa bidda noâ, ma po’ cust’arregioni si ddas deppeusu arregallai?
No creu, deu no penzu proppriu.
Cust’è unu strunzimmi de su sindigu nou, po si fai bi’ de’s attras biddas.
Gei è berus ca su sindigu è piccioccu ancora e ddi praxidi cussa parti politica ka faidi manifestazionis po’ no trabballai… Ma lazziaus a perdi su sindigu.
‘Os’attrus poteisi penzai ka deu seu kistionendi po’ fillu miu ka fìada candidau e ka no è stettiu votau, e kancunu mi deppidi ancora spiegai poìtta….
Ma no, signore e signori, in-noi non seus kistionendi de interessusu del sottoscritto, ma de espropriai po’ arregallai a genti che non è mancu de bidda! E po’ is poberus de bidda nosta, sciadausu?
Cust’è cosa nosta! Puru ki non tenidi dommusu in Prazz’austi’u deppidi protestai . Ka in-noi ‘commenzaus cun is dommus arregalladas e d’accabbaus a donai a pappai a chi no fai’i nudda. Duncasa, pò mimmi, si deppidi… hoi… vottai asuba sa kistioni, ma scetti chi tenidi sa dommu o chini podi naj kalinkuna cosa asuba. Is’attrus deppinti cumprendi e aggiudai a ci bogai cussa genti niedda de i’ dommus nostas.
App’accabbau. Kistionai bos’attrusu puru.
Decidèi.

- Buonasera. Seu Battiau Salvatore, detto Battòre.
Ziu Arrammini….
ITT’E'?? Ohi, scusaimmidda… mi seu scaresciu… ehm… ziu… no m’arregodu cumment’è ki si zerriada fustei… ah! Berus’è! …ziu Nattasiu Melis… eh, scetti pò chistionai, ma mi ddu scideisi nai poitta si zerrianta Arrammini? …Ah?!? Kistionai prus’a fotti ka non arribbada boxi de aicci attesu!!!… Ah, grazie Giuanni, itta sesi imbriagu? Eh, deu puru a s’idadi… ah? Eh ddu sciu ka se’ becciu tui puru… ma cust’ Istigu deu… Eh, gei dd’ accabbu. Narammia u’atr’otta cumment’è ki si zerriada ziu Arramini…
Eh dimmoniu! Abbisongiu de zerriai, ziu Arramini? Seu in-noi! Ddu cumprendia a su proppriu! Ah! Ma insà bos’atrusu seisi de i’ Melis chi pottànta sa dommu ‘e su Cummù …. in mui gei cumprendu… Oh balla, no dd’ollu pru’ sci’ poitta si zèrrianta Arramini…
E ACCABBEIDDA CON CUST’ARRISU TONTU… ca no seusu piccioccheddus…E DEU NO SEU AMPUAU ASUB’ E’ CUSTA TABA IMPRUINADA PO’ GIOGAI… Zia Venezia po’ prexei…
Deu ‘ollu nai scetti una cosa importanti…. deu in prazza sant’austi’u ci seu stettiu sa di ka
su Cummù had’ arregallau po’ una pariga de disi i’ dommus a custa genti strangia… Ddu scideis ka teninti fillus? Nièddeddus, ma bellixeddusu, chi arrinti a scraccabiusu e gioganta in s’aia cumment’e nos’attrus a pitticcheddusu… mi parrìa de torrài a su doppuguerra… no teninti sa televisioni e funti in trinta cun scetti una macchina scabeccia e un’apixedda ki dd’ hadi bendiu Giuanni… ehia goppai miu, Giuanni Musa.
Itt’è Giuanni no ddu deppia naj?
La ga po’ mimmi, sesi stettiu generosu meda!
DDA BENDIA A SCETTI CENTUMILLA FRANCUSU!!
Bah Giuanni deu non ti cumprendu chi no chistionasa! po’ itta m’ha’ pigau?
E torrada a furriai is ogus!
ITT’E'?
Ehia! Ge mi dd’hasta naj a pustis.
Fia narendi… ah! eh…è genti pobera… deu happu biu sa dommu de babbu e mamma chi fiada accanta-accanta a’ arrui, tott’ arrangiada in scetti una dì, e m’hanti nau in su Cummù ca hanti aderezzau tottu assousu, cun su materialli de sa blocchiera beccia. Po’ riciclai… ddu scideisi ka riciclai è meda importanti?
Insà mi du scideisi nai itta diau s’indi frigada a nosu chi puru si dda piganta cussusu?
De chi nosu mancu dda bidaiausu prazza sant’austi’u?
De chi ci andada sa piccioccalla pò…gei ddu scideus…
E cussa dommu manna manna, cussa che fiada de Donna Matilda Melis… da deppeisi bi’ in mui… tottu birdi e bella, sa lolla prena e genti! Cussa dommu, chi s’arregodaisi, fiada a trass’e accorru po bestiasa, kandu is karrabbinerisi no ci agattanta cosa pagu legali… Donna Melis ki fìada una femm…Melis? Ma, scusaimmidda ziu Arr… Melis… ah…
Eh, ‘os’attrusu arrieisi…Nepodi mia custu merì m’hada torrai a nai ca fazzu gàffasa, gueffasa dd’has zerriu deu… po arriri…
E itta si deppia naj? Ziu Melis meg’hada a mi castiai mabi…. gei d’appu cumprendiu itta obeisi naj cun cussa castiada… ma si nau una cosa a tottus: pò mimmi cussa dommu si dda potinti pigai chenz’è d’espropriai…si dd’arregallu, sa mia.
E sigheisi a’arriri. Bell’arrisu. Bonu pro si fezzada.
Aggiudaimmi a ‘ndi cabai, ka ki scruccullu de in-noi mi occiu.
NO! Ziu Arramini! Abarrai innoi seìsi.
GIUANNI ! ACCABBADDA DE GIOGHAI E AGGIUDAMMIA!
MA SU SANTU CHI S’HA NASCIU! CALINCUNU BENIDI O DEPPU ABARRAI INNOI APPIDDICCAU? SEISI INGIOGAZZAUSU CUMMENT’E PIPPIALLA…
… grazie Giuanni, accumpangiammìa a sa cadira ca seu scàmbau.

- Momento, un momento solo, scusaimmìa, buonasera.
Seu Giuanni Battista Musa, obja naj, s’apixedda d’happu bendia a is nieddus poitta fìada tottu guasta, mancai dd’hja imprommittia al nipote di zio Bissente, qui presente….
( ah! intendiu hasi Battòre? U’a rima! ) Grazie dell’ascolto.
Eh, ma Battòreddu non ti lèssasta a croppu mottu ka no tt’appoderu…
happu nau, Battoreddu; la ka ti lassu àrrui cummenti u’a sacchitta ‘e ximmentu.
E POITTA ARRIEISI?
Zia Venezia…Eh manera…
Battoreddu attenzio’…

… Battò…ti oidi meda?
E ITTA MERDA S’IND’ ARRIEISI, MOBENTISI?

- Buonasera.
Silenzio per favore.
Avete finito?
… Grazie.
Ho detto grazie…
HAPPU NAU…
Pozzu kistionai?
- Grazie.
Po’ kini non mi connoscidi, e incappasa sesi in medasa, seu su fillu de ziu Battista.
No ca no seu strangiu…. Happu intendiu ka in prazza San’austi’u no ci bivviada mancu unu callelleddu e cust’è fabasa.
Ci seu bivvendi deu de dus’annus…
Ehia babbu, e tottu ki mi kastisi aicci, no m’indi frigada un’accidenti… E ti ddu deppu narai in mui ca ci hadi genti. Proppriu poitta è tottu genti beccia cumment’e tui, ammigus de ziu Battista, ehia, chi penzanta ka sesi bravvu e ka Roberto, fillu du’, esti a Roma…Bivvu a scetti dus kilometrus ‘e bidda…
LASSAIMMIA KISTIONAI!
Cuss’ignoranti e babbu ki m’ha nasciu mi’n ci hadi bogai de dommu poitta deu, kandu happu agattau traballu a Casteddu cumment’ abogau, hobja cojai sa filla e zia Venezia…
E ITT’E’ ZIA VENEZIA?! PASSAU DD’ E’ S’ARRISU?
…Deu dd’hobia cojai Serena… Dd’ia pigau s’aneddu… tenia sa dommu de prazza sant’austiu de arrangiai, ca cussa è mia, mi dd’hadi arregallada aiâiu, non è sa dua, babbu, arregoda dd’indi.
Babbu no dd’obiada a Serena… Poitta ddu scideisi tottusu.
Deu fia troppu pittiu pò ddu cumprendi e timmìa a ci pedri babbu e mamma.
Serena chi si dd’arregodada, fìada una bella picciocca e cussu ki ‘os’atrusu zerriaisi tontimmi, scimproriu, macchimmi…no ci dda fazzu a ‘ndi chistionai….ehm…fìada nozzenteria…Serena esti cummenti una pippia… ma femmia puru… brava… bella…
Babbu no dda castiada mancu in facci…ma nosu penzàiausu a bivvi impari, cussa mi hobìada zia Venezia, ddu scidèisi… e tandu… babbu non m’ha boffiu prusu bì… deppia lassai ammarolla Serena… e mamma dda penzàda a su proppriu…poitta non ci indi sèus fuìsu a Casteddu…cussa dì…non dd’agguantu…m’ hadi lassàu cussa…insà seu andau a bivvi in Prazza. Trabballu ancora ma nemmusu scidi in-noi, e nemmusu scidiàda ca seu drommendi in una domixedda beccia a su sattu… Serena no sciu mancu in-noi è… INNOI E’ SERENA, ZIA VENEZIA?
ZIU ARRAMMINI!! …HEISI GIAI KISTIONAU! SI DEPPEISI CITTI’!! …EMBE’? …E DEU SEU ABOGAU! … MA ITTA CARICA ISTITUZIONALE!!? …BOS’ATRUSU? …BREGUNGIA… MI FACCIA FINIRE E SI RICORDI CHE L’ASSEMBLEA E’ PUBBLICA!
Gei meg’had’accabbai… Hobia scetti naj ca deu seu bivvendi in cussa dommu, impari cun custa genti niedda, ehia ziu Arramini, niedda, brava e generosa prus che babbu miu! Seu bivvendi ancora, poitta seu aspettendi Serena, e dda seu cicchendi ma no dd’agattu, ma ci dd’appa fai… e cussa dì, sa bregungia de Serena adessi asuba de zia Venezia e babbu…cussa dì adessi festa… ah! Fia narendi… custa genti niedda ka bivvidi cun mimmi non esti tottu custa bontadi, cumment’e nosu. E su Cummù tenidi arraxioni a espropriai ki è po’ donai unu coprettoxiu a genti cun pippieddusu ki è cikendi de si sistemmai. Cumment’ e nosu in Germania. Ti dd’arregodasa babbu?
Ah! U’antra cosa! Ddu intendeisi s’italianu ziu Arramini? Benissimo. Sono io l’avvocato che difende il comune e la comunità di piazza sant’agostino per la querela spiccata da voi, signor Melis, ed otterranno quella decina di case diroccate della cui una, voi reclamate il possesso, per motivi che francamente non capiamo nè io, nè i carabinieri. Cumprendiu?
Babbu, penzanci primma de fai cosa, ka sa laurea no dd’appu pigada a’ brulla.
Zia Venezia, mi saluti Serena, dovunque sia. Arrivederci.

- Buonasera,
seu ziu Bissenti, Vincenzo Lòria, proprietario di un piccolo apposento in piazza sant’agosti’u. Ho preso decisione di parlarvi in italiano, perchè tra i vecchi, a parte zio Melis Anastasio, sindico, detto Rame, sono tra i pochi ad aver frequentato le scuole dove imparano a capire il latino.
E, incappasa così sarò più chiaro e sopratutto più calmo.
Io volevo dire due cose: una, che appoggio in pieno tutto-tutto-tutto quello che dice e che fa zio Melis.
La seconda è che zio Giuanni Musa, l’ubriacone, pagherà per aver imbrogliato mio nipote e aver venduto l’apixedda ai negri.

- M’aggiudaisi ad ampuai?
Grazie ziu Nattasiu. Sempre gentille.
Deu seu zia Donata, gei mi connosceisi tottus in-noi, mi parridi una cosa tonta a si presentai, ma ki è berus ka deppinti verbalizzai tottu… Bah, non hada srebi’ a nudda, deu giai du sciu, figuraisidda ki kalincunu s’ind’accattada ka seusu arregallendi dommus cummenti ki fessada trigu po’ is puddasa.
Ma hobja naj una cosa. Ariseu seu andada a missa e po’ torrai a dommu mi seu fatta una passillada, aicci po’ bi’ su sattu, e kandu seu arribbada mi seu accatada ka fia arribbada accanta a prazz’austi’u. I’ nieddus dd’hanti tottu limpiada, hanti fattu su ludu e teninti un’ortixeddu puru, ka deu non c’hja mai penzau ka cussa è zona bella meda po’ prantai tammatta.
Ma a su proppriu, deu non ci hobja bivvi innì. Prefferu sa dommu noa e non m’interessada cussa beccia. Hja pregau Gesusu puru, de dda sciusciai, aicci de no abarrai mancu un’ arrogheddu, ka ci happu sunfriu in cussa dommu mallaitta.
Itt’è ziu Arr…? Ah! Certu…. Ma non hollu mancu ki arribbinti una pariga e’ nieddus mai biusu e mi dda pighinti po’ ndi fai arrecoveru o cos’e crimminalidadi… ka in sa televisioni n’ddi naranta de cosas asuba e’ custus albanesusu e nieddus e bai e cicca itta funti.
Ma fia narendi…kandu ci seu passada, ohià custa dda deppu naj, zia Valeria, mi parridi cosa giusta… Ddu scideisi ka fillu miu è mottu in Kosovo, agherrendi. Fìada maresciallo, mancu su primmu arribbau… e sa pobidda s’ind’è andada cun nepodeddu miu bellu… seus’abarraus deu e pobiddu miu, sousu kenz’ e’ nudda e’ fai… Seu arribbada in prazza, a pagu a pagu, ka is cambas mi objanta po sa passillada… deu, mi dd’arregoda’ prus accanta prazzausti’u, è s’idadi trahitora cussa… ma fia contendi… kandu arribbu itta mi biu?
No t’azzicchisti Bissenti, ka mi ponisi in aggitazio’i.
Mi biu custa femmia niedda sciacquendi sigliaderis, e itta si nau? ‘Guallis a sa Madonna Niedda ki c’è in Cresia! Una picciocca bella, ma bella ka in noi non c’indi funti prusu ka m’hadi accumpangiau in dommu de zia Matilda, po’ mi fai sezzi… deu no hobja dispraxi a nemmusu e timmìa, ma gei no hja passillau dus kilometrus po’ nudda! E deppiaìasi bi’ ta genti ci fiada!
Bissenti, porco mondo! Abarra frimmu! Dda seu contendi deu e m’indi faisi azziccai tui! Bah… ci fianta becciasa coxinendi arrosu e bidrura; femmias attas, cun casciabis mannus cumment’e’ menduasa, nieddasa ma po’cussu ka ci pozzu cumprendi, ki ddas kastìasta kenz’e ci penzai… prus bellas ancora… E piccioccheddus mattuccheddus e pippius, cantendi e kistionendi, cumment’e mantinincasa heisi a narri, ma tottu arri’ arri’ ka fìa arriendi deu puru ma non scidìa poitta… e custu pippiu, bellitteddu, k’ha m’hadi imprassau…. Seu abarrada spantada!!! E m’indi seu fuia…mi parriada ka tottu su movimentu e su fragu e s’arrisu e mi lliàda su coru!!!
Bissenti! Itta ti prangisi?
E in mui deu non ddu sciu poitta seu stettia aicci mobenti… ma ki fia abarrada kappasa… bah! Gei non m’happa deppi cunfessai! hoj è scetti lunisi… Ma…
Eh… ehia ziu Nattasiu gei si ddu nau, pressi meda, teneisi? Ziu Arr…Nattasiu m’hadi arregodau una cosa ch’happu biu: ci fiada un ommi caccendi in s’apposentu de ziu Battòre: fìada imbriagu? bai e cicca…
Ma fia narendi… Mui mi dd’accabbasa Nattasiu? Mi sesi sciuscendi sa gunnedda…
Happu cumprendiu, gei mi xittu. Comunque, deu non ci cumprendu nudda. E itta si deppu narai ancora? Fadei cussu ki hobeisi deu happ’a decidi a pustis… non m’inghizzisi ziu Arrammini… eh scusaimmia, m’indi scaresciu. Ma de ki è su nomingiu de tottu sa fammiglia itta si strobbada? Ehia, ehia, deu torru a dommu ka pobiddu miu hada tenni fammi. Arrivederci.
Ah, scusammia Valeria, ma crasi no fazzu in tempus a ti fai bi’ sa picciocca, andausu menequisi a pustiprangiu, deu nd’hj bittu gioghitteddu po’ is pippius, ah? Ehja, zerriamia.
Buonasera, buona continuazione.
Ziu Nattasio, itt’è succediu? S’ hanti mussiau?

- Buonasera.
Tui non mi tocchisti.
Ci dda fazzu assou, ziu Anastasiu.
Arregodadindi ka non m’in ci ponisi in busciacca!
Arregodadindi ki pottasa ananti.
Nemmusu mi ponidi in busciacca
Nemmusu. No ci dd’ hanti fatta is amigheddus tusu ca mèg’hanta a ci governai, accumpangiaus, bisongiada a ddu narai, mano nella mano a sa Cresia, e ci dd’hoj fai dui arrazza e’ prepotenti?
Poitta ses’arriccu?
Kandu t’hasa a morri astessi poberu ka cussus nieddus, mancai hasta tenni casciabis in mancu, chi zia Donata nara beridadi.
Arregodadindi.
Deu seu ziu Craudiu. Di nome Claudio Giulio, di cognome La Spisa, ma ciccheusu de non ammesturai sa razza mai cun cussa de kank’antru. Anda beni? Ka meda genti, pagu informada dd’è capitau de narai strunzimmisi asuba sa famiglia mia.
Seu stettiu a traballai in su continenti strangiu, in fabbrica, in Francia e kandu ‘ndi seu torrau, po mori e custa terra ka mi parriada su mellusu in su mundu, m’inci seu pappau i’manusu e su figau de su nervosu.
Ma non ci podia fai pru’ nudda ka tenìa famiglia.
Seu stettiu segretario di partito, il partito comunista, non ti sprammisti Bissenti, gei no happa naj ka ci fiasta tui puru kandu andaiausu a Casteddu po’ intendi Berlinguer.
M’arregodu kandi seu torrau de sa Francia, ka deu e mullera mia no teneiausu nudda e nudda ci donanta poitta fia comunista e non ddu timmia a narai. Ci aggiudanta babbu e mamma, srogu e sroga ma kussusu puru kenz’e’ ddu fai bi’ a sa genti, a su preidi, a su sindigu, su babbu e’ custu scemmu de Arrammini. Fillus miusu henti pozzu fai sa comunio’i scetti kandu mullera mia s’esti tesserada a’s democristianus. Deu no arranexia mancu a ingrutti su caffeu a mangianeddu, de su nervosu non ci arranexia. Mancu malli ka seusu stettius fottis, e ka ci fia genti brava ka ci pigada a traballai po bivvi.
Sa dommu ka ci seusu fattusu in trint’annusu, puru ki a mimmi spettada cussa popolari poitta happu traballu fòrasa, c’è costada medissimu. In sa graduatoria po’ sa dommu e’ su Cummu, nosu, mancai cun sa dummanda presentada ogn’otta, non ci fiausu mai. ‘Os’attrusu ddu scideis itt’eusu passau, ma non du poteisi mancu penzai itta hobja naj a tenni pippius e fammi e friusu e tottu cussu k’abbisongiada a una famiglia pò cresci e a’ si bi’ tottu serrau ananti. No ddu scideisi. Faidi cinqu’annus ka bivveus in sa dommu noa. Poitta deu, puru ki tenia sa dommu in prazz’austi’u, seu andau ogn’annu a su Cummù, po’ lazziai una chance, naranta in Francia, a sa giustizia italiana de mi donai cussu ki mi spettada. E cinqu’annu faidi kandu c’ind’handi fattu andai in medasa de sa prazza san’austi’u poitta fia troppu beccia e no podianda fai sa bucalossi, deu happu bintu dommu mia poitta nemmusu hobjada sa dommu popolari ka esti bregungia, ka su dinai gei ddu teneisi po’ si fai palazzinasa… ma mancai bivveisi in su scantinau…
Aicci heusu lassau cussa dommu.
E IN MUI DEU DEPPU NAJ NO A GENTI POBERA, KI BIVVIDI IN TERRA STRANIERA, KI TENIDI FILLUS E FAMMI E ABBISONGIU E CIKKADA SCETTI DE NO MORRI?
Adessi cumment’e’ serrai sa potta a Craudiu trint’annus faidi.
Deu seu de cussa genti ka no dd’interessada ki unu è mau o bravvu… ddi bastada a’ sci’ ka è hommi. Scetti po custa arraxioni tenidi diritti e doveri cumment’e mimmi… e bos’attrusu.
No si deppu naj attru.
Ah! U’a cosa scetti po’ Roberto: Serena bivvidi a Como, gei istà beni. Francesca, filla mia dd’ha bia traballendi in s’ospidabi. Cappasa meg’hada a t’aspettai cussa puru.
Balla balla… m’indi andu ka Bissenti meg’hada giai a prangi.
Zia Giuannica ammancai scetti bos’attrusu (Ziu Arrammini, attenzio’i, zia Giuannicca no kistiona mai. Deppi dd’essi cosa manna ki si dde scrittu in cussu pappereddu).
Buonasera.

- Buonasera.
Seu Giuannicca Paderi.
No, no deppu àmpuai asuba cussa taba.
Gei ddu sciu ka seu bascittedda, ma no deppeisi bi’ sa facci mia po’ cumprendi itta si ollu naj. Ki Roberto, ziu Battòre e ziu Bissenti m’aggiudanta a fai u’a cosa… Grazie Roberto, Deus t’aggiudidi… Venezia deu kistioni cun ki ollu, gei no dd’hasta decidi dui e su tontimmi ka t’accumpangiada… e non mi strocciasa ka ti biu in s’imbidriu de sa fentana…(deu una femmia aicci tonta… attru ka cikkai a’ is fillusu, sciadausu)… Pigai custu linzou e spraixiddu cu’ i’ brazzusu…ecco fatto.
Anda benissimo!
Danielli! A’llui cussu marchingegno po is diapposittivasa! Ehia, in mui… ellu kandu?
Danielli allestru, ka ziu Nastasiu meg’hada a mi kastiai cumment’è ki fessa’ macca!
Alluttu?
Zaccanci sa diappositivva.
Allora: deu liggiu e ‘os’atrusu kastiaisi su lanzo’, ah?
Diapposittiva uno: cust’è sant’ANTIOGU.
Ddu bideisi?
Nieddeddu, ah ziu Nastasiu, ehia…
Ehia ehia Venezia dd’hasi biu sicuramenti in cresia.
Gei c’intrada Arramini, cittidì.
Diappositiva due: Sant’Efisio pattronno di Cagliari.
Balla, non mi parri biancu meda…
Bissenti non ti sprammisti, po’ prexei…

- Danielli, diapposittiva tre:
Cust’è SANT’AGOSTINO.

- Eusu vottau tottus a patti zia Donata, ma ddui seu scetti deu, Nastasiu Melis, contra sa mozioni de arregallai ì dommus a sa genti de colore. Bissenti non ti hollu mancu castiai figuradì ki ti fazzu kistionai… Arrangeisidda.

- Buonasera, sono di nuovo Bissenti o Vincenzo Lòria.
Kallink’unu tenidi un’apixedda beccia de bendi?

 

 

 

 

nota: le vocali paragogiche non sono state eliminate per ragioni di espressività, gli altri errori ortografici invece sono involontari e non tengono conto delle ultime grammatiche in circolazione, insomma ho fatto a modo mio.

paola

Mi filtrava l’umore da i pori, ero uno scolapasta di tristezza che camminava per le vie del centro congestionato dalle auto, alla ricerca di una tabaccheria aperta. Con gli ultimi euro di uno stipendio stiratissimo avrei comperato un pacchetto di sigarette buone, quelle che fumavamo io e lei quando ancora avevo un lavoro vero e una moglie e non sapevo cos’era il trinciato. Strano come i cani riescono a smaltire l’acqua in eccesso dal naso. Ce n’era uno che mi veniva dietro caracollando sulle zampe troppo piccole per la taglia, il pelo fulvo spettinato e la lingua appesa ai canini, una bandiera di pace. Mi fermai ed accovacciato sfiorai il triangolino umido. Negli occhi aveva una certezza quasi umana. Si lasciò carezzare leccandomi le dita. Mia moglie non amava i cani. Li ha sempre temuti. In realtà era la madre ad avere paura, un pastore tedesco l’aveva morsa mentre scappava dalla casa di un amichetta. La figlia, abituata a scansarli sin da piccola cambiava strada appena ne vedeva uno sciolto, guardandosi le spalle. I cani conoscono l’odore della paura. Deve sapere di frutta, di dolce e umido. Prenderlo con me era forse, anche, tradire lei. Ma comunque mia moglie era lontana, avevo voglia di fumare ed il cane mi seguiva come se non avesse aspettato altro. Arrivammo alla torre uno dietro l’altro, la lingua fuori tutt’e due. La tabaccheria era chiusa, sul distributore automatico, porcomondo , un foglio bianco incollato con scotch diceva “fuori servizio”. Oggi siamo tutti fuori servizio, dissi al cane. La voglia di fumare aumentava. Le nostre sigarette dietro plexiglass e metallo. Il mio amico mugolò. Salimmo per il parco costeggiando le file d’acace indifferenti, le mani in tasca, lui dietro e a seguire la sua coda che ballava. Dietro il baobab lo vidi. Fumava. Ma che bello scherzo, pensai. Ho camminato perché il destino, come una mano, mi conducesse dritto da lui. Significava qualcosa? Quello fumava che non ne aveva voglia, la sigaretta gli pendeva dal labbro come uno stecchino inutile, sicuramente una delle nostre, una delle mie, pensai ed avanzai velocemente fino a sentire il morbido del suo labbro che si spaccava tra le nocche e gli incisivi. Intontito rimase per terra. Il cane gli ringhiava contro mentre, paralizzato dal terrore, ad occhi chiusi cercava tastando il prato qualcosa. Nell’urto erano caduti gli occhiali ed il pacchetto. Non erano le nostre sigarette ma andava bene lo stesso. Le presi e chinandomi lentamente lo guardai in faccia. Si ritrasse. Rabbrividii: non era lui, ma andava bene lo stesso.

 

rebecca horn

di un sasso bianco, nella notte
ne ho tratto fattezze di colle
ne ho respirato l’aria malsana
la vita corta per svegliarmi
sotto la tua ombra.
Io che non ero io
che non mi trovavo
che amavo adornarmi di
parole,
sono fiume che scivola
sono valle che accoglie
sono mano che stringe
le vostre

di un monte, alla luce
di un giorno senza déi
ne ho tratto fattezze di pietra
dormendo sul braccio di statera
senza che pendesse
che allungasse un’ombra
sui passi,
io che non mi trovavo
perché non ero io
in un soffio di voce
ho piegato la creta.

Pochi anni fa mi muore una nonna. Amatissima. Siamo una famiglia unita. Al funerale mia madre mi chiede di confessarmi. Mi dice che devo fare la comunione, come regalo alla nonna. Nonna ci credeva. Vado. Il prete è lo stesso che parecchi anni fa mi ha cresimato. Entro nella sacrestia e guardo quest’uomo. Triste e lugubre nella tonaca nera. Gli occhi infossati, mangiati dalle occhiaie, le mani che tremano, la bocca sottile che sembra gliel’abbiano tagliata adesso. Sia lodato eccetera, mi siedo. Quanto tempo che non mi confesso? Anni, anni, lo so, sono un miscredente di merda, ma che ci posso fare, non mi viene. Perché oggi? Così. Per pulire la coscienza. Come risposta pare vada bene. Dimmi allora. Il vuoto. Il bianco. Il nero se preferite, l’accidenti che mi prenda non mi viene in mente nulla. Come niente? Non pecchi? Ma certo signor prete che peccherò, però ora non mi ricordo. Sforzati. Mi sforzo ma nulla. Quali erano i peccati? Cosa non si deve fare? Lo guardo sconsolato. Mi dice, hai rubato? No, rubato no. Ma non sono sicuro. Cioè? Cioé ho bloccato il contatore della luce con una scheda telefonica, che è rubare? Altroché. Allora ho rubato. Solo questo? Non so, che altro non si deve fare? Hai ucciso? No, ma che scherza signor prete? Non scherzo e chiamami padre. No guardi di padre ne ho già uno, al massimo prete, o don. Vada per il don allora. Non ho ucciso don, esseri umani, mai. E chi altro? Gli animali. Gli animali non contano. Dio gli vuole meno bene? Mi guarda come se volesse uccidermi, stringe il pungo e penso adesso pecca, invece: probabilmente si… Che altro? Mah… non saprei. Hai copulato? Certo. Sei sposato? No macchè, non ho soldi e anche volendo non trovo quella giusta. Sprechi te stesso allora e rovini anche la donna, la sua dignità. Non ci penso neanche. Mi fissa. Sento gli occhi che mi trapassano, lo vedo rassegnarsi come una fiammella che piano si spenge: continuiamo giovane, che altro? Chiedo: abbiamo proibizioni in fatto di carne? Il venerdì, si. Si, ma chiedevo sul tipo di macellazione o l’anim?… Mi guarda ancora tristissimo, la bocca che pende. No, per noi solo il venerdì senza carne. Niente alal niente kosher. Mi sento sollevato. Bene, dico, devo dire altro? Mah direi che abbiamo finito. Sembra più leggero.
Mi fa leggere una preghiera e mi congeda con la pena da scontare, ma assolto. All’eucarestia aspetto in fila dietro una decina di vecchi, amici di mia nonna. Mi piace questa sensazione di appartenenza. Mi dico forse sono cattolico veramente. Lui mi tiene d’occhio da lontano come fossi un poverino ed io mi ricordo d’un botto cosa dovevo dire. C’era tutta una serie di fatti che andavano detti. Una sorta di lista che va dal piccolo al grave, una sorta di promemoria che mi aiutava da piccolo. Mi piaceva fare l’esame di coscienza, mi piaceva enumerare gli errori, fare un ripasso generale del tempo trascorso ed avere almeno una certezza che poche ne avevo, che sbagliavo per qualcuno, ero in torto marcio per questo Dio e le sue regole. Mi piaceva pure chiedere scusa, mi liberava. Poi d’improvviso cercai chi poteva tollerare i miei errori, a cui potevano sembrare normali se non giusti.
Poi diventò tutto relativo a.
Mia nonna, quella morta, era una donna grande, forte e saggia. Diceva: “non dire che non berrai mai di quell’acqua perché prima o poi ti verrà quella sete”. Così finivo per giustificare tutto ed diventai schiavo del possibilismo fatto in casa.
Adesso mi dico che è tutta una questione di buon senso e mi chiedo cosa ne pensi Dio del fatto che con i soldi risparmiati della bolletta della luce mi ci sono pagato i libri per due esami. Comunque sia sono stato assolto.

(applausi)
Grazie, grazie, vi ringrazio, basta davvero (ride), basta. Vi prego. Non merito la presentazione che ha fatto Franco, ma grazie lo stesso, mi sento meno teso adesso. Grazie amici. Grazie d’essere qui, sopratutto. Ci sono dei momenti in cui viene voglia d’abbracciare con gli occhi per poter toccare tutti, stringere tutti. Adesso, ora vi abbraccio così, se sentite solletico sono le ciglia (ridono), ma davvero, vi abbraccio da qui e guardatemi ora, in piedi perché qualcuno di voi dovrà ricordarmi questo momento, qualcuno mi dovrà dire che davvero questo momento è esistito. Franco mi fa cenni. Bene è vero, devo fare il mio discorso, iniziamo.

Mio padre non sarebbe orgoglioso di me. Mia madre ancora meno. Mia sorella è qui presente e vedo che il risentimento le brucia la faccia. Non ti vergognare, Sara. Non sbagli ad odiarmi. Mi odierei anche io. Ti prego, Franco, fammi finire. Mi sento benissimo. Mio padre e mia madre dicevo, ma diciamo tutta la mia famiglia mi ha detestato da quando ho iniziato a lavorare per quest’azienda. La mia è una famiglia tutta d’un pezzo, di quelle che quando qualcosa non va non torna a posto. Ho iniziato in questa compagnia che avevo ventisette anni e una laurea. Potevo fare il professore. Come mio padre. O lavorare in banca, come mia madre. O l’alcolizzata, come mia sorella. Invece no. Ci ho messo due anni a capire cosa volevo farne di me ed una sera, guardando un comico in un cinema lurido, l’ho capito. Il comico non rideva mai, mentre gli altri seduti si sganasciavano. L’ho visto ed ho pensato che era una bella maniera per vivere. Tu fai qualcosa è in apparenza in un modo e … Aspetta Franco, fammi finire. Dunque conosco Franco. Esatto eccolo qui che mi guarda. Non disperare Franco, non dirò nulla d’importante. Lui è un uomo di successo, lui che non ha mai preso una laurea, lui si è fatto con le sue mani. Ecco Franco mi dice che ci fai a lavorare per una ditta di birre? E’ che a me piaceva quella ditta. Ero serio dentro e non facevo ridere nessuno. Ma era poco per tutti, era poco anche per Sara che preferisce il whisky. Mio padre e mia madre che mi vedevano sprecato, dicevano non è una vera vita fare l’impiegato per pochi spicci, non è vita stare in un paesino ad ubriacarsi al sabato sera, o chiuso in casa a leggere, o ad ascoltare quella musica che non la senti mai per radio, insomma ma che vita è o non è, mi sentivo a metà. Non sapevo dov’era lo sbaglio e proprio allora incontro Franco. Un vero dirigente. Uno che sorride sempre, che non sta mai serio, che vive, vive. Che mi propone il lavoro del comico, dopo due anni che non capivo come mettere tutti d’accordo, la mia famiglia e me. Così entro nell’azienda e divento serio ma lo so che dietro una quinta, dietro qualcosa tutti ridono o dovrebbero. Esporto cose e le vendo, serissimo, e vengono altri sorridenti a comprarle ed ho i soldi e ne ho così tanti che padre e madre sono felici per un po’ e la sorella può permettersi bicchieroni pieni di whisky e niente malinconia ed io sono serio e penso alla fabbrica della birra, ogni giorno, ai conti e alla casa che avevo affittato là che quando sul piatto girava Monk non mi bastava lo sguardo per abbracciarla. Come con voi, stasera. Ma so che ridete e ridete e fate bene. Perchè io sono serio.
Poi la mia famiglia mi dice ma che ti succede? Non sei contento? Ed io continuo a vendere queste cose, cose orribili, e a stare serio. E mio padre dice ma Pietro, ti droghi? La ragazza? La famiglia? Prenditi una vacanza, dammi retta. E mia madre dice che la colpa di tutto è mia, perché quando sono nato sono stato male e mia sorella mi chiede soldi perché le piace bere ma lavorare quello no. La mia famiglia si concentra e dice che la colpa di tutto quello che non va è di chi non ride mai, di chi se ne frega, e Franco mi dice che le cose orribili che esportiamo sono buone e belle in realtà e che sembrano brutte, ma non è vero, basta sentire un tg per capirlo e tutto il mondo allora si capovolge ed io non saprò più, mai più cos’è che mi piace, cosa no, cosa voglio e cosa no, cos’è giusto e insomma ci siamo capiti. Niente applausi? Finito?
Alla fine io non voglio sapere cos’è giusto o meno oggettivamente, ma voglio saperlo per me. Ho tutta una confusione in testa che oggi volevo appunto parlarvene e Franco, ti prego, lasciami, ho finito, e insomma ditemi voi che mi succede che adesso mi sento allegrissimo e voi siete tutti tristi.